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      Basta Infami Solo Hegel

      November 16, 2012

      Sulla rivista Mind un giorno, il filosofo W. E. Kennick propose ai suoi lettori un giuoco un po’ polemico: “Supponiamo che in un grande magazzino siano raccolte delle opere d’arte insieme ad altri oggetti che opere d’arte non sono. Andate all’interno e tirate fuori ciò che è artistico. Riconoscetelo e portatemelo a far vedere."

      L’esperimento di Kennick mi ha stuzzicato e così sono andato a fare shopping. Armato di carrello, mi sono aggirato tra gli scaffali di quel triscount che è il calcio moderno e l’ho riempito d’arte.

      Prima di visionare la merce, un’avvertenza sul gusto che ha dettato i miei acquisti: non voglio parlare di calcio sano o malsano, il calcio per me non è né uno sport, né uno stile di vita. Il calcio è un’esperienza estetica, un piacere senza alcun interesse, che scatena sentimenti per il solo fatto di esistere. 

      Più importante della precedente, questa seconda avvertenza è indispensabile per la mia incolumità e per evitare di confondersi tutti. Quando parlo di esperienza estetica m’importa una sega dell’etica.

      La morale, le lezioni di vita sono fondamentali nello sport: non sono un Ultras e condanno violenza, antisemitismo, nazismo, comunismo e lame; ma quando vedo una partita di calcio e si manifesta uno delle infamate appena citate però, per un gusto che definirei “squisitamente polemico” non mi scandalizzo. Lo faccio dopo, quando si fischia la fine.

      Mi sbatto al culo anche il calcio sano però, Varriale, Bagni, la Rai, e le “belle pagine” dello sport.

      La mia è una visione da spettatore, non faccio gli scontri, non partecipo a un coro razzista, non reggo una gigantesca scritta antisemita, né rispondo con un braccio teso al saluto di Di Canio sotto la Nord; mi lascio trascinare in uno spettacolo che suscita disgusto o apprezzamento, non importa quale dei due, perché in quei novanta minuti l’opera che ho davanti a me scatena un’esperienza fuori dalle categorie del bene e del male. Poi rinsavisco, non vi preoccupate. Sono innocuo.

      La sola condanna che devo muovere al calcio è il mancato raggiungimento di una completa esperienza estetica, perché nella mia visione l’unico scopo che esso ha è il bello artistico, al di là del bene e del male. Quando a Papadopulo, l'allora allenatore della Lazio, chiesero un commento sulle numerose svastiche in curva Nord, lui rispose di non essersene mai preoccupato perché “non vedeva oltre la traversa”. Noi non dobbiamo aver paura di vedere oltre la linea di fondo quando serve. Questo guardare non presuppone la condivisione di quello che si manifesta: il nostro compito è alzare lo sguardo e comprendere, laddove c’è, l’arte nella sua totalità.

      L’arte viene fuori quando riusciamo a vedere totalmente, oltre un pallone e le sue traiettorie, oltre una coreografia. Calcio è tutto.
      Non esistono particolari a cui bisogna voltare le spalle quando si vede una partita. Anche se questi particolari sembrano non avere nulla a che vedere con lo sport del rettangolo di gioco, o viceversa, quando si tifa la propria squadra girati dall’altra parte. Non si vive un invasamento a metà, bisogna lasciarsi rapire completamente. Tornati alla vita vera, rivestiremo i panni di normali e civili cittadini.
      In questi casi limite io riverso una brutalità positiva. Li snaturo per i soli fini artistici e sensibili, provo tensione, ansia, nausea, malessere, disgusto, straniamento, shock.
      Lo stesso che accade ad esempio quando vedo il Piss Christ di Andres Serrano o le opere di Paul McCarthy. Anche questa brutalità positiva ha un potenziale: si può avvicinare scandalosamente al bello artistico.

      Torniamo allora all’esperimento di Kennick. Le scelte sono personali, perché con l’arte non puoi che fare così. Il mio obiettivo è l’intersoggettività: convincervi cioè che la merce presa dal grande magazzino del calcio moderno sia arte.

       

      TOTTI

      Céline del calcio italiano con il suo stile “métro”, ogni anno più incalzante e potente, tra sputi, rodimento di culo, gol da predestinato, calcioni a Balotelli, contraddizioni, sportività part-time, insulti, cartellini rossi, cucchiai, mea culpa, da più di vent’anni viaggia al termine della notte.

       

      GLI SPALTI DELL’ARIS SALONICCO

      Se hai la sfortuna di tifare una squadra di merda, lo spettacolo è meglio se te lo fai da solo.

       

      SVASTICA UMANA

      Una coreografia umana, una performance sul male del nostro secolo che fa pensare quanto la violenza sia radicata non solo nella società, ma dentro i nostri stessi corpi. 

       

      LA SATIRA SU PESSOTTO

      Il tuffo di Pessotto è diventato il “comico nella tragedia”. È il grottesco del calcio italiano. Tutto quello che si canta durante le partite, il coro dell’Inter e quello della Roma, sono solo due esempi di questo “artistico grotesque”.

      Tutti a prendere per il culo quel poveraccio di Pessotto. Solo perché era un surrealista.

       

      COERENZA E MENTALITÀ

      Tubercolosi e colerosi, i “napolecani” ogni domenica incassano gli insulti peggiori. La curva più odiata d’Italia, prima che “il Vesuvio la lavi col foco”, intona il coro più bello e invidiato dal mondo Ultras.

       

      IL TIFOSO LAZIALE

      Quello della Lazio è il tifoso perfetto. Dotato di un grande senso dell’umorismo e colto, quando va allo stadio in realtà sale in cattedra. La curva Nord della Lazio è DADA: geniali le coreografie e irriverente l’antisemitismo. I Romanisti s’incazzano spesso per lo striscione “OH NOOO”, quando in realtà dovrebbero tatuarselo in fronte, per ricordarsi di aver fatto questo.

       

      LE BANANE A ROBERTO CARLOS

      Qualcuno con più palle che cervello l’ha fatto. Dopo che per anni goliardici razzisti davanti alla televisione o allo stadio insultavano i giocatori avversari neri minacciandoli col lancio di un casco di banane inevitabilmente quel momento è arrivato.

      La banana a Roberto Carlos è uno sconvolgente esempio di Art Brut.

       

      L’1+8 DI ZAMORANO

      Quando Ronaldo andò all’Inter, Zamorano gli cedette il numero 9 prendendosi il 18. Quel “+” è una lezione hegeliana di Estetica: “l’eroe non si abbandona alla disperazione e al lamento, ma si mantiene forte e magnanimo” e come una statua greca, Zamorano è la perfetta unione di contenuto e forma. Il suo “1+8” è la quiete dell’arte al massimo grado. 

       

      MATTEO SERAFINI

      Dove non arriva la Giustizia di Dio, arriva lui.

       

      Il calcio moderno per me non era niente di tutto questo. Anni fa ero anch’io uno di “quelli che il calcio sano”. Ciò che rapiva la mia attenzione stava solo tra due porte.

      Sono della generazione del fallo di Iuliano e lì ho datato il mio cambiamento. Dopo quel contatto del ’98 avevo due scelte: darmi all’NBA o continuare ad amare il calcio in altro modo.
      Ogni tifoso ha avuto uno spartiacque. Un momento dal quale ricominciare da capo. Chi “il gol di Turone”, chi “il centenario da onorare”, chi “il Toto nero”, chi “i trenta scudetti sul campo”, chi “Rossella Sensi”, chi “i passaporti falsi”, chi “il Barcellona” o “il Psg”...

      Per continuare a seguire il calcio bisognava rimediare alla fragile “validità” artistica che si vedeva sul campo, e allora ho scelto la terza via: sono andato oltre la Juvemerda che è in ogni tifoso, e ho deciso che durante una partita, per me, dal 1998 in poi vale tutto.


      Segui Matteo su Twitter: @stai_zitta

       

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