Benvenuti a Frownland

Una delle ragioni per cui volevo vedere Frownland era perché l'ICA, dove stanno proiettando il film in questi giorni, mi ha sedotto con delle storie su come "Frownland abbia raccolto critiche appassionate e denunce mordaci, mentre ai festival le proiezioni finivano con scontri urlanti tra avventori".
Frownland racconta di un newyorkese di nome Keith che non riesce neanche a dire quello che vuole dire e usa lo sportello del forno come tavolo da pranzo su cui mangiare pop-corn. Ad essere onesti, non succede granché mentre lo guardiamo inciampare sulla sua bieca esistenza. Il regista Ronald Bronstein ha definito il film "un pomodoro troppo cotto lanciato con imprecisione spastica sulla superficie senza macchia di uno schermo", e dopo aver visto il film, questa frase inizia ad avere un senso. Mi piace molto Frownland, e ho chiamato Bronstein per scoprire da cosa nasce la sua follia.

Vice: Ciao Ronnie, come stai?
Ronnie Bronstein: Tutto bene. Sì, sì, sto bene.
Cosa stai facendo?
Oh, sto passeggiando, mi schiarisco la mente, cerco di fare un po' di spazio in testa per parlare di questo progetto. Non è facile per me. Sto cercando di allontanarlo il più possibile da me. Sai, in ogni posto in cui fanno vedere il film, per tutti gli spettatori è un film nuovo di pacca, quindi ogni volta dovrei parlarne con l'entusiasmo di chi ha appena finito di girarlo. Cerco di fare così. Come stai tu?!
Ti annoia parlarne, ne hai abbastanza?
Bella domanda. Credo che la curva di questo progetto stia scendendo lentamente da arroganza a gretto disgusto verso di sé, quindi quando finisci qualcosa sei solo un verme senza spina dorsale con nessuna fiducia nel proprio lavoro, per me è un testamento di orribile fallimento in molti modi strani che spero non siano evidenti al mondo esterno.
Dovresti avere della fiducia, viste le recensioni positive che hai ricevuto.
Vero, ma sono un'arma a doppio taglio. Ho ricevuto anche molte recensioni negative. Le recensioni positive mi fanno stare bene fino al momento in cui non le comunico a mia mamma. E poi i critici sono una cosa, ma in termini di risposta del pubblico c'è stata molta ostilità. Mi hanno trattato come se fosse mia intenzione deluderli, senza altro valore morale al di sotto, io non ho mai voluto fare una cosa del genere. Non volevo far incazzare nessuno. Sono tutt'altro che un enfant terrible. Sono un uomo ipersensibile di 36 anni.

Ci sono un paio di film in giro che parlano di uomini soli e disfunzionali, Cyrus e in particolare Greenberg.
Sì, il genere sfigato adorabile: film che pensano di essere idiosincratici, che vogliono focalizzarsi sull'antieroe, sul protagonista non eroico. Ma, e non ho visto questi due film e sto generalizzando, il problema con i film sugli adorabili sfigati è che quei personaggi sono disegnati per attrarre lo sfigato che è dentro ognuno di noi. E c'è qualcosa che non sopporto del permettere a un film di manipolarmi in questo modo. Andare in un cinema e lasciare che un film mi faccia credere per due ore di essere più tollerante verso le debolezze altrui di quanto non lo sarò nel secondo in cui lascerò la sala e incontrerò qualche buono a nulla in bagno. Non è quello che ho voluto fare io con questo film. Per fare un film in cui il pubblico provi vera compassione, si deve anche rischiare di perdere l'identificazione dello spettatore. Amare qualcuno significa odiarlo. Se devi porre fine all'amore, troverai risentimento, rabbia, disgusto. Tutte queste cose sono il risultato naturale dell'entrare in contatto con un'altra persona.
Entrambi i film che ho citato, che a me piacciono, sono su uomini infantili di mezza età leggermente disfunzionali, sono personaggi che andrebbero bene in una commedia romantica. Mentre il tuo film sembra parlare delle cose come stanno realmente, su un vero outsider che molte persone non vorrebbero nemmeno incontrare. Però mi è piaciuto.
Anche a me. Per me il film ruota sempre attorno questi due tipologie di intolleranza istintiva e compassione strappalacrime. Ma non so se il film è un lavoro umanistico quanto lo sia l'accusa che mi faccio di misantropia e intolleranza.
Qual è stato il punto di partenza?
Ho sprecato i miei vent'anni; ero pieno di insicurezze e paure. Ho capito che dovevo lavorare su questa mancanza di autostima, poi ho iniziato a lavorare come copywriter in Svezia, il che mi ha permesso di iniziare a pagare la produzione del film. Poi ho conosciuto [l'attore] Done Mann a un funerale di famiglia, e ho capito che sarebbe stato un conduttore di sentimenti migliore di quanto non potessi essere io.
Era un attore?
Non è un attore. È un genio, un artista, una persona piena di risorse. Il personaggio è la somma di certe tendenze che ha. Quando ci siamo incontrati viveva con sua madre, non aveva molti contatti sociali, lavorava in un supermercato, e quando l'ho conosciuto è come se gli avessi distrutto con un'ascia il lucchetto che gli teneva chiuse le labbra, gli è uscito tutto quello che ha provato e sentito nella sua vita tutto in una volta. Ci sono anche molte altre sue qualità che non sono uscite nel film. Il personaggio era costruito su di lui, la sua psiche, il modo di parlare, ma non è realmente lui. La gente crede che sia veramente fatto così, il che è stato scoraggiante per lui. Adesso è molto orgoglioso del film, anche se lo trovo alienante.
Perché?
È così complicato, la relazione più complicata che ho avuto nella mia vita. All'inizio non voleva venire alle proiezioni, aveva paura di essere associato a quel personaggio.
A che cosa stai lavorando ora?
Girerò un film in autunno. Una cosa completamente diversa, credo sia più divertente perché il protagonista è così spastico e gommoso e socievole, ma è bloccato dall'odio che prova verso di sé, vado nel panico ogni notte che ci lavoro sopra. Ho il terrore di lavorarci sopra perché è roba terribile, persone brutte con problemi che non possono essere risolti. Ugh. Ma tant'è.
ALEX GODFREY
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