Guerra civile per idioti

Di Leonardo Bianchi, foto di Federico Tribbioli

Nell’immaginario collettivo, la Condanna di Berlusconi era sempre stata accompagnata da aggressioni ai giudici, folle in tumulto, professionisti di mezza età con bava alla bocca e forconi in mano e una pioggia di molotov che si abbatte sulle scalinate del tribunale di Milano.

La realtà, tuttavia, si è dimostrata di gran lunga peggiore della finzione cinematografica: alla notizia della conferma della condanna da parte della Cassazione, i fan dell’Esercito di Silvio, radunati sotto Palazzo Grazioli, hanno brandito bottiglie di spumante e sono esplosi in un tripudio di gioia, fondamentalmente perché non avevano capito un cazzo di quello che era appena successo.

I giorni successivi, invece, hanno confermato una volta per tutte che l’esistenza in Italia si svolge su piani temporali diversi e che milioni di persone vivono in una realtà parallela—una realtà in cui la magistratura è un cancro della democrazia, lottare per frodare il fisco è un diritto inalienabile dell’uomo e Aldo Grasso può permettersi di vergare editoriali su Dudù, “l’aristocane perplesso” che “ci spiega come va la politica.”

Sandro Bondi, che avevamo lasciato in profondo stato depressivo dopo il crollo del governo Berlusconi nel 2011, ha dichiarato che “l’Italia rischia davvero una forma di guerra civile dagli esiti imprevedibili per tutti.” Schiaffeggiato dal Quirinale per le sue “dichiarazioni irresponsabili”, Bondi ha rispedito le accuse al mittente dicendo che “irresponsabili sono tutti coloro che hanno bocciato il lodo Alfano e […] emesso una sentenza che fa a pugni con gli interessi nazionali e il senso di giustizia.”

Renato Brunetta, che in questi giorni probabilmente si presenterà al Colle per chiedere la grazia (e la fantomatica “riforma della giustizia”) a un entusiasta Giorgio Napolitano, ha dichiarato a Repubblica che “tutti riconoscono che da 20 anni [Berlusconi] soffre di un accanimento giudiziario di matrice politica che punta a farlo fuori.”

Nel frattempo, le squadracce Fininvest hanno riservato al presidente della sezione feriale della Cassazione che ha deciso sul caso, Antonio Esposito, il consueto trattamento “Goebbels”, ossia il pestaggio mediatico a reti unificate. In un articolo pubblicato il 3 agosto su Il Giornale, il giornalista Stefano Lorenzetto aveva descritto Esposito come uno stravagante sporcaccione intento a fare allusioni pruriginose alla vita sessuale di Berlusconi, nonché un trasandato antiberlusconiano (“cravatta impataccata, scarpe da jogging, camicia sbottonata sul ventre che lasciava intravedere la canottiera”) livoroso e mezzo alcolizzato.

Per distendere ulteriormente il clima e rafforzare la “pacificazione nazionale” delle larghe intese, il Pdl ha deciso di organizzare per il 4 agosto (con 40 gradi all’ombra) una manifestazione pro-Silvio in via del Plebiscito, senza tuttavia la partecipazione dei ministri Pdl. Intervistata sul punto dal Fatto Quotidiano, Daniela Santanché ha infilato una serie di perle che vale la pena riportare: la deputata prima ha rassicurato sul successo dell’iniziativa (“non c’è agosto per la libertà”); poi ha garantito l’arrivo di 500 pullman carichi di ottuagenari Guerrieri Della Libertà rifocillati a dovere con bibita & panino, e infine ha lanciato l’anatema: “siamo in una dittatura”, quindi “la condanna a Berlusconi vale una rivoluzione.”

Già. Ieri, infatti, la rivoluzione è partita con il più classico degli atti di sfida: occupazione abusiva di suolo pubblico con relativo taglio della segnaletica stradale che rompeva i coglioni al palco montato illegalmente sotto Palazzo Grazioli. Alle scontate rimostranze del Campidoglio, che in una nota ha precisato di non aver mai autorizzato il palco per un comizio, il deputato Pdl Fabrizio Cicchitto ha risposto con l’usuale classe: “Mi spiace constatare che con le sue polemiche di stampo burocratico sul palco della manifestazione a sostegno di Silvio Berlusconi il sindaco Marino dimostri di essere un cretino.”

I fedeli di Silvio, per il resto, calcano l’asfalto a migliaia e sono gasatissimi. Cantano a squarciagola gli inni ufficiali del partito (che vengono sparati in loop per un’interminabile, atroce mezz’ora), sventolano con gran foga le bandiere di Forza Italia, sudano idolatria e dimostrano un’invidiabile conoscenza della grammatica italiana.

Non solo: mostrano orgogliosi le maschere di Berlusconi, consegnate loro dalla perfetta macchina organizzativa del duo Santanchè-Verdini.

C’è spazio anche per l’esibizione dell’edizione straordinaria de La Discussione, quotidiano politico fondato nel 1952 da Alcide De Gasperi e ora diretto da Emilio Fede.

A un evento così carico di pathos non può naturalmente mancare il Sosia Di Silvio™, che intende portare al mondo intero la sua testimonianza di pace.

Poco prima che Berlusconi salga sul palco, i vari deputati del Pdl si affacciano dalla balaustra e impartiscono la loro benedizione sulla folla sottostante.


Un ecumenico Maurizio “Sloth dei Goonies” Gasparri.

Sono all’incirca le 18 e 15. Le casse sparano l’inno di Mameli, e proprio in quel momento Berlusconi sale sul palco tra scene d’isteria collettiva e una selva di saluti romani.

Il discorso è breve (dura poco più di 10 minuti), ma intenso. “Vi devo dire, guardandovi negli occhi come ho fatto con i giudici, io sono innocente, non c'è mai stata una falsa fatturazione in Mediaset,” declama dal palco. Dopo la solita tirata contro i giudici (“impiegati statali che hanno fatto un compitino, vincendo un concorso”), Berlusconi professa la sua totale innocenza e promette all’Italia intera: “Io sono qui, resto qui e non mollo.”

Terminato il comizio si allontana (visibilmente commosso) e rientra a Palazzo Grazioli, salvo poi riaffacciarsi dalla finestra poco dopo per immergersi nell’ultimo bagno di folla, scandito—come si può sentire in questo agghiacciante video di Repubblica—da urla (“Forza Milan!”), apologie di fascismo e sindrome da balconite.

Mentre via del Plebiscito si svuota, a piazza Venezia il Popolo Dell’Amore aggredisce amorevolmente un’attivista del Popolo Viola, colpevole di reggere in mano un cartello che recita “Fuori i condannati dal Parlamento”. Gli ultra-sessantenni di Silvio sono scalmanati: volano spintoni, insulti e qualche monetina. L’ultima immagine che questa allucinante giornata ci regala è quella di un’attempata signora che cerca di colpire in testa con una bandiera di Forza Italia Gianfranco Mascia, attivista anti-berlusconiano di lungo corso.

In tutto ciò, Enrico Letta e il Pd—piombati nell’ennesima, inestricabile crisi politico-esistenziale a seguito sentenza della Cassazione—sono più preoccupati della tenuta di questo governo inutile, inconcludente e imbarazzante che della tenuta democratica del Paese. “I toni potevano essere decisamente peggiori,” avrebbe detto il premier ai suoi collaboratori. “Ci sono le condizioni per andare avanti.”

Ora, qualsiasi persona vagamente sana di mente è in grado di capire quello che è successo ieri: un pregiudicato (ormai) conclamato, con miriadi di pendenze giudiziarie in corso per reati gravi, ha tenuto un comizio incendiario su un palco abusivo. Si è trattato di una protesta teppistica, se non di esplicita eversione. Cosa avrebbe dovuto fare di più Berlusconi? Presentarsi con un fucile e sparare per aria? Spingere per far nominare Pietro Maso al Ministero per la Famiglia e le Pari Opportunità? Imbottire Sandro Bondi di tritolo e farlo esplodere davanti al Quirinale?

Il punto è che Berlusconi lucrerà persino da una condanna definitiva e farà il pieno alle urne anche questa volta, magari facendo campagna elettorale tra i tossici di qualche comunità di recupero. E mentre la maggior parte della popolazione è troppo impegnata a sopravvivere per accorgersi della deriva irreversibile che sta vivendo il sistema istituzionale di questo Paese, Marina Berlusconi è pronta a prendere le redini del partito e inaugurare una dinastia politico-affaristica degna del peggior regime post-sovietico.

E questo sì che sarebbe uno scenario che “vale una rivoluzione”, per dirla con la Santanchè.


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