Chissenefrega dei discorsi esistenziali

Di Michele R. Serra, foto di Paul Herbst

Si ringrazia Fabio Massimo Manini della Fondazione Rosellini, Roberto Corso, Stefania Guglielman e il forum Urania Mania.



Dice che non è un caso se il primo titolo Urania è uscito nove mesi prima di lui. Nel senso che lei, l’Urania, si è presentata al pubblico nell’ottobre 1952, mentre lui, Giuseppe Lippi, è nato nel luglio 1953. Nove mesi d’intervallo come quando si aspetta un bambino. Lippi, da improbabile-figlio-del-destino è diventato con il tempo amorevole padre della collana Mondadori che negli ultimi sessant’anni ha insegnato la fantascienza agli italiani. So che sembra una frase fatta, tipo quando si dice che Mike Bongiorno ha insegnato la lingua ai nonni, ma qui è vero: a parte gli inevitabili Dick, Ballard, Asimov, Sheckley, Matheson, Clarke, Zelazny, sotto il marchio Urania sono state stampate grandi pagine di Dean Koontz, Douglas Adams e pure di Lafayette Ronald “Ron” Hubbard (che ormai non possiamo evitare di considerare, semplicemente, uno dei più folli artisti del secolo passato).

Fin qui, si potrebbe obiettare, siamo dalle parti dell’ordinaria amministrazione: una bella collana di fantascienza è roba che avrebbero potuto fare anche altri. Ma c’è qualcosa che porta Urania sopra le nuvole, dalle parti del paradiso dell’editoria (che non è comunque un granché, come posto). Le copertine illustrate: all’inizio da Curt Caesar e Carlo Jacono—in libera uscita dai gialli—poi soprattutto da Karel Thole e, nell’ultimo decennio, Franco Brambilla. Tutti disegnatori terribilmente perfetti, ognuno a rappresentare lo stile di un’epoca.
Dentro e fuori, insomma, Urania è rimasta consistente nel corso degli anni. Qui si pone il dilemma: o hanno avuto un gran culo, o grandi editor. Io propendo per la seconda. Giuseppe Lippi è il curatore della collana dal 1990, il quarto in sessant’anni a fare questo mestiere: si avvia a eguagliare il record di longevità di Fruttero & Lucentini, che hanno occupato il posto per circa venticinque anni. Basta questo a renderlo praticamente la più importante autorità italiana sul tema fantascienza. In realtà poi ne sa moltissimo anche di Lovecraft, Kubrick e un sacco di altre cose e persone e artisti di cui non si parla nell’intervista qui sotto. Ah, sembra pure un tipo sincero. Oppure finge davvero bene.

VICE: Mi piace molto questo fatto che tu per vivere curi la più importante collana di fantascienza della storia dell’editoria italiana, però dici spesso cose tipo: “La fantascienza è in salute per quanto riguarda le arti visive, ma per quanto riguarda la letteratura, un po’ meno.” Sincero. Ma così non difendi proprio la tua posizione.
Giuseppe Lippi:
Eh, ma cosa dovrei dire? È un dato di fatto che la fantascienza letteraria abbia perso colpi sul mercato, e mica solo in Italia. Anche nell’Europa del nord, per esempio. In Svezia non esistono più collane di fantascienza. Non che abbiano smesso di pubblicare romanzi di genere, solo non esistono più spazi dedicati. Anche in Italia, dove resistono Urania e qualche altra collana, la situazione è comunque imparagonabile anche solo a quella di vent’anni fa, quando la proposta era molto più varia sia in edicola che in libreria, e soprattutto la fantascienza letteraria aveva una ricaduta culturale molto più rilevante: se ne interessavano i giornali, si leggevano un sacco di recensioni. Adesso molte delle case editrici storiche o non esistono più o hanno cambiato faccia, come la Nord che oggi pubblica soprattutto thriller fantastici o fantasy, o Fanucci che è diventato un editore generalista.

 
A SINISTRA: N. 1, Le sabbie di Marte, Arthur Charles Clarke, 10 Ottobre 1952, copertina di Curt Caesar. A DESTRA: N. 206, Io sono Helen Driscoll, Richard Matheson, 21 Giugno 1959, copertina di Carlo Jacono.

Probabile che la spiegazione più semplice sia vera: la fantascienza non è più cool. Nel senso che si pubblicano romanzi di medio successo che hanno chiare aderenze al genere fantascientifico, ma non sono etichettati come fantascienza. Cormac McCarthy, Ernest Cline, potremmo mettere in mezzo anche Murakami.
Ovvio che la gente segue le tendenze, e forse dal punto di vista culturale oggi le tendenze sono più forti che un tempo, ma chi legge fantascienza di solito non è interessato alle classifiche e spesso nemmeno al nome dell’autore. È uno che vuole leggere quel genere di racconto, quel tipo di storia fantastica. Molti autori che possiamo considerare parte del mainstream letterario hanno adottato tematiche fantascientifiche, ma chiaramente non è la stessa cosa: La strada di McCarthy che dicevi tu—un romanzo che ha avuto un impatto culturale, che ha venduto in libreria, che è diventato un film—è solo in parte fantascienza, no? Poi intendiamoci, io sono contento che esista questa produzione che attinge a piene mani dalla fantascienza.

Immagino.
Però il romanzo di fantascienza classico, un po’ come il giallo classico, portava a compimento un’operazione di scarnificazione: si liberava di tutto ciò che era superfluo, sia detto con molte virgolette, come prolungate descrizioni psicologiche dei personaggi, degli ambienti, riflessioni filosofiche o parafilosofiche, e ti metteva davanti al problema. Una bella incognita al centro, che fosse scientifica o, nel caso del giallo, poliziesca. Bisognava confrontarsi con quel problema, ovviamente attraverso un gioco di incastri e di specchi magari anche molto intricato, ma quello era il nocciolo della questione. Per questo anche, che ne so, Ammaniti può anche fare un romanzo a sfondo fantascientifico, ma non sarà mai un romanzo di Asimov.

Su questo siamo d’accordo, direi...
Sì, ma nel senso che l’autore letterario mainstream pesca il materiale e lo ricombina liberamente secondo le tendenze, le sue tendenze. L’autore di genere fa un’altra scelta, ha come una precisa volontà di mettere l’operazione fantastica al centro della narrazione, spogliata del resto, spesso usando— non sempre, sia chiaro—uno stile apparentemente dimesso. O forse sarebbe meglio dire aveva, visto che oggi vengono scritti, pubblicati e pure premiati racconti che potrebbero essere considerati più mainstream.

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