L'ultimo regista indipendente

Di Giorgio Viscardini

A) Stefano Calvagna è un regista indipendente emarginato dalla lobby cinematografica italiana di sinistra. Fa film da dieci anni e ogni volta lotta per la produzione, la realizzazione e la distribuzione dei suoi lavori. In Italia non lo apprezza nessuno, in America lo seguono e lo premiano. Nei suoi lavori parla di denuncia, cronaca e cose di tutti i giorni, tipo rapporti umani, sparatorie, pugili e ultras.

B) Stefano Calvagna è un povero pazzo che nella vita fa tutto quello che c’è da fare per lavorare nel cinema. Fa il regista, fa l’attore, scrive, produce, distribuisce e incassa critiche, tantissime, perché il brutto è che di tutte le cose che fa non ne porta a casa mezza e in Italia nessuno gli da retta. Di lui si dice che: i suoi film non sanno di niente, le sue interpretazioni rimpiangono Mario Merola barbiere e le sue opere richiedono un livello di incredulità tale da costringere lo spettatore a storie di droga e mefedrina.

Di Stefano potete pensare una cosa o l’altra, io un'idea ce l'ho e me la sono fatta grazie a questo, questo e questo. Se non vi convince è un vostro problema, siete dei miscredenti e vivrete per sempre di atarassia. Calcolate che Stefano non è solo regista e attore, ma che 1) ha anche fatto l'aiuto regista sul set di Beverly Hills 90210, e 2) è finito in carcere per 127 giorni. Se ancora non lo amate, siete degli infedeli. Quando l'ho intervistato non ero sicuro di cosa chiedergli, alcune critiche gli davano addosso, altre lo stroncavano senza appello, così abbiamo parlato un po' di tutto, dalle pallottole, a Vivere, passando per le sue cose, come L'ultimo ultras, un film in cui si parla di violenza ma anche di paternità, e in cui si passa in due scene dal conoscere una persona ad amarla per la vita. In mezzo c’è anche Sheva e non avrei potuto chiedere di meglio.



VICE: Io di te so che sei un tipo parecchio difficile, a cominciare dai tuoi film.
Stefano Calvagna:
Non posso negarlo. Il mio primo film è uscito nel ‘99. Era un periodo difficile, in giro c’erano Pieraccioni e Muccino con commedie e sentimenti. La mia opera prima parlava di quattro balordi che rapinavano banche, quelli della banda del taglierino. Era una sfida, e la critica non mi ha massacrato, anzi, Gian Luigi Rondi mi chiamò il Tarantino italiano.

Te l’hanno più detto?
Non altri critici, ma nell'ambiente capita ancora che si riferiscano a me così.

Poi sei passato ad altro, dal pregiudizio di L’uomo Spezzato ai commessi di Clerks.
Sì, dopo Senza Paura ho girato Arresti domiciliari, L’uomo spezzato e E guardo il mondo da un oblò. Con L’uomo spezzato ho voluto parlare di un insegnante accusato di molestie sessuali. Ho sempre amato i bambini, ne ho due e quando ho girato questo film ho voluto riflettere sulla fobia delle madri. Solo un sorriso, neanche più puoi toccarli che ti prendono per un mostro. Capisco l’attenzione, ma questo mi sembrava ingiusto, pura fobia.


E poi Clerks.
Sì, il film di Kevin Smith mi era piaciuto, e con E guardo il mondo da un oblò volevo darne una mia interpretazione. Girai tutto in una lavanderia a gettoni, non c’ero mai stato, le cose me le lavavo a casa, o mia o di mamma, e per scrivere il film ne frequentai una per mesi. Con quella commedia ho vinto il Monte-Carlo Film Festival de la Comédie, quello di Ezio Greggio.

Kevin Smith ha mai saputo del progetto?
Non credo.

Quando hai capito di voler fare cinema?
Nel 1981 sul set di C’era una volta in America. Nel mio palazzo viveva uno specialista degli effetti speciali, Giovanni. Una mattina venne da noi e disse a mia madre "Oggi Stefano non va a scuola, viene con me," mi prese e mi portò con sé. Non sapevo dove cazzo fossi ma mi ritrovai davanti a un attore con gli occhi spiritati. Mi diede un pizzicotto. Era James Wood, e da quel momento decisi il mio futuro.

Il cinema, ma sempre indipendente.
Esatto. Io film su Padre Pio o lucchetti di ponte Milvio non ne ho mai fatti. Ho anche rifiutato progetti grossi, con tanti soldi, ma no. I compromessi non mi sono mai piaciuti, non sono e non sarò mai un impiegato dello spettacolo. Resto della mia idea, anche quando scrivono cazzate.

Tipo che non sai scegliere se essere regista o attore.
Esatto, eppure sono in molti a fare la stessa cosa, in Italia e nel mondo. Scusa eh, ma Pieraccioni cosa fa? Perché non lo chiedono a lui? Perché fa commedie? Perché ha dietro Medusa? Perché fa gli incassi? Ma Nanni Moretti? Che sa recitare Nanni Moretti? Eppure lo fa, figurati, si è dovuto comprare un cinema per farlo, il Sacher. La gente deve smetterla di farsi i fatti degli altri, punto. Perché se io nasco attore, e poi decido di farmi un percorso, di studiare, e darmi alla regia, ma che cazzo vuoi? Ho visto tantissimi film, di tutti i generi, ho studiato, a New York, a Los Angeles, non mi sono inventato da zero.


Calvagna e il premio Oscar Steven Zaillian.

In America ti vogliono bene, no?
Di più, in America vengo riconosciuto, sono stato premiato davanti a 850 persone, al Chinese Theatre di Los Angeles, da Steven Zaillian, il premio Oscar di Schindler's List, non l’autore dei Cesaroni. Poi mi ha portato a casa sua e mi ha fatto la pizza. Ho le foto con l’Oscar di Zaillian e la pizza, capito? E di me ha detto "grande regista," "grande scrittore," capito? È assurdo, lì vengo apprezzato e invece in Italia c’è paura. Pensa che a Cinematografo l’intervista me l’hanno fatta in ufficio, non in Rai, pazzesco no?

Com’è andata sul set di Beverly Hills?
Benissimo, anche se in teoria non ci sarei potuto stare. Non avevo il visto, avevo solo l’SSN per aprire un conto in banca. Dopo otto mesi ho dovuto lasciare il Paese. Lì ho imparato tecniche di regia e professionalità, qui in Italia non c'è niente. La forma mentis americana è diversa, io cerco di ricrearla. Dei miei film parlo con tutti, macchinisti, elettricisti, perché sono loro che portano avanti il progetto. Poi mi rispondono "cavolo me ne frega, io devo portare un cartello," ma io ci provo.

Chi è il tuo attore ideale?
Difficile scegliere. Sulla mia lunghezza d’onda ti direi Steve Buscemi, o Edward Norton, sicuramente non i Clooney o i Brad Pitt. Dei 'vecchi' sicuramente Al Pacino, o De Niro, ma il primo, non quello di Manuali d’Amore. A New York ho avuto la stessa insegnante di Al Pacino, Geraldine Baron, con lei ho avuto modo di confrontarmi con gli attori con cui sono cresciuto. In Italia abbiamo attori molto bravi come Kim Rossi Stuart o Pierfrancesco Favino o Claudio Santamaria, anche se spesso sono costretti alla commedia, ma d’altra parte uno deve pur mangiare. I generi impegnati in Italia non pagano, adesso le cose stanno cambiando. Quando ho iniziato mi davano del pazzo, poi a dieci anni di distanza sono usciti i primi Romanzo criminale e Vallanzasca.

A chi ti senti più vicino come regista?
Non saprei, non ho mai avuto riferimenti specifici. Mi hanno accostato a Tarantino e lui mi è sempre piaciuto, ma sono sempre stato un fan di Kubrick. Avrò visto Arancia Meccanica 64 volte, lo so a memoria. Forse anche Leone. Sì dai, direi Kubrick e Leone.



Hai mai pensato di lasciare l‘Italia?
Se me ne andassi mi sembrerebbe di scappare. Mi sono ostinato a restare in questo Paese con la speranza che un giorno una testa di cazzo si svegli e dica "Guarda questo, gira un film con 15 mila euro agli arresti domiciliari." Nessuno è come me. Agli arresti domiciliari Roman Polanski ha montato un film, io l’ho girato, e con 15 mila euro. 15 mila, capito? Non i 42 milioni di euro di Tornatore per Baaria, un film che avrà incassato due milioni con i pop-corn, una cosa allucinante. Io con 500 mila euro ti faccio La guerra dei mondi. 42 milioni, questa è l’Italia.

Ti riferisci a Cronaca di un assurdo normale, no? Un film basato sulla tua vicenda giudiziaria.
Sì. Cronaca è stato il primo film nella storia del cinema girato agli arresti domiciliari. Per la prima volta ho raccontato un fatto di cronaca in cui il protagonista ero io, e tutto con pochi spicci, meno di quanto costi il backstage di Zalone o dei Soliti Idioti. E il riscontro è stato fantastico. A New York ho fatto sold out, in sala c'era anche Harvey Keitel, un successo. E in fondo non ho fatto altro che raccontare la mia storia.

Me ne vuoi parlare?
Non è facile, ho trascorso mesi in una cella di sei metri quadrati. 127 giorni di custodia cautelare.

Una situazione complicata.
Guarda, senza entrare nel merito della cosa, con la giustizia me ne sono capitate di ogni. Una volta un Pm mi ha accusato di essere legato ad ambienti criminali, di lavorare nel traffico di armi e di avere a che fare con la malavita romana, per strozzinaggi e cose del genere.

E non era vero.
Era vero nei miei film, Il lupo, dove interpretavo Gladio, e ne Il peso dell’aria. Di sicuro non nella vita reale.

Come ha reagito il pm quando gli avete detto la verità?
Be’, il mio avvocato gli ha rotto il culo e quando si sono dati la mano il pm gli ha chiesto scusa, gli ha detto che era colpa mia, che ero stato troppo bravo in quel ruolo. Ma bravo sto cazzo, mi stava facendo condannare per due reati che non avevo commesso.



A volte mi sembra di vedere un po' di fiction nei tuoi personaggi, mi sbaglio?
Non proprio, ma non dipende dal mio passato televisivo. Ho una sensibilità molto particolare e spesso uso dei metodi 'onirici' per raccontare qualcosa. Quello che vedi fa parte di me, del mio Io più intimo, e delle mie esperienze, anche di quelle più dure.

Come la violenza del tuo L'ultimo ultras, eri un ultras?
Sì, ho vissuto lo stadio, la curva, ho fatto parte dei responsabili di un gruppo. Ho seguito molto la Lazio e mi sono ritrovato in situazioni difficili, a Bergamo, a Pescara e se avessi voluto avrei potuto raccontare quel mondo fino in fondo.

Invece hai voluto toccare il tema calcio partendo da un discorso umano.
Esatto, L’ultimo ultras è un film di uno spessore incredibile, ho raccontato la storia di un uomo, e della sua crescita, partendo da un discorso molto concreto come la violenza e la morte.

Com'è che in Italia la tematica 'calcio' non funziona al cinema?
Da noi funzionano i cine-panettoni, le tette e i culi. Eppure all’estero sul calcio si son fatti film belli, da Goal! a Hooligans. Sul calcio in Italia hanno girato un solo film che è Ultimo Minuto di Pupi Avati, un film che si ferma a metà, non era fatto male, ma era incompleto. Quello è stato l’unico film italiano sul calcio giocato. La paura è che un film sul calcio non funzioni, o che vada troppo in profondità.

Cosa che tu hai raggiunto usando Sheva. Perché?
Ho cercato di prendere un campione, non potevo prendere una pippa, e ai tempi Sheva era una bandiera. Io l’ho usato per trasmettere un messaggio importante, che gli ultras hanno un cuore, e che ci credono veramente. I giocatori non se ne rendono conto, ma grazie a Sheva ho potuto dirlo a tutti.

Le critiche non sono state delle migliori, dal soggetto all’interpretazione, tipo le botte.
La critica in Italia è troppo spesso di parte. Le scene di lotta erano tutte vere, i colpi, i pugni, tutto. Non avevo tempo per fare le cose con calma, e quando sono arrivati i ragazzi del Milan l’unica cosa che gli ho detto è stata, "Menateve. Sappiate solo che io e questo qui siamo i protagonisti del film, regolatevi, non fate danni, non affondate troppo, ma dateci giù." Ed è andata bene.

Parlando un po’ di critica, come la affronti? Ti è mai capitato di riconoscerne una costruttiva?
Non molto spesso, ma sì. Quando si critica in Italia sembra quasi che si parli di pettegolezzi. In Italia funzionano gli attacchi personali. I critici dovrebbero dimenticarsi le loro frustrazioni. Molti sono costretti dietro una scrivania perché incapaci di fare altro. A volte capita anche che una casa di produzione dica come scrivere, e c’è sempre chi si fa comprare, io lo so. Anche questa è l’Italia, ma d‘altra parte, più se ne parla e meglio è.

Tolto il cinema cosa fai?
Be’ sono un grande appassionato di musica, suono la batteria e canto. Ho una collezione di orologi, e sono pieno di tatuaggi. Poi vabe' seguo il calcio, la Lazio, e mi piacciono le macchine.

Come tutti gli italiani. E progetti futuri, ne hai?
Sto lavorando a un progetto importante, si chiamerà Cuore in ballottaggio. Inizierò a girare ai primi di marzo e dopo l’estate sarà pronto. Lo presenterò anche a Milano, così potrai vederlo anche tu.

Non vedo l'ora.
 

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