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      I consultori canadesi per l'aborto vi fanno il lavaggio del cervello

      July 2, 2013

      Di Tamara Khandaker

      Attenzione: questo articolo contiene materiale esplicito. Tutte le immagini sono tratte dal materiale informativo del centro Aid to Women.

      Se avete scoperto di essere incinte e siete nel panico, ci sono buone probabilità che la vostra ricerca vi porti al sito di un crisis center per donne incinte. In Canada ce ne sono almeno 200, 4000 negli Stati Uniti, e stando a quanto dicono le loro pubblicità offrono un servizio di consulenza per donne che vogliono sapere quali opzioni hanno, senza essere giudicate. Il più delle volte non diranno di essere organizzazioni religiose che fanno del loro meglio per convincere chi chiede aiuto a non abortire. Hanno nomi apparentemente innocui, come Aid to Women o Pregnancy Care Center e, a un occhio inesperto, non sembrano gestiti da persone senza scrupoli. Ma la realtà è ben diversa.  

      Quando ho chiamato l'Aid to Women di Toronto per fissare un consulto, ho parlato con Enza Ratterini, la direttrice. All'inizio sembrava amichevole, ma non ci ha messo tanto a trasformare quella che doveva essere una semplice telefonata in un vero e proprio interrogatorio.

      Nulla di quello che ho detto a Enza è vero. Non sono incinta di sei mesi, non ho un ragazzo e non ho bisogno di un consulto. Ma ho sentito così tante storie orribili su questi centri che volevo indagare.

      “Dove hai trovato il nostro numero?” mi ha chiede Enza. Me l'ha dato il mio ragazzo. “Come si chiama il tuo ragazzo?” Ho mugugnato il primo nome che mi è venuto in mente. “Oh, ok. Dove ha preso il nostro numero? Sono solo curiosa. Vogliamo capire come le persone vengono a sapere di noi.” Non sono molto brava a dire bugie. Provo la scusa di internet. Fortunatamente, Enza sembra soddisfatta—sono solo una vulnerabile ragazza incinta bisognosa di consigli.

      Qualche volta, mi dice, le ragazze escono da una clinica abortiva e scoprono che i titolari le hanno raccontato solo bugie, e non vuole che succeda anche a me. Mi chiedo come si sentano le donne che, una volta incappate nella clinica, scoprono di essere state manipolate da un'organizzazione anti-abortista.  

      Aid to Women è una organizzazione pro-vita, mi dice Enza, e da questo capisco che non devo aspettarmi una consulenza imparziale. C’è così tanto da dire, confessa lei, e qualche volta è meglio parlare con un estraneo. La sua voce è confortante e piena di preoccupazione apparentemente sincera. Dice che non mi sbatterà mai la porta in faccia. Stai calma, dice, ne parliamo domani. Attacco la cornetta. Se fossi stata incinta, probabilmente mi sarei fidata.

      Il giorno dopo, quando arrivo alla clinica con un’amica, trovo Enza ad accoglierci. Abbraccia entrambe. È più giovane di quanto pensassi e ha la faccia di una con cui potrei fare amicizia. Ci scorta per una lunga rampa di scale, e poi in quella che sembra una sala d’attesa di uno studio medico. Passiamo a una stanza-consultorio, dove ci viene offerto da bere. Mi viene messo in mano un modulo da riempire. Chiunque entri deve riempire il modulo in modo che lo staff possa essere di maggiore aiuto. Insieme ai dettagli sulla mia situazione e  sulle mie condizioni mediche, il modulo richiede di specificare quale sia la mia intenzione rispetto alla gravidanza. Spunto “Abortire”.

      Sugli scaffali ci sono libri sull’essere genitore, e un grande plastico di un feto all’interno di un utero. Il modulo che ho appena riempito sembra essere esaustivo, tanto da poter scambiare il centro per un vero ambulatorio medico.

      Enza torna e nota che la mia amica guarda un collage di foto di donne con i loro neonati. "Non sono bellissimi? Non viene voglia di mangiarli tutti?" Si siede. "Allora, cosa succede? Parliamone."

      Ho fatto cinque test di gravidanza e sono alla sesta settimana, le dico. Il mio fidanzato è un po’ più grande di me e pensa che dovrei tenere il bambino—voleva che venissi qui per considerare tutte le possibilità prima di prendere una decisione, ma, fondamentalmente, la mia scelta sarebbe l’aborto. Ho 22 anni e non posso prendermi cura di un figlio. E la mia famiglia non sarebbe comunque d'accordo. 

      Enza sembra comprensiva. Molte donne che vengono al centro e parlano con lei sono sulla stessa barca, ma ci sono vie migliori dell’aborto, mi spiega. Enza non rompe mai il contatto visivo. “Lo so che è dura, tesoro. Ma devi essere coraggiosa.”

      L'ora seguente è dedicata a una lezioncina molto convincente—e a tratti orribile—sulle potenziali conseguenze fisiche ed emotive dovute all'interruzione della gravidanza.

      “Se lo fai il tuo fidanzato ti lascerà, posso dirtelo con certezza,” dice risoluta. Non riguarda solo me. Certo, ho degli obiettivi e cose che voglio ottenere nella mia vita, ma non è un tantino egoista privare il mio ragazzo della possibilità di diventare padre? E se tra qualche anno volessi avere un figlio e non potessi rimanere incinta? Questo succede più spesso di quanto si pensi, mi dice Enza.

      Subito dopo, Enza trasforma la prospettiva di infertilità in un destino certo. “Quando” non sarò in grado di rimanere incinta, rimpiangerò l'aver abortito. Potrei sentirmi sollevata, all’inizio. Ma il senso di colpa e la vergogna di fare una scelta coscientemente sbagliata finiranno per ossessionarmi. Succede a ogni donna. Enza ha incontrato donne di 50 o 60 anni che sono state perseguitate per tutta la vita dalla scelta di abortire fatta quando di anni ne avevano 18. Alcune hanno le allucinazioni e sentono le voci dei loro bambini. Tante entrano in crisi al ricorrere della data dell’aborto, alcune ogni anno, altre ogni mese. Alcune ragazze finiscono per strada, tossicodipendenti e alcolizzate per via della depressione. Alcune si vogliono uccidere. Enza dice di aver incontrato tutti questi casi in prima persona.  

      A questo punto, forse perché sono una pessima attrice e cerco di non scoppiare a riderle in faccia, Enza mi confessa di avere la sensazione che io non le creda e pensi di poter facilmente evitare quel destino. “Non sei immune da tutto questo, tesoro.”

       
      Poi parliamo dei rischi fisici: la perforazione dell’utero e della cervice, emorragie, infezioni, parti di feto rimaste “dentro” che accrescono il rischio di infertilità. Enza mi spiega la procedura con l’aiuto di diagrammi specifici. Ma i miei occhi sono fissi sulle immagini di un feto abortito, coperto di sangue, a cui lei non fa accenno. Abortire aumenta il rischio di cancro al seno del 40 percento, spiega. I medici rifiutano di ammetterlo, visto che gli aborti sono una miniera d’oro. Come aumenta il rischio? Enza non è brava con la terminologia scientifica, quindi me lo spiega in parole semplici. Quando sei incinta, il seno cresce e gli equilibri ormonali cambiano in modo che sia possibile produrre latte. L’aborto è innaturale, e interrompere la gravidanza improvvisamente causa a uno scompenso, aumentando il rischio di cancro.

      Mi porta una scatola con piccoli modellini di feti a stadi differenti della gravidanza. “Sono così carini!” Ne estrae uno che dovrebbe rappresentare un feto di sei settimane, “Toccalo!” insiste. Obbedisco. “Questo è come il tuo bambino, ora.” Se fossi davvero incinta, questo sarebbe il momento giusto per scoppiare a piangere.

      Proseguiamo parlando delle alternative all’aborto. Se scegliessi di tenere il bambino e crescerlo io, il centro potrebbe aiutarmi con tutto, dai pannolini all’affitto, mi spiega. Se volessi, Enza potrebbe anche aiutarmi a dirlo ai miei genitori, se può essere utile. L’adozione è un’altra opzione da considerare. Non sentirei il dolore dell’aborto e darei il dono della vita a un’altra coppia, e mi riprenderei più facilmente sapendo mio figlio in buone mani.

      Prima che me ne vada, Enza mi dà qualche brochure con tutto quello ci che siamo dette. Sul retro di una c’è una foto di bambini morti, impilati l’uno sopra l’altro. “Rifiuti umani,” dice la didascalia. Apro un altro volantino dove trovo due immagini simili. “Questo è quello che rimane dopo che un feto di otto settimane è stato ucciso da un aborto per suzione.”

      "Non posso prendere la decisione per te, ma credi in Dio, e in cuor tuo sai che l’aborto è la scelta sbagliata," mi dice Enza, aggiungendo che sono una bella ragazza e che mi ricorderà nelle sue preghiere. “Il tuo fidanzato è un bravo ragazzo.” Altro grande abbraccio.
       
       
      Esco e tiro un sospiro di sollievo. Guardo la mia amica, e siamo entrambe senza parole. Cosa è successo? Sono traumatizzata. Ma come mi sarei sentita se fossi stata effettivamente incinta? Come mi sarei sentita se non avessi saputo che mi stavano riempiendo la testa di fesserie? Nonostante questo, Enza mi piace. Sono sicura che molte donne si sono fidate di lei. Il peggio è stato non tanto il tentativo di farmi sentire in colpa e di farmi vergognare, ma piuttosto il falso consulto medico. 

      In primo luogo, non c’è collegamento tra aborto e cancro al seno. Nel 2003, il National Cancer Institute canadese ha organizzato un workshop con oltre 100 esperti mondiali, i quali hanno smentito le prove esistenti e affermato che né l’aborto spontaneo né l’aborto indotto sono associati a un incremento del rischio di cancro al seno.

      Enza mi ha detto più volte che varie donne si sono profondamente pentite di aver scelto l’aborto, visto che l’intervento ha reso loro impossibile concepire nuovamente, e in una delle brochure che ho ricevuto, l’infertilità era indicata come un possibile rischio per la salute della donna che abortisce. Ma, secondo il Royal College of Obstetrician e Gynaecologists inglese, non ci sono prove per dimostrare il collegamento tra aborto e infertilità.

      Lo stesso istituto assicura che gli altri rischi evidenziati da Enza ed elencati nella brochure—perforazione dell’utero ed emorragia—non sono comuni. Colpiscono solo una donna su mille, e ancora meno se l’aborto avviene ai primi stadi di gravidanza. 

       
      Mentre Enza non ha usato il termine “sindrome post-aborto”, questo è il modo in cui, secondo un'indagine del Toronto Star, i centri come il suo chiamano i rischi per la salute mentale, quali depressione, ansia, abuso di droga e istinti suicidi. Nonostante tutto ciò, la sindrome post-aborto non è riconosciuta come una vera malattia mentale dall’American Psychiatric Association. Non voglio dire che non ci siano effetti collaterali psicologici dopo un aborto, è solo per mettere in luce il fatto che questi centri non hanno una vera "conoscenza medica".

      Nel 2008, la American Psychiatric Association ha creato una task force per esaminare tutte le ricerche fatte sulla correlazione tra aborto e salute mentale. Non sono state trovate prove che abortire causi problemi psicologici. Le implicazioni psicologiche sono rare e il senso di perdita e l'ansia potrebbero essere facilmente associati con le cause che hanno indotto la donna ad abortire, e non con l’abortire in sé.

      Il pensiero di una giovane e ingenua ragazza incinta che si reca a un centro Aid to Women per ottenere un consulto medico è triste e terrificante. Difendete pure il diritto all’espressione, ma spaventare le donne per convincerle a tenere i figli con bugie e mezze verità non ha senso. Dire che i fidanzati le lasceranno in seguito all’aborto, dopo che loro stesse hanno dichiarato di voler interrompere la gravidanza, non è etico.

      In Canada non ci sono piani normativi per questi centri, e non fanno capo a nessuno, essendo finanziati principalmente da donazioni. Non tutti i centri hanno la mano pesante come quello che ho descritto (ne ho visitati altri due), ma sono troppi quelli che continuano a nascondere le proprie motivazioni religiose alle donne incinte che hanno attratto con false promesse. Anche se la mia esperienza alla clinica Aid to Women è stata incredibilmente spiacevole, non riesco a immaginare come mi sarei sentita se fossi stata davvero incinta e convinta di essere in un posto il cui personale era lì per darmi tutte le informazioni di cui avevo bisogno. 


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      La marcia della morte

       

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      Tag: cliniche, aborto, Canada, pro-vita, pro-scelta, antiabortisti

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