Demented parla da solo

Sonore poesie in faccia

Di Demented Burrocacao


Illustrazione di Simone Tso.

Sono sicuro che allo scrivere la parola POESIA la maggior parte di voi dirà: ammazza che palle. Forse qualcuno l’assocerà al concetto vago di “poetico”, che di fondo non vuol dire un cazzo: è però questo concetto a portare avanti—oggi come oggi—l’idea della poesia nelle masse. E allora, come nel famoso film L’attimo fuggente: che cos’è la poesia? E perché ci rompe tanto i coglioni ad ascoltarla quasi fosse sorella gemella del teatro (altra cosa alla quale ad esempio i “giovani” non sono avvezzi)? Be', la poesia è un modo per dipingere un quadro con le parole, per far diventare altro “livello di coscienza” quello che sarebbe solo mera brutale parola scritta. Si recita, quindi in sé ha tutto lo slancio performativo per unire il linguaggio del corpo al linguaggio scritto/parlato, con le sue proprie inflessioni che non sono musica, ma “musicali”. Vabe’, per farla breve: la poesia originariamente era pensata per essere un atto performativo/evocativo, tanto che veniva accompagnata con la lira e declamata in maniera puramente orale e alla Paganini “non si ripeteva”, prima ancora che arrivasse la scrittura a incasinare tutto. Il linguaggio si piegava mano mano alle esigenze sonore del testo (scritto o tramandato), al punto che a una certa sono sparite le rime e il verso è diventato sciolto fino alle più estreme conseguenze, fino alla libertà assoluta. Insomma, mica male: ci sarebbe però da chiedersi perché in un reading di poesia di solito ci sale lo sbadiglio. E la risposta potrebbe essere la seguente.

Purtroppo la poesia ha subìto una serie di attentati alla sua libertà, incasellata in contesti chiusi, settari, col mito del raccoglimento, col fiato dell’accademia sul collo. Non è raro trovare poeti incapaci di declamare con personalità le proprie poesie, ma ostinati nel calpestare orme di altri (uno per tutti Bene), seduti su seggioline, che alla fine fanno addormentare tutti credendo di essere poeti vate e invece sono solo poeti water. L’equivoco parte dal fatto che la poesia scritta, nonostante non sia più roba da best selling, abbia più valore di quella “agita” e il poeta ti guarda dall’alto in basso come dire “io sono un poeta, sono stocazzo.” E il motivo per cui certe cose non funzionano è che, appunto, storicamente la poesia sta attraversando un periodo aleatorio, oltre l’ebook, oltre l’mp3: dovrebbe essere chiaro visto che nell’ambiente i soldi non girano. Diciamo che dopo essersi travasata da un pezzo nelle canzoni—che poi è anche tradizionale in fondo, vedi i lieder tedeschi, il folk: poesie musicate antenate delle canzonette—spostandosi nell’hip hop ha tentato di riprendersi il suo posto nella storia: ritornando alle origini, nella fase orale, ma intorno a lei i baroni si ostinano comunque a chiuderla in gabbia. Voi mi direte: bene, allora buttiamoci nell’avanguardia. Magari, purtroppo in quei territori si trovano dei colossali spacconi, gente che si autoproclama “Maestro”, fomentati che pensano che fare due scuregge con la bocca significhi fare qualcosa di mai sentito, rimastini delle esperienze surreal/futuriste il cui fine ultimo è quello di farci odiare definitivamente la poesia con le loro stramberie, perché invece di distruggerla la tengono romanticamente in considerazione—altrimenti non si porrebbero il problema di superarla artificialmente.

Eppure i futuristi hanno dato il La a una serie di rivoluzioni sul tema: precursori, visionari, ad esempio con Francesco Cangiullo e il suo Caffeconcerto: Alfabeto a sorpresa in cui le lettere dell’alfabeto si animano diventando i personaggi dello spettacolo e Il mobilio futurista in cui farneticava di mobili parlanti (!). Insomma, già da allora c’erano i semi di quella che sarà poi la Poesia Visuale, la poesia totale e la poesia sonora: cioè, oggi come oggi, il modo per ripartire.

Di che si tratta? Non si tratta di esperienze nuove, ma neanche vecchie: per tanto tempo relegate a situazioni sperimentali, ora hanno la possibilità di diventare popolari. D’altronde ufficialmente la poesia sonora nasce con la diffusione del rock'n'roll e del registratore a nastro, sebbene il termine sia di un dadaista, Hugo Ball, e nonostante Antonin Artaud già negli anni Quaranta si producesse in vocalità surreali. Il registratore a nastro permette al poeta di liberarsi: l’autore può addirittura permettersi di non recitare e di sviluppare una multimedialità che prevede la performance, il suono puro, lo spappolamento più o meno spontaneista della parola per cercare una comunicazione “extraverbale”. Gente come Henri Chopin, recentemente scomparso, che è diventato un mito negli ambienti della musica più estrema quanto di quella più arty/weird, tanto che a ottant’anni suonati stava vivendo una nuova giovinezza. Dalla forse un po’ fredda multimedialità degli anni Novanta—costellata però di spoken words punk, con in testa Burroughs e Henry Rollins dei Black Flag—si ritorna alla fisicità, alla voce. Allo sbrago, che non è una posa ma reale bisogno di esprimere con il linguaggio dell’alluce quanto delle ciglia una urgenza espressiva incontrollabile. Con l’elettronica e il computer, dalla beat generation di Brion Gysin in poi, si può maciullare qualsiasi cosa, la voce diventa sintetizzatore, si può stravolgere come sottolineare: chi conoscerà la collana Erratum sa di cosa parlo. Diventa poesia anche una voce “stirata” elettronicamente all’infinito. Ma soprattutto, tutti conoscerete Demetrio Stratos, il cantante degli Area, con il quale la voce è salita al rango di poesia in sé aiutato anche dal compare Nanni Balestrini, fra i pionieri dell’uso del calcolatore elettronico in questo campo.

Sviluppare qualcosa che va verso l’extraverbale implica riuscire ad abbattere la torre di Babele del “cosa significa”. La poesia, da sempre e per sempre schiava delle traduzioni, in questo caso può arrivare all’ascoltatore in modo diretto in qualsiasi parte del globo. Uno potrebbe obiettare che ci sono esempi di musica sperimentale in cui si fanno cose molto simili: sì, ma è l’attitudine quello che conta. La poesia in primo piano, il linguaggio al primo posto e il resto mancia, questo fa la differenza. Dici dai la colpa solo ai poeti e al pubblico ignorante, no? Be', una poesia riuscita dovrebbe arrivare a tutti, e questo è un modo per farlo

Tutto questo all’estero diciamo è una realtà: basta girare in Germania, in Austria, in Francia nei negozi di dischi specializzati in elettronica, tutti pieni di dischi di poesia sonora/sperimentale. Vieni qua in italia e a parte alcuni esempi tipo Sound Ohm non ci trovi un cazzo e la gente non sa un cazzo. Che poi, a continuare la tradizione e ristampare cataloghi storici della disciplina ci pensano gli italiani (vedi la fiorentina Alga Marghen). Nemo profeta in patria insomma: e infatti una delle attuali etichette è italiana, ma lavora a Londra. La My Dance The Skull: il suo “manifesto” recita: "Our vision is focused on contemporary drawing, photography, ordinary objects, bullets, fashion, poetry, leaves, death, human behaviour, drama, gestures, life, dusty glass, blood, detailed lines and abstract prose, paper cut outs, video, violence, ink, protest, brutality, love, sex, sugar, blue collage, sound, curating, confusion, eyes, screaming, infamy and shame, light, absurdity and you" e quello che propone è roba—appunto—decisamente orfica, potente e baccanalica: come la tape di Ludo Mich, storico ed eclettico personaggio del Fluxus belga, che riprende la tragedia greca come punto di partenza/arrivo per una “sacralità “ della voce in quanto portatrice di verità ancestrali nella maggior parte dei casi ancora sconosciute.

Insomma, c’è un esponenziale aumento di interesse per la materia, c’è chi da anni scartabella i cassetti per trovare materiale talmente singolare da essere indefinibile. Ecco, probabilmente è tempo per una “poesia sonoramente singolare”. Ovviamente c’è anche chi ha profetizzato, se non decretato, la morte di una certa concezione della poesia sonora: be', sfido io. C’era rischio di fallimento simile a quello dei surrealisti e dei futuristi che ritrovano le loro idee succhiate da pubblicitari senza scrupoli. Enzo Minarelli è il nome di costui: negli anni Ottanta conia il termine “polipoesia”, che fondamentalmente è questo. Chissà se sapeva che act powerelectronics quali i Withehouse e il loro poeta Peter Sotos—in ambito underground—stavano percorrendo le stesse strade che oggi portano dirette agli Angels In America: un ibridone fra poesia suono rumore musica caciara istinto multiforme che incasellare in un genere non rende giustizia.

Ebbene, state sbadigliando? Allora per voi è tempo di staccarvi dalla parola scritta, avete ragione. Vi serve un posto dove vivere direttamente certe cose, mettiamo un festival come fu il fantastico Colour out of Space di Dylan Nyoukis, magari in miniatura. Nel nostro piccolo lo stiamo organizzando: si chiama Poesia Carnosa e il 29 giugno sarà a Roma. Fateci un salto e potrete gustarvi buona metà dei nomi sopracitati come fossero calici di delizioso inchiostro.


Segui Demented su Twitter: @DementedThement

Settimana scorsa: Prendi a calcio Demented

 

Commenta