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      Tu non sei diverso

      May 23, 2012


      Foto dalla serie Flygirls, Rotterdam, 2002.

      Exactitudes, il progetto fotografico avviato nel 1994 dal fotografo olandese Ari Versluis e dalla profiler Ellie Uyttenbroek, è probabilmente il modo migliore per distruggere ogni possibile fantasia sull'individualità. Nello specifico, si tratta di uno studio antropologico di tutti i gruppi sociali e sottoculture che i due sono riusciti a far entrare nel loro studio, dai ragazzi di Pechino ossessionati dalla Scream Records alle donne italiane impellicciate passando per i padri-casalinghi e i rocker religiosi di Rotterdam. I membri di ogni gruppo vengono fotografati in un ambiente neutro, e le successivamente le foto sono inserite in una griglia, per sottolineare somiglianze e differenze. Ho parlato del progetto e del suo significato con Ari.


      Skaters, Rotterdam, 1997.

      VICE: Quando hai iniziato a lavorare a Exactitudes pensavi che sarebbe diventato un progetto così vasto?
      Ari Versluis:
      No, in realtà è cominciato per caso. Un'azienda di telecomunicazioni olandese mi aveva incaricato di fotografare la cultura giovanile, e a Rotterdam era appena esploso lo stile gabber. Sono partito da loro.

      E poi?
      Qualche tempo dopo eravamo nello studio, avevamo bevuto un po' troppo vino, e abbiamo pensato sarebbe stato bellissimo avere centinaia di ritratti identici, quindi siamo andati al Nightmares, un grande party gabber all'Energy Hall di Rotterdam, e abbiamo chiesto a un certo numero di ragazzi di venire nel nostro studio. Tanti erano drogati, ma siamo riusciti a portarne qualcuno, e la cosa è piaciuta ai media olandesi, perché si era già scritto sui gabber, ma nessuno era riuscito a fotografarli prima di noi. Da allora non ci siamo più fermati.

      All'inizio la moda giocava un ruolo importante? O si trattava più di rappresentare i gruppi sociali?
      Be', la moda è un linguaggio. Può essere un linguaggio molto delicato, oppure uno che si urla a squarciagola, ma sempre e comunque legato all'identità. Noi puntiamo alle identità piuttosto che alle tendenze, ma, ovviamente, la moda e l'abbigliamento sono le prime cose che si notano. Per questo cerchiamo di essere molto precisi, perché in questi gruppi sono i dettagli a determinare lo stile.


      Gabberbitches, Rotterdam, 1996.

      Fate lo styling dei vostri modelli?
      No, per niente. Infatti a Ellie non va più di essere chiamata stylist, preferisce definirsi una profiler. Quando abbiamo iniziato in giro non si vedeva molto styling. C'era qualcosa in Gran Bretagna, con Simon Foxton e i-D, mentre al giorno d'oggi sono tutti stylist, e il termine ha perso di valore. Si crea confusione perché la gente pensa che siamo noi a vestire le persone, cosa che non facciamo mai. Se vediamo qualcuno che ci piace per strada gli chiediamo di venire da noi con gli stessi identici vestiti.

      Come decidete quali nuovi gruppi vale la pena fotografare?
      Cerchiamo di essere molto aperti e imparziali quando iniziamo un nuovo progetto, ed è molto difficile perché si hanno sempre delle vaghe aspettative su come saranno i gruppi. Ma bisogna stare attenti, altrimenti si cade nel cliché. Nell'ultima serie che abbiamo fatto, per esempio, siamo andati in giro per Milano—centri commerciali, locali, teatri, supermercati—guardandoci intorno e osservando le persone finché non abbiamo trovato qualcosa di significativo.

      Quindi un gruppo deve avere alle spalle una vera e propria cultura perché voi lo includiate in Exactitudes?
      Sì, penso di sì. Ma la cosa più interessante è che solo il tempo potrà dire se un gruppo sociale è davvero importante come credevamo quando lo abbiamo immortalato. Come ha detto Susan Sontag, quando una fotografia invecchia, o diventa più importante, o dimostra di non esserlo affatto.


      Gimmies, Praia, 2004.

      C'è qualche gruppo ormai tramontato che rimpiangete di non aver fotografato?
      Sì, diversi, ma fa parte dello stimolo a continuare. In ogni caso, ci sono anche dei motivi per cui non li abbiamo fotografati. Alcuni, ad esempio, erano troppo violenti, politicizzati o religiosi, e tutti questi fattori rendono difficile inserirsi nel gruppo e convincerlo a farsi fotografare. Qui in Olanda, arrivare ai giovani marocchini o alle ragazze musulmane alla moda non è facile. Il fatto che un gruppo sia facilmente riconoscibile per strada non significa che sia altrettanto semplice fotografarlo.

      Parliamo delle diverse serie. Ad alcune hai dato tu un nome, vero? Come Cocktails & Dreams.
      Sì, in Cocktails & Dreams ci sono delle ragazze delle Antille Olandesi, un gruppo molto presente in Olanda. Sono caraibiche, non olandesi, ecco perché le abbiamo chiamate Cocktails & Dreams. Potevamo chiamarle “ragazze dei Caraibi olandesi” ma non era un nome molto divertente.


      Ghouilles, Rotterdam, 2002.

      Già. Cosa mi dici di Smas?
      Oh, Smas è un termine giovanile olandese per definire una ragazza dura. Sono molti i nomi propri della realtà olandese. Un altro esempio è Speedfreaks, che si riferisce ai frequentatori del Now & Wow, un locale conosciuto in tutto il Paese. C'era una serata chiamata Speedfreaks, in cui le persone si vestivano con uno stile simile ai Tecktonik francesi—gel sui capelli, roba così. Questa tendenza ha segnato un grande cambiamento tra i gruppi sociali olandesi perché includeva tanti musulmani, che fino a quel momento non erano stati particolarmente visibili nel panorama delle culture giovanili.

      Ah, interessante. E i Chillers? Sembrano fighi.
      Si tratta di una serie interamente dedicata al primo anno alle superiori. Dopo aver visto tanti studenti abbiamo notato che in ogni classe c'era sempre uno che spiccava e faceva cose diverse dagli altri. Il primo skater, il primo che si tingeva i capelli, etc.


      Cassette Gang, Londra, 2008.

      Ho visto che hai fotografato quelli di Cassette Playa. In quel caso hai usato un approccio diverso dal solito. Perché?
      Sì, non è un Exactitude vero e proprio, nel senso che è incentrato su uno stilista piuttosto che su un particolare gruppo sociale, ma eravamo a Londra e ci piacevano le cose di Carri Mundane, quindi ho pensato che sarebbe stato figo invitarla allo studio con alcuni suoi amici. Abbiamo fatto altre serie simili, come quella di Haider Ackermann, ma quella di Cassette Playa è stata l'unica inserita nel libro.

      Figo. Credo che il miglior modo per misurare il successo nella moda sia vedere se intorno a uno stilista si crea una nuova scena. È qualcosa che noti di frequente? 
      Sì, capita. French Touch, per esempio, è stata scattata a Bordeaux nel periodo d'oro di Hedi Slimane. A Parigi ogni ragazzo di una determinata età ne imitava lo stile; ma per noi era più interessante cogliere il fenomeno a Bordeaux, a 600 km da Parigi, per capire quanto si estendesse questa influenza. Altro caso è quello della serie sui modelli, Naturals. È venuto fuori che il 95 percento di loro indossava capi di Helmut Lang, cosa che non avevamo previsto e che abbiamo scoperto solo dopo. Detto questo, preferiamo le cose che le persone si creano da sole, piuttosto che i capi di qualche stilista. 


      Leathermen, Rotterdam, 1998.

      Mi sembra giusto. C'è un gruppo che ti ha appassionato?
      I gabber. È la prima serie del progetto, e ne sono entusiasta. È stata la prima vera cultura giovanile olandese, fatta di ragazzi che ascoltavano hardcore e techno pesante e si mettevano tute fluorescenti. Era pazzesco. Rotterdam è passata da non avere nessuna etichetta discografica ad averne improvvisamente 2000, tutte gabber, ed è successo prima di internet, quindi era qualcosa di nostrano e genuino. Inoltre, grazie a loro è cambiato il modo in cui si guarda allo street style in Olanda—ci ha fatto cambiare parametri. Quindi sì, penso che per noi sia questa la serie chiave.

      Penso di essere d'accordo. Un'ultima cosa, c'è qualche sottotesto, un messaggio che hai sviluppato negli anni di lavoro al progetto? O è solo una documentazione delle sottoculture?
      Dopo quasi vent'anni di osservazione delle persone e di attenta analisi di ogni dettaglio, sento che il principio di non giudicare mai nessuno sia ormai parte di me. È una visione molto umanistica, e forse non è il modo in cui la gente interpreta il progetto, ma è questo il mio pensiero.
       

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      Tag: Ari Versluis, Exactitudes, fotografia

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