L’uomo che può sconfiggere Erdogan

Di Gianluca Mezzofiore


Dintorni di Piazza Taksim dopo una delle manifestazioni di giugno. Foto di dschenck.

Erdoğan ha vinto, o almeno così sembrerebbe. Il pugno duro del primo ministro turco sulle proteste che da Takism Square si sono allargate ad altre zone della città  e del paese sembra aver funzionato. La manifestazione oceanica a Kazlicesme—un milione di persone secondo il premier, 500mila secondo altre stime—ha rimarcato che il popolo di Erdoğan è vivo, pronto a rispondere alla chiamata di “biz den biri” (uno di loro).

Per la maggioranza del paese, il personaggio politico più influente della storia della Turchia moderna dai tempi del fondatore Mustafa Kemal Ataturk è ancora l’uomo di Kasimpaşa, il povero quartiere di Istanbul da cui Erdoğan proviene.

Taksim è vuota, le tende di Occupy Gezi sono state spazzate via, Erdoğan si può permettere di chiamare i poliziotti “eroi”, elogiarli per il lavoro fatto a colpi di gas lacrimogeno e ruspe, e liberare quelli accusati di omicidio. Questo nonostante le immagini degli abusi delle forze dell’ordine siano ancora impresse in pochi, solitari manifestanti che, come Standing Man, non possono far altro che stare immobili per ore, in una denuncia silenziosa che sa molto di rinuncia.

Mai come adesso Erdoğan appare invincibile, superata con successo la sfida più significativa dei suoi undici anni di governo. Il processo di pace con i curdi non sembra essere a rischio e se l’Unione Europea ha deciso di posticipare i negoziati per l’accesso della Turchia, be', tanto meglio. 

Ma la vera sfida a Erdoğan potrebbe arrivare da molto lontano, da un uomo che vive recluso nelle montagne Poconos nell’est degli Stati Uniti. Non rilascia interviste, di lui si sa che ha comprato 45 acri di terra a Saylorsburg, Pennsylvania, nel 1999, anno in cui è emigrato negli Stati Uniti dalla Turchia. Eppure i suoi sermoni, registrati e caricati sul suo sito, sono seguiti da milioni di persone in tutto il mondo. Il movimento che si ‘ispira’ a quest’uomo ha un giro di affari stimato fra i 20 e i 50 miliardi di dollari. I suoi seguaci occupano i più importanti posti di potere in Turchia secondo il suo dettame di “muoversi nelle arterie del sistema senza che nessuno noti la tua esistenza fino a che non si raggiungono i gangli di potere”.

Stiamo parlando di Fethullah Gülen.

Il più potente imam turco ha parlato tre volte in queste ultime settimane criticando in modo più o meno velato la pessima gestione politica di Erdoğan delle proteste. In un altro intervento, il settantenne predicatore che promuove una visione pacifista e moderata dell'Islam ha teso la mano alla setta degli aleviti, proponendo la costruzione di moschee e cemevi (case assembleari del rito alevita) “le une di fianco alle altre”. Nell'ultimo intervento, Gülen ha redarguito Erdoğan per aver chiamato i manifestanti di Occupy Gezi Park 'çapulcu' ovvero vagabondi (o saccheggiatori). “Non chiamateli vandali,” ha detto.

Per chi conosce lo stile metaforico di Gülen—che riflette la natura enigmatica dell’Hizmet, movimento globale che a lui si ispira—queste parole suonano come una critica feroce al primo ministro, e pesano come un macigno in Turchia.


Fethullah Gülen.

Il Re Mida turco

Le faida tra Gülen e Erdoğan è in corso da tempo. Il movimento—con la sua base di fedelissimi affiliati e i tentacoli fra i procuratori statali e i mass media (come ad esempio il più importante quotidiano pro-governativo: Zaman e il corrispettivo inglese Today's Zaman)—ha fornito un supporto indispensabile per il successo iniziale del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo  (AKP).

Entrambi islamisti, Erdoğan più tradizionalista, Gülen più liberale, sono stati perseguitati dai generali negli anni Novanta e hanno unito le forze, nonostante le differenze, dopo che l'AKP ha preso il potere per la prima volta nel 2002. L’obiettivo? Attuare la loro vendetta e neutralizzare il potere militare responsabile di quattro colpi di Stato nella seconda metà del ventesimo secolo a suon di sentenze.

I gülenisti, infiltrati tra i giudici e poliziotti, colpivano, arrestavano, perseguitavano giornalisti, scrittori, e naturalmente militari grazie al processo pigliatutto Ergenekon. Erdoğan apprezzava. Ma l'onda indiscriminata di arresti e sentenze ha finito con l'infastidire Erdoğan, che ha cominciato a temere il potere incontrollato dei procuratori gülenisti nel paese. In occasione dell'incidente della Freedom Flotilla diretta a Gaza, quando le forze navali israeliane uccisero nove turchi, Gülen disse che la nave Mavi Marmara non sarebbe mai dovuta partire. Il dissidio si accentuò quando un procuratore di Istanbul chiamò a deporre il fidato di Erdoğan Hakan Fidan, il capo dei servizi segreti turchi.

Il clamore internazionale suscitato dall'arresto di giornalisti di fama mondiale come Ahmet Şık, colpevole di aver scritto una bozza (non pubblicata) di un libro (The Imam's Army, qui il link in inglese) che accusava la polizia turca di essere “l'unità armata di Gülen,” ha segnato un altro punto di discordia con Erdoğan, che aveva forgiato con cura le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti e l’Unione Europea fino a quel momento.

Come un moderno Re Mida turco, “chiunque tocchi Gülen si brucia,” disse Şık nel 2012, subito dopo il suo rilascio.


La polizia, in tenuta antisommossa, schierata nei pressi di Piazza Taksim. Foto di Nazim Serhat Firat.

Un porto sicuro

Il vero spartiacque sono le elezioni del 2011. Imbaldanzito dal terzo successo alle urne, Erdoğan ha dato il via ad una deriva sempre più autoritaria e islamista con misure impopolari nelle grandi città, come restrizioni all’uso di alcol e all’aborto, chiedendo alle donne di avere almeno tre bambini e intervenendo per censurare scene di sesso nelle serie televisive. E qui anche il rapporto con Gülen si è definitivamente incrinato.

“Dalle elezioni del 2011 c’è stata una lotta continua fra la confraternita [Hizmet] e l’AKP,” dice Yusuf Kanli, columnist di uno dei principali quotidiani turchi, Hurriyet. “Nel 2011 Erdoğan credeva di non aver più bisogno della benedizione di Gülen e ha ucciso politicamente i gülenisti, eliminandoli dalle liste dei candidati.” Anche se dovessere siglare una tregua, secondo Kanli, “per Erdoğan e Gülen è diventato impossibile  firmare un vero accordo di pace.” “Sono destinati a dividersi ad un certo punto. Quel giorno arriverà, per Erdoğan. Quando arriverà ? Quando Gülen o il suo cabinetto interno di ecclesiasti deciderà  di appoggiare un altro partito alle elezioni.”

Accentrando sempre più potere politico attorno a sé , il premier—intollerante e sempre più paranoico verso ogni forma di dissenso—ha esteso il conservatorismo AKP fino a entrare nelle vite private dei cittadini. In questo contesto, secondo Kanli, la confraternita di Gülen è diventata “un porto sicuro” in Turchia, offrendo “borse di studio, ostelli, corsi manuali per donne e di insegnamento del Corano.”

“La confraternita ha una rete di scuole private o corsi preparatori per giovani che devono sostenere esami al liceo o all’università e questo è il motivo per cui il governo e Erdoğan hanno tentato di abolire tutti i corsi privati,” sostiene Kanli. “Inoltre, come tutte le confraternite, i gülenisti si supportano l’un l’altro come se fossero una grande famiglia.”

È utile ricordare che i seguaci di Gülen hanno fondato la più vasta rete di scuole private sovvenzionate degli Stati Uniti. Un’inchiesta del New York Times delle Harmony Schools in Texas, legate a Gülen e sovvenzionate da fondi pubblici, ha sollevato la questione dei soldi dei contribuenti americani che finiscono nelle casse del movimento di Gülen. In totale, le scuole di ispirazione gülenista sono più di 1,000 in ben 130 paesi.

Ma è in Turchia, dove i seguaci di Gülen raggiungono i dieci milioni, che la confraternita “ha occupato tutte le agenzie governative.” Prima la polizia, poi il giudiziario: ora “sta tentando di infiltrare i militari, diventati vulnerabili dopo la purga dai kemalisti operata dell’AKP,” secondo Kanli, che sottolinea come la parola “occupare” sia usata in modo del tutto intenzionale.

Secondo questa visione, la confraternita di Gülen rappresenta una sorta di stato dentro lo stato in Turchia, un’organizzazione segreta insinuata in ogni settore. I critici sottolineano come dopo Ahmet Sik non sia rimasto nessun giornalista che possa criticare Gülen a causa della “purificazione dei media”. “Negli ultimi cinque anni molti giornalisti sono stati licenziati e i loro posti sono stati occupati dal personale addestrato nei giornali o canali televisivi collegati all’organizzazione di Gülen,” dice Ertuğrul Mavioğlu, amico e collega di Ahmet Sik arrestato a sua volta per un libro scritto a quattro mani con Sik e poi assolto.


Un alieno dalle straordinarie abilità

Di Gülen troviamo traccia nei cable di Wikileaks. Nel file 09ANKARA1722, l’ambasciatore americano del tempo James F. Jeffrey nota che i gülenisti dominano la polizia nazionale turca, dove operano come “l’avanguardia del processo Ergenekon.” “L’affermazione che la TNP [Polizia Nationale Turca] sia controllata dai gülenisti è impossibile da confermare ma non abbiamo trovato nessuno che la contesti,” si legge nel cable.

Altri documenti accennano alla complessa vicenda del visto garantito a Gülen. Nel 1999, dopo essersi recato negli Stati Uniti per sottoporsi a cure mediche, in Turchia fu accusato di tramare un colpo di stato islamista. La sua richiesta per ottenere un visto come “alien of extraordinary ability in education” (immigrato di capacità straordinarie nel campo dell’educazione) fu inizialmente rifiutata dal servizio di immigrazione e cittadinanza americano nel 2007. Gülen fece ricorso, dichiarando che i suoi seguaci “avevano costruito più di 600 istituzioni educative” nel mondo. Nel 2008 ottenne la green card, anche grazie all’intercessione dell’ex-agente CIA Graham Fuller.

Ma gli Stati Uniti tengono a precisare nei cable pubblicati da Wikileaks “che non stanno ‘dando rifugio’ a Gülen” e che “la sua presenza non dovrebbe essere vista come un riflesso della linea politica americana verso la Turchia.” Per gli U.S.A. Gülen è un interlocutore ideale. È un leader musulmano pacifista, che formalmente supporta il dialogo inter-religioso, il cui obiettivo è creare una “generazione dorata” che abbracci umanesimo, scienza e Islam. Agli eventi dei gülenisti partecipano personalitàcome Kofi Annan e Madeleine K. Albright.

Molti intellettuali turchi e americani rifiutano il linguaggio cospirazionista che descrive Hizmet come una setta massonica, e al contrario parlano dei gülenisti come un movimento civico, orizzontale e informale, che può giovare alla Turchia. Mucahit Bilici, assistente alla cattedra di sociologia al John Jay College della City University di New York è uno di questi. “Non si può parlare dei gülenisti che si infiltrano nella polizia, perchè i gülenisti sono il popolo turco,” dice. “Ci possono essere individui che simpatizzano per Gülen, non un’organizzazione segreta che complotta per rovesciare il governo. Le teorie cospirazioniste in Turchia sono simili alle teorie che parlano di una lobby ebraica negli Stati Uniti.”


Gülen vs Erdoğan

Che la si pensi come Mensur Akgun, direttore del Global Political Trends Center—che descrive i gülenisti come un forza costruttiva in Turchia—o il giornalista Mavioğlu—che parla di “apparato dentro lo stato”—le contraddizioni tra Gülen e Erdoğan sono arrivate a un punto critico. La spaccatura che si è creata nella coalizione Erdoğan-Gülen è aumentata e le critiche degli ultimi tempi non fanno che sottolineare questo aspetto.

Mentre l’autoritarismo teocratico di Erdoğan vacilla, Gülen sta cogliendo l’occasione che stava aspettando da ormai undici anni di governo per criticare l’atteggiamento oltranzista e intransigente del primo ministro. Tuttavia, secondo Mavioğlu, se si guarda al contenuto delle critiche si capisce che Gülen non prende le difese dei manifestanti.  “Anche se Erdoğan si consuma, per la comunità  di Gülen è importante proteggere lo status quo,” dice il giornalista.

Com’è noto, la Turchia è un paese dove le contraddizioni sociali sono molto profonde e per questo motivo “l'area della libertà è estremamente limitata”. “Il governo è consapevole che le contraddizioni possono essere nascoste solo con la violenza (prepotenza o despotismo),” sostiene Mavioğlu. “Per questo motivo gli ultimi eventi hanno messo in una situazione difficile non solo il primo ministro ma anche la burocrazia dello stato nel quale Fetullah Gülen è attivo.”

Gülen e Erdoğan fanno ancora parte della stessa coalizione, sono due facce della stessa medaglia. Far parte del governo, non solo fornendo una solida base di consenso ma “occupando” tutti i livelli istituzionali, per Gülen “vuol dire disporre di possibilità illmitate. E lui non vuole rinunciare a queste opportunità fino a quando non troverà un’alternativa.”


Foto di Nazim Serhat Firat.

L'invasione delle formiche

Se le proteste hanno unito fazioni politiche e movimenti disparati come curdi, nazionalisti e anarchici nel nome dell’opposizione all’autoritarismo di Erdogan, poco si è parlato dell’atteggiamento dei manifestanti nei confronti dei gruppi religiosi. La parola d’ordine, in questo caso, sembra essere “rispetto”. Quando il gruppo Musulmani anti-Capitalisti del teologo Ihsan Eliacik ha proposto una preghiera collettiva in onore della festa religiosa del Kandili, tutti i manifestanti a Gezi Park—anche i socialisti e gli anarchici—hanno deciso di non consumare alcol per quella sera. Ma l’atteggiamento nei confronti di Gulen è di altra natura. Eliacik e i suoi 40 seguaci sono sempre stati critici nei confronti dell’islamismo autoritario di Erdogan mentre la confraternita di Gulen ne ha rappresentato e ne rappresenta tuttora la base di consenso politico—nonostante la continua tensione con il primo ministro.

“Pensate davvero che Erdogan sia al potere?” dice ironicamente Kanli. “Sì, è il primo ministro, ma i gulenisti sono dovunque nell’apparato dello stato, servendo la confraternita mentre Erdogan si prende la colpa per le violenze durante le proteste."

All’inizio la confraternita di Gulen ha cercato di approfittare del caos derivato dalle prime manifestazioni a Piazza Taksim forzando la mano della polizia che ha sotto controllo, secondo Kanli. Ma i fatti che si sono sviluppati in seguito “hanno aumentato la richiesta di libertà che non può controllare neanche Gulen.” “Il movimento gülenista, se da un lato non può frenare questa marea che cresce velocemente, non può neanche ricavarne alcun profitto,” sostiene Mavioğlu.

"Guai a sottostimare l'invasione delle formiche," aveva detto Gülen riferendosi ai manifestanti di Gezi Park. È proprio da questa "marea democratica," tuttavia, che sembrano dipendere le sorti politiche dei due amici-rivali, Gülen e Erdoğan.

 

Emanuela Pergolizzi ha contribuito alla traduzione e stesura di questo articolo.

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