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      Fanculo Israele

      November 23, 2012

      Firenze. Non appena ci sono arrivato il mese scorso ho pensato: ora le cose andranno bene per un po’. Avevo prenotato un volo per Tirana quando è saltato fuori un appartamento a Fiesole. Le uniche cose che ci sono a Tirana sono il mausoleo di Enver Hoxha e un aeroporto a cui hanno dato il nome di Madre Teresa. Pensavo che potesse essere una buona situazione, dal punto di vista lavorativo. Poi si è liberato un appartamento su Via Monaco, quindi ho preferito andare lì.

      L’appartamento era affacciato sulla stazione. Ho fatto fotografie delle persone che camminavano per strada sotto il balcone. So perché Genet soggiornava sempre negli hotel delle stazioni. Se ti stufi, puoi semplicemente uscire, comprare un biglietto e andare da qualche altra parte. 

      Si è scoperto che l’appartamento era stato prenotato due volte per colpa dell’agente immobiliare, quindi dovevo andarmene. Ho trovato un posto su Via dei Bardi, a un paio di isolati dal Ponte Vecchio. Un appartamento che aveva tutto in una stanza eccetto la doccia e il gabinetto. Il balcone misurava all’incirca tre centimetri. Mi faceva paura. Cadendo saresti anche sopravvissuto, ma finendo per essere tenuto in vita artificialmente.

      Ho sempre sofferto di vertigini, ma ora è peggio che mai. Mi basta immaginare di essere in cima a un palazzo molto altro per sentirmi cadere, e vomitare immediatamente.

      La strada era minuscola. Era quasi adiacente a Palazzo Capponi, dove viveva Hannibal Lecter in quello schifoso film di Ridley Scott. L’altrettanto banale romanzo di Thomas Harris su cui è basato è molto popolare a Firenze. Così come il Joker del film di Batman. Stampano la sua faccia sulle sciarpe. Dietro l’angolo, dove un tempo c’era l’unico cinema porno della città, si trova ora un favoloso minimarket Saponi & Dintorni. Avevano tutto quello che mi piace e che non avresti trovato nel cinema porno, se fosse ancora stato lì.

      Dovevo fare dei modelli a partire da provini per una mostra che farò il prossimo aprile. Avevo comprato un buon paio di forbici da un negozio “tutto a un euro.” Il mio amico Marco mi ha detto che collezionava forbici, chiedendomi se poteva averle quando sarei partito. Mi sono dovuto trattenere dal comprare cose che non avrei saputo come usare: sacchetti per le mollette, giocattoli rumorosi per cani, quattro litri di liquido lavavetri. Queste cose succedono solo nei negozi “tutto a un euro”. Avrei comprato cose che valgono soltanto 50 centesimi, solo per il gusto di non pagare più di un euro. 

      Ho anche comprato due rotoli di nastro adesivo con i dispenser che erano evidentemente pensati per bambini. Le mie dita erano troppo grosse per usarli. Ho sputtanato diversi modelli e ho dovuto cautamente rimuovere il nastro per poi ricominciare. Avrei potuto comprare un rotolo da adulti per 1 euro ma non ho resistito a prenderne due senza speranza per lo stesso prezzo.

      C’erano così tanti turisti che facevo solo una foto di tanto in tanto fuori dall’appartamento, solitamente di gente che faceva fotografie. Volevo sostituire le foto di piovose strade italiane che erano scomparse dal mio computer. Fortunatamente, ha piovuto ogni giorno. I cellulari e le macchine fotografiche hanno raggiunto una massa critica in queste città turistiche. Ogni persona per la strada aveva uno o l’altra, o entrambi, come se quelle cose fossero le loro fonti di ossigeno. La questione dei turisti ha raggiunto un livello di psicosi. Nessuna persona sana di mente sognerebbe di andare agli Uffizi o a Palazzo Pitti a meno che sia pieno inverno.

      Secondo l’Herald Tribune il Vaticano è preoccupato: la densità dei respiri delle folle e la condensa del sudore delle legioni di “curiosi” stanno rovinando il soffitto della Sistina. Sul Guardian, Jonathan Jones ha ribattuto che la Chiesa ha deturpato per anni gli affreschi della Sistina, avendo fatto dipingere dei panneggi su molte delle parti intime presenti nel Giudizio Universale dopo la morte di Michelangelo. La Chiesa, ha tuonato Jones con indignazione, “ha il coraggio di accusare noi amanti dell’arte di rovinare le cose che amiamo? Almeno noi le amiamo.” Non la penso così. I partecipanti a viaggi organizzati provenienti da Chengdu, Kanagawa, Novosibirsk, e Omaha che vanno alla Cappella Sistina non guardano nemmeno le famose opere di fronte alle quali si scattano foto a vicenda. Se gli venissero dati dei fucili da paintball dicendo loro di centrare gli affreschi della Sistina, lo farebbero. 

      C’è qualcosa di incredibilmente banale nel definirsi “amante dell’arte.”

      Puoi essere sicuro che qualcuno viva a Firenze se porta a passeggio un cane o se vende borse sul marciapiede.

      Ho fatto una lista di modi di dire noiosi in tre edizioni consecutive di The International Herald Tribune:

             “raccontando la verità al potere”

             “possiate vivere in tempi interessanti”

             “il diavolo è nei dettagli”

             riavviamento

             resettare

             ricaricato

             meme

             miglioramento

             la nuova normalità

             punto critico

             ripiegare

             insieme di competenze

             svolta

             momento significativo

             oppositori

             “è quello che è"

             descrivere qualcuno come “un avatar”

             descrivere i tweet di Twitter come “degli haiku”

      Se leggete abbastanza pezzi di giornalismo notate quando la professione si innamora di una nuova parola. Uno scrittore del Times, per esempio, inizierà improvvisamente a descrivere qualunque genere di cosa come “intorbidita”—quasi tutto, in effetti, a parte un liquido vorticante; nel giro di un mese o poco più, su tutti i mezzi di comunicazione, tutto dagli abiti da sera alle malattie mentali sarà caratterizzato come intorbidito da una tempesta. E continuerà a intorbidire, senza senso, da qui all’eternità.

      In momenti come le settimane prima delle elezioni, prima che l’uragano Sandy risalisse dal golfo, uno tsunami di linguaggio nauseante ha rombato nel sistema delle informazioni come la proverbiale merda nel canneto. Romney stava ripiegando, o “indietreggiando” a causa di posizioni grossolane, in una maratona di atteggiamenti cinici. Il presidente stava mantenendosi saldo, pur essendo apparso spento nel primo dibattito. L’uragano, d’altra parte, ha superato cliché e iperboli. Era qualcosa di tangibile che non ha lasciato ai media spazio per le chiacchiere. 

      Quello che capita spesso è che una tempesta annunciata non si materializzi, o che si dimostri meno spettacolare di quanto anticipato. Ore e ore di programmazione vengono liberate per coprirla. L’attesa di una catastrofe diventa impazienza se questa non arriva, con la minaccia di noia, mentre i corrispondenti spediti qua e là faticano a riempire la “programmazione morta.”


      Roma. Ho trovato una raccolta di racconti di W. Somerset Maugham in una pila di libri usati vicino a Piazza del Popolo. Pensavo da tempo di rileggere “Pioggia.” Il film non ha fatto alcun favore a Joan Crawford. Nessuno legge più Maugham ormai. Le sue storie sembrano scritte principalmente per dissimulare la sua ambiziosa e internazionale ricerca di giovani cazzi.

      “Pioggia” non è male. Se le si leggono ora, risulta impressionante quanto fosse grande il mondo quando Maugham ha scritto le sue storie. Pago Pago era un luogo esotico, e Sadie Thompson poteva trasferircisi sicura che la legge non l’avrebbe mai trovata, e neppure cercata. Oggi, dei turisti la fotograferebbero con un iPhone e posterebbero la fotografia su Facebook.

      Prima della Prima Guerra Mondiale, si poteva viaggiare ovunque senza passaporto. Era possibile scomparire. Ora le persone si reinventano in piena vista degli altri, e chiedono semplicemente di essere riconosciuti come qualcun altro.

      La cosa che ancora regge di “Pioggia”, sfortunatamente, è che il mondo, seppure ristretto, brulica ancora di trogloditi patiti di Cristo come il Reverendo Davidson. E di squallidi stronzi come Romney, la cui religione è una fusione repellente di avarizia e pietà. E poi ci sono gli Wahabiti e i Sionisti, con i loro dei malefici e i desideri primitivi. Sto scrivendo dopo la tempesta, dopo le elezioni, e dopo gli ultimi attacchi israeliani contro Gaza, a proposito dei quali volevo dire: Fanculo Israele. Come ha scritto Gideon Levy su Haaretz:

      Vista l’attuale realtà, un accordo di pace sarebbe un atto quasi anti-democratico: la maggior parte degli israeliani non lo vuole. Una società giusta ed egualitaria andrebbe anche a contravvenire ai desideri della gran parte degli israeliani: ma anche quello è qualcosa che non vogliono. Sono soddisfatti del razzismo, a loro agio con l’occupazione, compiaciuti dell’apartheid; le cose vanno molto bene per loro in questo Paese. Questo è quanto hanno detto ai sondaggisti.

      Levy si riferisce a un recente sondaggio condotto dal gruppo di voto Dialog, i cui risultati hanno rivelato che un terzo degli ebrei israeliani pensa che ai cittadini arabi non dovrebbe essere permesso votare; il 47 percento ha detto che gli ebrei dovrebbero essere trattati meglio degli arabi; il 40 percento vuole che siano divisi sia nelle abitazioni che nell’istruzione; il 59 percento vuole che sia accordata una preferenza agli ebrei negli impieghi pubblici; il 47 percento vuole revocare la cittadinanza agli arabi israeliani; i tre quarti vogliono che israeliani e palestinesi usino strade separate.

      Il contribuente americano sottolinea l’esistenza di tutti i cittadini israeliani per la bella somma di tre miliardi di dollari di sussidi—negli ultimi dieci anni, sono circa 200.000 dollari per ogni famiglia israeliana di cinque persone. Le cose vanno senza dubbio molto bene per gli israeliani, finché non sono arabi; molto meglio, in termini materiali, che per la maggioranza degli americani. Cosa riceviamo per il nostro investimento? Ovviamente non abbiamo comprato una splendida democrazia nel deserto teocratico del Medio Oriente, bensì un’altra enclave di padroni e servi che si dà il caso essere guidata da ebrei.

      Per tre miliardi all’anno: le industrie israeliane competono con le nostre usando i capitali iniziali forniti dal Tesoro statunitense; i ridicoli tentativi di Netanyahu di interferire con le nostre elezioni; un muro di 600 chilometri studiato per annettere tutta l’acqua e i terreni fertili dei territori occupati a vantaggio dei coloni; il demagogico utilizzo dell’Olocausto per giustificare le barbarie perpetrate dal governo di Netanyahu. Se venissero rivelate le prove incontrovertibili e documentate del fatto che Netanyahu abbia personalmente massacrato un intero villaggio palestinese e poi scopato un maiale mentre mangiava crostacei, sarebbero rifiutate dai veri credenti in tutto il mondo quale ennesimo triste esempio di anti-semitismo. È troppo sperare che qualche governo americano possa mai minacciare di chiudere il rubinetto, malgrado l’intero conflitto israelo-palestinese verrebbe risolto in un’ora e mezza se ciò fosse fatto. Va bene. E sì, sono per un quarto ebreo—nel gergo della demagogia, un ebreo che odia se stesso. Ma per la cronaca, fanculo Israele.

       

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