Fuga in Libano

Di Mitchell Prothero

Foto di Sam Tarling/Executive Magazine.


Membri delle brigate mughaawir (commando) e Ahrar al-Asi (Uomini liberi del fiume Oronte) dell’ESL tornano ad Al-Qusayr dopo la battaglia a Homs, vicino al confine libanese. (Le foto di questo articolo sono state scattate da un fotografo freelance prima che l’autore visitasse la zona. Le persone intervistate all’interno dell’articolo non si sono volute far fotografare, per ovvie ragioni.)

È il crepuscolo quando i ribelli prendono posizione in un fazzoletto di terra coperto da alberi di limone e ulivi a un centinaio di metri dal confine siriano, a nord di Al-Qaa, un desolato e polveroso villaggio agricolo. Assisto alle manovre dalla retroguardia insieme a “Hussein”—lo chiamerò così—, il comandante della brigata, libanese, alla guida di 200 militanti ribelli provenienti dai dintorni.

“Stiamo cercando di portare degli uomini dentro ad Al-Qusayr [una città siriana nelle vicinanze] e dobbiamo distrarre le forze di Assad lungo il confine,” mi dice Hussein. Il compito della sua brigata è di fungere da canale di passaggio di armi, uomini e denaro tra il Libano e la Siria. Si ferma per sbraitare un ordine nel walkie-talkie, breve e conciso—e quindi meno facile da intercettare.
“Ok,” ordina Hussein. “Avanti.”

I suoi uomini si sparpagliano nell’uliveto, preparandosi ad attaccare l’edificio in calcestruzzo, circondato da sacchi di sabbia, per distrarre le guardie di confine mentre un’altra unità, una decina di chilometri più a valle, scivola inosservata al di là della frontiera. Il più classico dei diversivi. Nell’idillico frutteto esplode la guerra. Tre granate volano verso l’edificio dei doganieri. Una dozzina di fucili automatici e di mitragliatrici scarica una pioggia di piombo; il bagliore delle esplosioni illumina la notte che sta calando.

“Lo facciamo una volta ogni due-tre giorni,” ghigna Hussein. “Però anche loro,” aggiunge indicando i soldati nemici. L’esercito regolare siriano risponde al fuoco con mitragliatrici e AK-47, e i colpi indirizzati ai ribelli, davanti a noi, sferzano la macchia di vegetazione in cui si nascondono. Hussein e io siamo qualche metro indietro, ma sempre sulla linea di fuoco. Capisco di essere vicino alla prima linea, e mi sento sui carboni ardenti, anche se non sono proprio, fisicamente, in prima linea. I proiettili che si inficcano nei tronchi degli alberi accanto non sono indirizzati a noi, ma le discussioni sull’abilità balistica non servono a niente quando sei morto.

Poco dopo, le truppe di Hussein stanno muovendo in ritirata. Hanno distratto i doganieri di Assad abbastanza a lungo per dare la possibilità all’altra unità di entrare ad Al-Qusayr inosservata.

“Andiamocene,” ordina Hussein. “Gli elicotteri [siriani] saranno qui a momenti.” Battiamo in ritirata mentre i proiettili continuano a fendere l’aria intorno a noi. Gli alberi del frutteto sono gli unici a coprirci le spalle, e non sono proprio una gran protezione.

La schermaglia fa parte di una serie praticamente quotidiana di scontri notturni lungo il confine tra Siria e Libano, che sembra il segno della trasformazione della guerra civile siriana in uno scontro regionale. Una settimana dopo la mia gita con Hussein, un’autobomba è esplosa a Beirut, uccidendo un importante ufficiale dell’intelligence libanese che si era schierato a favore dei ribelli, e scatenando rappresaglie nelle capitale e a Tripoli che hanno causato sette morti. I Paesi confinanti, Giordania e Iraq, stanno accogliendo i rifugiati nel tentativo di arginare le esplosioni di violenza civile e, contemporaneamente, per evitare di essere coinvolti direttamente.

In Libano, rimanere neutrali non è così facile. La popolazione è profondamente divisa e il governo centrale è debole, pertanto la nazione è facilmente influenzabile dai conflitti delle zone limitrofe. Mentre la maggior parte del mondo è concentrata sul massacro di Aleppo e sulle crescenti tensioni tra Siria e Turchia, un altro conflitto, potenzialmente sanguinoso, sta per scoppiare a due passi da lì.

Il destino del Libano e quello della Siria sono intrecciati da molto, molto tempo. L’esercito siriano ha tenuto in stato di occupazione militare il Libano dal 1976 al 2005. Anche se le forze siriane erano brutali e corrotte, si trattava pur sempre di un’autorità centrale che, a conti fatti, è riuscita, sia pur con la forza, a far convivere tra loro le 17 diverse sette religiose libanesi e il variopinto assortimento di fazioni politiche, dando luogo a un periodo che se non era di pace, comunque alla pace somigliava molto, dopo 15 anni di guerra civile e occupazioni intermittenti da parte di Israele. Durante gli anni, i sostenitori di Hezbollah—partito politico e gruppo militante—hanno iniziato a considerare il regime di Bashar al-Assad il custode dello status quo e un alleato insostituibile nella guerra contro Israele.

Il dominio siriano in Libano è caduto nel 2005, quando Rafiq al-Hariri, il più influente politico sunnita libanese, è stato ucciso—probabilmente da un militante sciita. A essere accusati in prima battuta furono alcuni ufficiali membri del governo, prima che i sospetti cadessero su un’unione di forze di Siria e Hezbollah. Non si è mai fatta totale chiarezza su chi abbia ucciso Rafiq, ma l’episodio ha spinto la Siria a porre fine all’occupazione militare del Libano, non senza pressioni interne e internazionali.

La ritirata siriana ha spianato la strada alle lotte tra i sunniti libanesi e le fazioni pro-siriane, queste ultime di solito capitanate da Hezbollah, con la sua milizia spietatamente efficiente e potente. La tensione è arrivata al suo apice nel maggio 2008, quando Hezbollah ha pubblicamente rinnegato la promessa fatta al popolo libanese che avrebbe usato le armi pesanti solo contro Israele e ha marciato su Beirut per ripulire la città dei nemici sunniti armati. Il risultato è stata una vittoria schiacciante per Hezbollah, e ha causato un ribollente rancore nei sunniti.

Quando è cominciata la rivoluzione in Siria, le divisioni delle sfere di pertinenza erano chiare: Hezbollah ha appoggiato Assad e il suo regime contro l’Esercito Siriano Libero, in cui era di gran lunga dominante la componente sunnita, e i sunniti libanesi l’hanno presa come opportunità per abbattere le forze che consideravano rivali al potere nella loro stessa nazione. Sarebbe stato impossibile convincere l’una o l’altra fazione a starne fuori.

Negli ultimi cinque anni, la vita di Hussein ha seguito una sorta di doppio tracciato. A una prima occhiata, Hussein è un uomo piccolo e olivastro, che da poco ha superato i 40 anni, con la figura sottile eppure solida di chi ha sempre lavorato con la forza delle proprie braccia, ma i muscoli tesi non lasciano dubbi: è un soldato addestrato a tutto. Viene dalla provincia rurale nel nord est del Libano, una provincia ormai impoverita, ma come molti altri connazionali si è trasferito a Beirut decenni fa per cercare lavoro. Sunnita senza particolare afflato religioso, Hussein ha vissuto e lavorato nella periferia meridionale della città, dove è prevalente la fazione sciita. Quando non lavorava, combatteva nelle file del Partito Nazionalista Sociale Siriano, un gruppo laico con più di 100 mila membri che lotta perché tutti i Paesi arabi possano unirsi sotto il vessillo della “Grande Siria”. Il partito è responsabile di numerosi attacchi kamikaze ai danni delle milizie israeliane e, talora, si è alleato con Hezbollah contro Israele. Hussein non è mai stato jihadista, ma, come membro del PNSS, dai primi anni Ottanta al 2008, si è fatto un nome in quella battaglia.

“Volevo liberare il mio Paese dai sionisti,” mi ha detto. “Credevo fermamente nel programma della resistenza siriana ed ero attaccato a Hezbollah e ai suoi membri con tutto il mio cuore. Ho combattuto fianco a fianco con loro, come patriota e come fratello, per 20 anni. Ero uno di loro, una nocca del pugno.”


Continua nella pagina successiva.

Commenta