Pesce, moto e machete

Di Thomas Martinez

A meno che la vostra vacanza ideale consista nello sbronzarsi in un bordello fino a notte fonda, non ci sono molte ragioni per visitare San, in Mali. Eppure, una volta all’anno, gli abitanti di questa anonima cittadina che funge da area di sosta per camionisti si riuniscono per un gigantesco festival di pesca, il Sanké-mon.  

Sono arrivato a San alla vigilia della ricorrenza e ho incontrato il mio amico Abou. In attesa dell'apertura ci siamo seduti di fronte a una sartoria e abbiamo preso da bere. “Stasera balliamo,” ha detto. “Domani, peschiamo.” Abbastanza semplice, no? 

Sanké-mon nasce oltre 600 anni fa come celebrazione animista della sopravvivenza, della vita, della fine dell’estate e l’inizio del raccolto. Nonostante il Mali sia a maggioranza musulmano, infatti, nella regione di San l’animismo è ancora diffuso. Oggi, queste tradizioni si mischiano a sfilate su scassate motociclette cinesi e ronde di poliziotti in cerca di disturbatori.

Poche ore dopo il tramonto, Abou ed io ci siamo uniti a una fiumana di gente diretta fuori città, passando a fianco al commissariato. I poliziotti erano fuori, occupati a scaricare motociclette e a distruggerne i fari.

“Le hanno ritirate a chi ha infranto il limite di velocità,” mi ha spiegato Abou.

Alla fine abbiamo trovato la festa, composta da un mare di giovani con armi artigianali e machete ammassati sotto la luce alogena di lampadine appese agli alberi. La gente urlava e continuava a spintonarsi, mentre un gruppo di ragazzi suonava i tamburi proprio al centro del gruppo, dove Abou mi ha poi spinto.

Qualcuno mi ha piantato in faccia una vecchia bottiglia di olio da motore colma di birra di miglio. Volevano che bevessi. La bevanda in questione era chiamata Tdjimidiama e somigliava a urina torbida con il gusto di birra sgasata. Costando pochi centesimi a bottiglia, prima di mezzanotte la maggior parte dei presenti era sbronza, con i più che collassavano o si riversavano nelle strade per osservare altri sbronzi guidare a velocità massima con la polizia alle calcagna. 

Il pomeriggio successivo, decine di migliaia di persone hanno circondato lo stagno sacro—il Sanké, che dà nome al festival—al limitare della città. Pescare nello stagno è proibito, eccetto durante il Sanké-mon. Dopo ore di attesa sotto il sole cocente, un gruppo di anziani pescatori si è immerso in acqua e la folla è corsa loro dietro.

Ognuno ha preso il proprio posto, immergendo la rete in cerca di pesci, e il caos è continuato per ore, fino a che ogni forma di vita nel lago era stata portata alla luce. Intorno ai pescatori che avevano preso il pesce più grande si formavano capannelli di curiosi, tutti occupati a scattare foto col cellulare.

Quando il sole era ormai tramontato siamo tornati in città. In corrispondenza dell’incrocio principale alcuni ragazzi si erano fermati per vedere degli uomini far evoluzioni con le motociclette, in attesa di un incidente che permettesse loro di razziare i rottami rimasti. Hanno continuato fino a quando si era fatto troppo buio anche per vedere, portando Sanké-mon alla chiusura, in una fumosa, sudata mistura di pesce fresco, parti di motociclette e sbornia da Tdjimidiama 


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