Il pubblico dominio è il miglior dominio

Di Virginia Ricci

Tutte le immagini sono tratte da opere scaricabili dal sito publicdomainreview.org

Oggi un buon numero di beni culturali è diventato comune, nel senso di liberamente usufruibile da tutti, e rientra a far parte della sfera del dominio pubblico. Nel “manifesto” del dominio pubblico leggiamo che le opere sotto copyright dovrebbero essere “l’eccezione, non la regola,” affinché la cultura sia realmente nelle mani di tutti. E il numero di queste opere è in rapida espansione: non solo ogni anno vi si aggiungono per legge tutte le opere il cui autore è deceduto da 70 anni, ma vi entrano anche lavori “nuovi”, con autori ancora vivi e vegeti che decidono di usare forme più aperte di licenza. Questo vuol dire che siamo già al punto in cui qualcuno può permettersi di selezionare e raccogliere questi lavori. Il miglior database in questo senso è il Public Domain Review, un sito in cui vengono attentamente selezionate e segnalate opere liberamente condivisibili. Abbiamo intervistato Adam Green, il co-fondatore di questo progetto, e abbiamo parlato di copyright, case editrici e incisioni pornografiche del 1500.

VICE: L’attività di ricerca di materiale senza copyright è molto praticata su internet, ma la vostra particolarità è di aver organizzato un sito di qualità e di mantenere una linea editoriale coerente. Com’è nata la Public Domain Review?
Adam Green:
Io e Jonathan Gray, l’altro fondatore, abbiamo scavato a lungo in questi grandi archivi online—tipo l’Internet Archive e Wikimedia Commons—per trovare materiale con cui fare collage, attività cui entrambi ci dedicavamo. Abbiamo aperto un blog che si chiamava Pingere per condividere le cose più insolite e interessanti in cui ci imbattevamo. Jonathan ha suggerito che lo trasformassimo in un progetto più ampio che mirasse a celebrare e mostrare la meraviglia del materiale di pubblico dominio. Abbiamo presentato l’idea alla Open Knowledge Foundation, un’organizzazione no-profit che promuove l’accesso aperto alla conoscenza, e loro ci hanno aiutato a trovare un finanziamento iniziale per il progetto. E così è nato Public Domain Review.

Qual è stato il primo articolo che avete pubblicato?
Abbiamo iniziato concentrandoci sul materiale appena diventato di pubblico dominio. In molti Paesi le opere diventano tali a settant’anni dalla morte dell’autore (anche se ci sono un sacco di regole strane ed eccezioni). Nel 2011 sono diventate di dominio pubblico le opere di Nathanael West, tra cui il suo libro Il Giorno della locusta. Il nostro primo articolo parlava di lui, e del rapporto dell’Occidente con Hollywood, e l’ha scritto Marion Meade, che aveva recentemente pubblicato un libro sul tema.

Con quale criterio scegliete il materiale da pubblicare?
Tutti i nostri contenuti sono di dominio pubblico, e questo è il nostro primo criterio. Cerchiamo di concentrarci sulle opere libere nel maggior numero di Paesi. In genere questo significa che i loro autori sono morti prima degli anni Quaranta. Il secondo criterio è che non ci siano restrizioni sul riutilizzo delle copie digitali del materiale di dominio pubblico.

  

In che senso?
Nella legislazione di alcuni Paesi, al fine di beneficiare di diritti d’autore, le riproduzioni digitali devono dimostrare un grado minimo di originalità, e altri dicono che c’è solo bisogno di dimostrare che nella digitalizzazione c’è stato un “investimento di forze”. Molti grandi giocatori del mondo della digitalizzazione—come Google, Microsoft, The Bridgeman Art Library, oltre che le istituzioni nazionali—sostengono di detenere i diritti sulle loro riproduzioni digitali di opere che sono di pubblico dominio, forse in modo da poter vendere o limitare l’accesso a terzi.

Ma queste istituzioni non giovano dalla pubblicazione sul vostro sito di questi contenuti?
In parte sì, fungiamo da vetrina per alcune istituzioni che hanno già deciso di concedere in licenza il loro materiale digitalizzato. Stiamo anche lavorando nel retroscena per incoraggiare le istituzioni a fare lo stesso e vedere l’accesso libero e aperto alla loro partecipazione come parte della loro missione pubblica.

Però c’è anche un forte criterio estetico riguardo alle vostre scelte editoriali.
Be’, il materiale deve essere interessante. Tendiamo a prediligere cose meno ortodosse, come una rubrica dell’oracolo personale di Napoleone, o un tentativo del diciannovesimo secolo di modellare matematicamente la coscienza umana attraverso forme geometriche. Credo che in tale modo illustriamo una sorta di storia alternativa al racconto tradizionale, un tentativo di mostrare alcuni lati strani e meravigliosi delle idee umane e che stanno ai bordi delle grandi opere da cui la storia è normalmente intessuta.

C’è del materiale che non avreste comunque intenzione di pubblicare?
Sì, magari materiale un po’ troppo controverso per il nostro sito, come il lavoro di Thomas Rowlandson o alcune delle opere di uno degli artisti meno politicamente corretti del sedicesimo secolo, l’incisore italiano Agostino Carracci. La cosa più osé pubblicata fino ad oggi è probabilmente una raccolta di alcune fotografie di Eadweard Muybridge della serie “Locomozione Animale”, che comprendeva un po’ di tennisti nudi.

Il mondo editoriale sta andando in una direzione in cui l’autore ha sempre meno importanza, mentre le possibilità di utilizzo del materiale da parte dell’utente sono sempre maggiori. Cosa pensi del futuro delle case editrici?
Prima dell’avvento delle tecnologie digitali, gli editori erano essenzialmente guardiani del linguaggio pubblico. Le parole scritte in libri e giornali per molti coincidevano con il vocabolario. Solo che quella selezione era frutto di decisioni prese da una manciata di persone. Ora la situazione è cambiata, le persone non hanno bisogno di un contratto con un editore per ottenere visibilità. Ma la gente ha ancora voglia di leggere libri, e si rivolge agli editori per trovare cose nuove. Le pubblicazioni più “di nicchia” non possono neanche competere con il giro di promozione degli editori professionali. Non credo che gli editori si estingueranno, ma si dovranno adattare a nuove regole di mercato.

Forse gli autori dovrebbero capire che, distaccandosi dal proprio prodottoe soprattutto dall’autoritàsi incentiverebbe la libertà di condivisione e riformulazione, che è la nuova vita della produzione creativa.
Con l’aumento delle tecnologie digitali è molto più facile che questo distacco avvenga, ma in un certo senso tutto questo è solo una versione accelerata di quanto è successo per centinaia di anni. Semmai è probabilmente meglio per gli autori di quanto lo fosse in il passato, perché internet permette anche alle persone di controllare l’effettiva provenienza di un’opera. Nel diciassettesimo secolo, prima che ci fosse una vera legge sul diritto d’autore, era comune che libri interi fossero “rubati”, modificando titolo e copertina, e venissero venduti con il nome di un altro autore. Si potrebbe sostenere che il riutilizzo e la rielaborazione sono una parte essenziale del processo creativo. Possiamo trovare esempi brillanti di pastiche letterari o tecniche a collage nelle opere di scrittori come W.G. Sebald, in cui non si è certi se l’autore stia parlando con le sue stesse parole o con quelle di un altro scrittore (di cui sta discutendo il lavoro). Nel caso di Sebald questa tecnica conferisce fluidità e unità stilistica, e il senso è dato da una sola voce, che potrebbe essere la voce della storia o dell’umanità. Ma, guarda un po’, il lavoro di Sebald è protetto dal diritto d’autore detenuto dai suoi editori o dalla sua proprietà letteraria. Ci si chiede se, utilizzando le un’opera come ha fatto Sebald, uno possa farla franca.

Quindi la legge sul diritto d’autore non è esclusivamente negativa?
Il copyright sul lavoro di artisti o scrittori, in generale, ha senso. Non si tratta solo di soldi, ma anche del controllo artistico su un lavoro pubblicato, della tutela della reputazione, di come prevenire o scoraggiare il riutilizzo malizioso o sciatto dell’opera. Ma attualmente le leggi sul copyright e gli accordi internazionali sono attualmente molto sbilanciati a favore dei grandi editori e delle case discografiche, e non tengono minimamente conto del dominio pubblico come bene sociale positivo: un bene comune culturale, gratuito per tutti. Tuttavia, se un autore o un artista desidera qualcosa di più flessibile rispetto alla licenza di copyright standard, può procedere con le licenze Creative Commons.

 

L’ideale sarebbe non lasciare che siano terzi a decidere come il proprio prodotto verrà trattato, ma che ci sia per l’autore la possibilità di scelta.
La libertà di scelta è essenziale, ma credo che una delle scelte dovrebbe essere se stare con un editore o no. Non dobbiamo dimenticare i potenziali aspetti positivi degli editori. In questi casi, c’è sicuramente spazio per la collaborazione produttiva. Io non sono sicuro che questo succeda nelle grandi case editrici, ma ho visto molti esempi positivi in quelle più piccole, in cui il publisher ha veramente arricchito l’aspetto del libro.

Avete mai avuto reclami da detentori di diritti di opere presenti sul vostro sito?
Quasi tutto il materiale della PDR è di autori che sono morti da tempo, e non abbiamo ricevuto lamentele dall’oltretomba finora. Abbiamo avuto un solo avviso di garanzia da parte della Gurideff’s Harmonium Recordings. La legge può essere molto complessa, in particolare quando si tratta di filmati e registrazioni audio. Non sono sicuro che avessero ragione, ma abbiamo rimosso ugualmente quel materiale.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?
Vogliamo arricchire il sito con nuove ed interessanti materiali, poi abbiamo in programma di espanderci oltre Internet. Stiamo progettando di produrre alcuni volumi stampati con raccolte di immagini e testi su temi specifici. È da un bel po’ che vogliamo farlo, e speriamo di avere il tempo (e i fondi) per realizzarlo finalmente il prossimo anno.

 

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