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      Il mondo visto da Christopher Anderson

      March 21, 2013
      Bruno Bayley

      Di Bruno Bayley

      EU Managing Editor

      La Magnum è una delle più famose agenzie fotografiche del mondo. Anche se non ne avete mai sentito parlare, probabilmente avrete visto alcune delle sue immagini, come gli scatti della guerra civile spagnola di Robert Capa, la ragazza afghana di Steve McCurry o le foto dei vacanzieri britannici di Martin Parr. Accanto a loro oggi c'è anche Christopher Anderson, candidato Magnum nel 2005 e membro dal 2010. Il suo primo lavoro sui viaggi degli emigranti illegali da Haiti all’America—durante il quale ha navigato attraverso i Caraibi su una nave di legno costruita a mano—gli fece vincere la Robert Capa Gold Medal.

      I suoi lavori successivi includono Son, una serie di foto che catturano sua moglie e il figlioletto mentre il padre si ammalava di cancro, e Capitolio, una testimonianza dei disordini a Caracas durante il governo di Chavez.

      Gli ho chiesto come vede se stesso e come questa sua immagine è cambiata con la sua carriera.


      Joe Biden scende dall’Air Force Two in Virginia, scatto per il New York Magazine.

      VICE: Ciao Christopher. Ti sei chiaramente distanziato dal termine “fotogiornalismo” in passato. Come mai?
      Christopher Anderson:
      Ci sono dei fotogiornalisti alla Magnum, ma non la considero un’agenzia di fotogiornalismo. È fondata più sulla fotografia documentaria. Se dovessi usare un termine per descrivere quello che faccio, mi sentirei più vicino alla fotografia documentaria che al fotogiornalismo. Il termine “fotogiornalista” tende ad essere caricato di significato: soprattutto per coloro che riportano le notizie. Non la vedo come una mia funzione. Anche quando fotografavo soggetti al centro delle notizie, come i conflitti, la mia funzione non era quella di riportare le notizie, ma di commentare ciò a cui avevo assistito e offrire un punto di vista soggettivo. 

      Quindi volevi catturare immagini che fossero più emotive e personali?
      Esattamente. Non era solo ciò a cui puntavo, ma ciò che ho fatto. Non avevo pretese di oggettività. Stavo fotografando, dando la mia opinione e volevo che fosse chiaro che era la mia opinione.

      Il tuo approccio anticonvenzionale alla fotografia ha reso difficile la vendita dei tuoi scatti, all'inizio, o ti ha avvantaggiato?
      Be’, non è che andassi dagli editori a dire, “No, non lavorerò per voi a meno che non comprendiate che il mio lavoro è soggettivo.” Con l’agenzia di prima non era molto importante, dato che lavoravo già con NY Times Magazine. Il tipo di storia che seguivo, anche quelle nelle zone belliche, era più lunga e approfondita, cercavo di esporre gli eventi in un contesto più intimamente umano, in contrasto con i tipici titoli dei giornali. Ma ad essere sincero, il vantaggio economico all’epoca non mi era venuto minimamente in mente. Ero solo intento a cercare di fare quello che ho fatto, nel modo in cui lo volevo, con la massima integrità possibile.


      Scatto del Knob Creek Machine Gus Shoot del 2011, la più grande sparatoria del mondo. Tratto da Red State.

      Hai iniziato lavorando principalmente a colori, poi ti sei dedicato al bianco e nero e ora, con i progetti più recenti come Son, sembra che tu ti sia riconvertito al colore. Cosa ti ha aiutato a prendere questa decisione?
      Il processo che porta a queste scelte si è evoluto negli anni. Ero solito dire di essere un “fotografo a colori”, ma a un certo punto mi sono ritrovato a scattare molto bianco e nero, soprattutto nei lavori sui conflitti. Il bianco e nero ha un modo unico di bloccare il tempo. C’è stato un periodo in cui avrei potuto scegliere il linguaggio in base a quale fosse il soggetto. Il bianco e nero offre una sorta di assenza di tempo che volevo in quei lavori. In questo momento sono più un fotografo a colori. La mia prima, intuitiva risposta a qualsiasi cosa ora è vederla a colori, credo.

      Hai menzionato l’integrità, prima. Il tuo lavoro ha un obiettivo generale, un’idea chiave che vuoi esprimere?
      È divertente, stavo proprio pensando a questo poco fa. Probabilmente voglio dire più di quello che voleva Garry Winogrand—disse che fotografava le persone per vedere come queste sarebbero apparse in fotografia. Non c’è un soggetto particolare di cui mi occupo, mi piace pensare che esistano mie diverse sfaccettature. C’è un elemento unificante, voglio mostrare il mio tempo su questo pianeta e comunicare una certa sua qualità emotiva. Fotografo la mia personale esperienza umana e le cose che vedo e a cui partecipo.


      Giovane a Caracas, tratto da Capitolio.

      Ci sono mai state reazioni negative al tuo lavoro perché hai sostenuto la soggettività in un campo in cui molti argomenti dovrebbero essere completamente oggettivi?
      Sì, soprattutto nella blogosfera c’è un sacco di criticismo. Non riesco a fare attenzione a tutto; non voglio sembrare arrogante, ma è solo uno spreco del mio tempo e della mia energia. Le mie fotografie sono un riflesso dell’esperienza che ho, non posso imbarazzarmi o vergognarmi di cose che sono il risultato di queste esperienze, non più di quanto potrei essere a disagio con le esperienze stesse. C’è stato un articolo, di recente, in cui hanno confrontato delle foto che ho scattato in una zona di guerra a quelle di moda e c’è stato un po’ di trambusto. Capisco che possa essere un argomento sensibile, ma dai, sono stato in guerra e sono stato a una sfilata, e non ci vedo nessuna incompatibilità.

      C’è stato un progetto che è stato più difficile degli altri?
      Probabilmente il più difficoltoso da molti punti di vista è stato quello in cui mi sono imbarcato con i rifugiati haitiani, cercando di arrivare fino negli Stati Uniti. Quello è stato il lavoro per cui ho ricevuto la Capa Gold Medal. Su un altro livello, l'ambito più impegnativo è stata la fotografia di guerra, che non faccio più. Non solo perché è pericoloso, ma perché ho avuto molte difficoltà a riconciliare le mie emozioni sullo scattare foto in quelle situazioni. 


      Tratto dal progetto Son.

      Stare alla Magnum ha cambiato il tuo approccio in qualche modo?
      Sì, l’ha fatto. Per diventare un membro della Magnum devi fare domanda e, se la fai bene, vieni accettato per due anni, in cui lavori e poi mostri di nuovo una raccolta dei tuoi scatti, e puoi diventare un associato. Infine mostri una terza raccolta e diventi membro. Questo processo è molto interessante, ti mette di fronte a domande che normalmente non ti porresti: ‘Cosa voglio fare con le mie fotografie?’, ‘Perché faccio le cose in questo modo e non in una maniera diversa?’ Ne vieni fuori conoscendoti più a fondo. Le risposte a queste domande sono molto personali, è il tuo lavoro e non ha niente a che fare con la riuscita economica o il fatto che altri lo fanno in quel modo. È così perché questa è la mia esperienza ed è come vedo il mondo. Lo trovo liberatorio.

      Per vedere altre foto di Christopher Anderson, andate alla pagina successiva.

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      Tag: Christopher Anderson, Magnum

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