Stazione Termini

Di Giulio Squillacciotti, foto di Niccolò Berretta

Termini è il principale scalo ferroviario in Italia. Termini è anche uno dei luoghi più strani e interessanti, in tutti i sensi, d'Europa, una sorta di limbo tra grande capitale e terzo mondo, tra modernità e disagio primordiale. Un luogo davvero particolare, ma comunque di passaggio, dove vai principalmente per andare da altre parti, dove non ti fermi più del dovuto perché non devi e soprattutto non vuoi. L'esatto contrario di quello che fa Niccolò Berretta, un giovane fotografo romano che dal 2009 passa quantità di tempo spropositate dentro e fuori la stazione, a fotografare le persone, di passaggio e non, che la popolano e la rendono il grandissimo, stupendo casino che è. 

Nel 2012 ha aperto un tumblr in cui sono raccolti alcuni dei ritratti in questione, insieme ad altro materiale che fa parte di questo suo progetto, tuttora attivo, sulla stazione. L'8 settembre 2013, alle Officine Fotografiche di via Libetta, a Roma, inaugura una mostra sul suo progetto. Dato che i ritratti ci sono piaciuti moltissimo, lo abbiamo chiamato per farci dare qualche dettaglio in più su quanto sta facendo e come è nata l'idea. 

VICE: Raccontaci come e quando hai iniziato questo progetto di "sanderizzazione" della Stazione Termini.
Niccolò Berretta: Il progetto è iniziato nel 2009, preceduto da una serie di lunghe passeggiate per le strade di Roma con il mio amico e artista Gabriele Silli. L'idea iniziale era piuttosto sempliciotta, ovvero individuare all'interno della città personaggi particolari, magari vestiti in modo assurdo, fermarli e fargli dei ritratti in posa. E ovviamente a Roma il luogo ideale per farlo era la Stazione Termini.
 

Come si è sviluppato quindi il progetto da quest'idea di partenza?
In parte è rimasto legato a quell'idea, ad una mia fascinazione verso gli sconosciuti che per un motivo o per l'altro spiccano tra la folla; persone che avrei sempre voluto fotografare, che fin da piccolo vedevo in autobus e magari rimanevo incantato a osservare chiedendomi perché mi attirassero. Con la fotografia sono finalmente riuscito a dare sfogo a questa esigenza, che poi però si è trasformata in qualcosa di più articolato, in voglia di documentare e "catalogare" le persone che popolano Termini.

Una delle prime cose cui ho pensato guardando le foto è che bisogna avere una certa costanza e la faccia come il culo per stare lì a chiedere a tutti quelli che ti passano davanti di mettersi in posa per una foto. Spieghi anche gli intenti del progetto a chi fotografi o ti inventi scuse sbrigative?
Più o meno lo spiego, però racconto anche quello che uno si vuol sentir dire. Se stai per perdere il treno, metti, devo garantirti che in un secondo ti faccio il ritratto; nel caso, invece, di chi alla stazione ci vive, mi prendo più tempo, gli offro pure due birre, ci sediamo e gli spiego tutto. C'è stata come una prima fase in cui ero più appostato e fotografavo persone seguendo un criterio di quantità; il parametro successivo è stato invece fotografare persone che mi attirassero per vari motivi; in questo caso ho sviluppato una tecnica più simile a un inseguimento.
 
C'è stato un momento di transizione o un evento particolare che ha permesso uno scarto successivo nei confronti del progetto? 
Credo si possa ricondurre tutto alla mia esperienza alla Caritas della stazione. Nel Dicembre del 2009 ho iniziato un volontariato alla Caritas di Via Marsala 105 [via adiacente alla stazione]. L'ho fatto con l'intento di andare più a fondo nel progetto, soprattutto in un periodo iniziale in cui non riuscivo a conoscere le persone in maniera profonda. Ero appostato tutto il giorno tra l'ingresso della stazione dove sono i taxi di Via Marsala e l'equivalente di Via Giolitti. Passavo ore e ore là fermando i passanti e archiviando numerosi ritratti senza sapere nulla di chi stavo fotografando. Così decisi di andare alla mensa della Caritas dove ho ricoperto diversi ruoli: dal guarda fila, al servizio all'interno della mensa, all'aiuto alla selezione al cancello, fino a quello che preferivo ovvero intrattenere gli ospiti durante la cena. È qui che ho registrato circa 50 conversazioni audio.
 
Quindi il progetto comprende una serie di elementi che vanno oltre la fotografia. Servono solo a te o sono parte integrante del lavoro?
Sono presenti nel blog alcune delle conversazioni avvenute. Penso di esporle assieme alle foto un giorno. Ancora non so in che forma, di sicuro mi sono servite per capire chi avevo davanti.

Ci sono particolari parametri secondo cui archivi e cataloghi i ritratti?
In generale è una catalogazione senza griglie rigide che si forma naturalmente a posteriori, c'è un'archiviazione divisa per date, ma anche secondo parametri di natura cronologica, estetica, in certi casi quasi autobiografica. Il progetto, per come lo vedo adesso, non ha fine. Non ho smesso di andare alla stazione a fare ritratti e ho intenzione di continuare ad archiviare nel corso di anni migliaia di personaggi con volti assurdi e vite folli, o anche noiosissime e banali, ma in un certo senso interessanti proprio per questo. 

Ho sempre pensato che quando non si è in un luogo come "colonizzatori", cioè per ottenere qualcosa da quello e dalle persone che lo abitano senza che ne siano consapevoli, si può dare un apporto di conoscenza al luogo stesso, come in una sorta di etnografia partecipata. Nel tuo caso mi sembra evidente la volontà di evitare la messa in scena del loro quotidiano, nonostante i ritratti in posa. Ma, anche alla luce della tua esperienza alla Caritas, pensi a un possibile coinvolgimento di queste persone, o l'incontro, di fatto, è una questione autoreferenziale di costruzione di una storia tua?
Non penso che le mie fotografie possano sviluppare un'autocoscienza in chi fotografo. Non vado tanto oltre lo specchio del cesso in cui si vedono la mattina e comunque questo aspetto non mi interessa. Se le mie foto provocano una riflessione, la  provocano in tutte quelle persone che non frequentano quotidianamente Termini.
La Caritas mi è servita molto per insediarmi alla Stazione, ma di fotografie agli ospiti della Caritas ne ho fatte poche; si è trattato più di archiviare conversazioni. Molti degli ospiti della Caritas sanno perfettamente in che situazione si trovano. E se non lo sanno è perché hanno oltrepassato la linea di confine e stanno fuori di testa. L'unico vero servizio che ho fatto alla Caritas è stato senza macchinetta, bensì ore e ore passate tra i tavoli della mensa o al cancello a chiacchierare e ad ascoltare persone che mi volevano raccontare la loro vita o semplicemente cosa avevano fatto quel giorno.
 
 
Ormai sono passati quattro anni dall'inizio del progetto. Immagino che conoscerai piuttosto bene la stazione. Esiste una sorta di categorizzazione dei tipi, dei flussi di persone sulla base degli orari? Anche estetica dico. Come è cambiata la stazione con l'apertura di negozi e la presunta "pulizia" che gli ultimi due sindaci dicevano avrebbero messo in pratica?
È cambiata, ma perlopiù in maniera superficiale. Rimane ancora una differenza abissale tra il giorno e la notte. Il giorno è il momento in cui tutti gli “abitanti della stazione” vengono parzialmente buttati nella mischia. Taxi che aspettano, pullman pieni di turisti, negozi aperti: la stazione è al massimo della sua operatività. La notte ovviamente cambia. Di notte è sempre piena di gente che dorme lungo i marciapiedi, spesso divisa per "comunità". E la densità delle persone che dormono per strada è anche legata ad eventi esterni, come è successo ad esempio nel 2010, subito gli scontri di Rosarno, quando via Marsala di notte era piena di africani che dormivano per strada. 
 

Si nota che molta gente nelle fotografie torna, e lo fa, in maniera evidente, su di un arco cronologico ampio. Sembra quasi che lo sguardo dei soggetti, di anno in anno, sia più complice, come se ormai a ritrarli fosse una persona fidata. Immagino si ricordino di te. Pensi mai a un potenziale fruitore del tuo archivio e alla possibilità che colga solo l'aspetto più grottesco di questi cambiamenti nelle persone?
Mi sembra che quasi tutti si siano ricordati di me. Tendo a non far uscire dalla stazione i rapporti che instauro con le persone di lì. Solo una volta sono andato a casa di un ospite della Caritas, Giancarlo, e gli ho rifatto la guaina del tetto, ma è un caso isolato. Non mi dà fastidio se alcune di queste foto delle persone che con il tempo ritornano possano far in qualche modo ridere. Succede anche a me a volte, ed è anche giusto così, abituati come siamo a vedere stili e persone che reputiamo normali.  

 

Seguite Stazione Termini su Tumblr. E guardate altri lavori di Niccolò sul sito del suo collettivo, Art Cock, o andate a vedere le sue foto in mostra a Roma.

 

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