L'angolo delle musicassette Vol.12

Di Francesco Birsa Alessandri e Paraphernaparaculia

Sempre attiva anche se non si vede, la Kassekten Sekte recensisce nastri magnetici, cassette, quelle cose di palstica con due lati che si infilano nello stereo, o nel walkman, o nel ghetto blaster. Cazzo, voglio un ghetto blaster.

Midday Veil - Integratron - Translinguistic Other

Non ho ancora ben capito se i Midday Veil sono effettivamente una comune di freakkettoni isolazionisti o se fingono benissimo. Voglio dire, è talmente semplice oramai avere i mezzi per catturare perfettamente un immaginario e infilarcisi dentro, no? Vabe', che vivano insieme a condividere sesso orale e funghi o meno, questi quattro figlioli di Seattle si sparano flussi di jammate da abbandono della coscienza, non troppo lunghe né troppo inquadrate nello stereotipo del genere, perché per quanto siano fighi gruppi come Gnod o The Cosmic Dead, si possono pure lasciare a loro i riffoni post-Hawkwind e l’abuso di phaser. I Midday Veil mettono al centro, semmai, le percussioni, mai troppo tribali né funeree. Il resto è una sorta di pulviscolo fosforescente, da cui ogni tanto qualche frequenza di synth si alza a trapanare la quiete apparente. Ma sono capaci anche di raddoppiare, di scavare pozzi profondi di cerimonialità senza una destinazione effettiva, strozzati dalla loro stessa coda. Ovviamente non se ne esce, è psichedelia, se non ve la sentite di lasciare un pezzo di voi stessi a ogni passaggio che cazzo l’ascoltate a fare?

ASCOLTA: Time Travel

 

AKTION - s/t -MyOwnPrivateRecords

Recensiamo una band di Roma. "Ma come–esclamerete–ancora??? Eccheccazzo!” E io rispondo: evidentemente a Roma succede qualcosa e dalle parti vostre molto poco. In questo caso abbiamo un  giovane duo composto da una ragazza che non passa inosservata  e da un virgulto che sembra la controfigura di Serge Gainsbourg. Qui sta il bello: il duo fa un pop sintetico che ha come punti di riferimento sia oscuri gruppi minimal wave sia il succitato Gainsbourg. Basti pensare al primo brano, “Ben better than ten men”, che tenta la strada “Je t’aime…”, con tanto di sospiri orgasmici femminili non proprio subliminali  e voce maschile piaciona. La seconda traccia, “Chinese Drop”, ospita chitarrine sifilitiche e sintetizzatori che suonano come usciti da una fabbrica di ciucci. Insomma,  un prodotto pop leggero, ironico, ma coi suoi vuoti al punto giusto e quel giusto mood che riporta alla mente roba tipo gli Artificial Organs. Consigliatissimo per la camera da letto.

ASCOLTA: Ben Better Than Ten Men
 



Grasshopper - The Day America Forgot - SicSic Tapes

Se Philip K. Dick non è né è stato uno dei vostri scrittori preferiti siete dei poveracci e se vi incontro non vi saluto. Chi invece lo adora, sa benissimo che tra i suoi lavori più significativi c’è un romanzo pubblicato postumo e praticamente contro la sua volontà. Radio Free Albemuth, storia di paranoie politiche, di iper-entità extragalattiche e fine del mondo. Dick lo aveva scartato per inserirlo nell’ancora più allucinato e splendido Valis sotto forma di finto film. Ora un film qualcuno che l’ha fatto davvero, ma non si sa nemmeno se riescono a distribuirlo. Considerato che una dei protagonisti è Alanis Morrisette, spero proprio che non ce la facciano. Lo avrei invece caldeggiato se la colonna sonora fosse stata questa cassetta dei Grasshopper, un duo che suona tromboni autocostruiti, ammennicoli elettronici e campionamenti. L’atmosfera di terrore cosmico, paranoia e politica è la stessa. Lo stesso mix di incubi, confusione e rabbia che vi piglierebbe se vi fermaste due minuti a pensare al futuro del pianeta terra.

ASCOLTA: The Day America Forgot
 


Hive Mind - They Made Me The Keeper Of The Vineyard - Chondritic Sound

Ritorna Greh Holger (e che cazzo di nome è Greh? me lo sono sempre chiesto) detto Hive Mind, lo yeti campione del drone-industrial mortifero e ossessivo. Scimmiato di motociclisti nazisti, droghe fai-da-te, porno anni Settanta, pistole e hippismo satanico. Potremmo quindi definirlo un etnologo e catalogatore di tutto quanto di meglio abbia prodotto la cultura americana nei suoi anni d’oro. Il suo ultimo LP di cui ho memoria, Elemental Disgrace dell’anno scorso, era un capolavoro: una nuvola di droni, asfissiante come l’odore di qualcosa di molto putrefatto. Ecco, ora che cattolici e deboli di stomaco hanno interrotto la lettura possiamo proseguire. La nuova tape ha dei suoni molto più “solidi”, nel senso che vanno bene per menare la gente, una bordata di dolore sintetico molto old school, retta da una pulsazione sempre marziale e cadenzata, ma priva (ovviamente) di un vero beat. Solo synth, poco macello, ma fa una paura fottuta.

ASCOLTA: Side A

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