Il declino dell'impero del botox

Di Quit the Doner

Di Quit the doner - Foto di Markus Sotto Corona.

Andare per la prima volta a una manifestazione del Pdl nel 2013 è come arrivare a una festa in casa alle sei di mattina quando l’alcol e le droghe sono finite da almeno un paio d’ore e qualsiasi cosa di scopabile ormai è nelle stanze al piano di sopra o sui ribaltabili della Y10 parcheggiata davanti al manifesto elettorale dell’Udc sulla sacralità della famiglia.

A Piazza del Popolo non c’è nemmeno l’ombra di tutti quei capetti borghesi, professionisti e imprenditori che ai tempi d’oro del Berlusconismo attraversavano le truppe di analfabeti di ritorno devoti al dio Silvio come un tessuto connettivo fatto al 30 percento di sorrisi di Poliestere, 30 percento di partite iva e 40 percento di mazzette di contanti per le troie.

Le iene in doppiopetto devono essere un genere che si estingue in automatico sotto una certa percentuale di consenso elettorale. Vale per la gente in piazza come per i colonnelli del partito che sul palco a Roma non si sono visti, a parte un imbarazzatissimo saluto di Alemanno che sembrava uno che incontra la sua ex per strada, le fa i complimenti per il nuovo taglio di capelli per poi dirle che le ha fatto piacere rivederla ma ora deve proprio scappare perché la sua casa sta andando a fuoco, sua madre è appena morta e deve ancora passare a prendere il cane dall’analista.

Io e il mio fotografo caliamo sulla capitale dal nord come una mini-orda di barbari decisi ad avere giustizia del corpo morente del berlusconismo, quel fenomeno sociale nato sugli schermi di Fininvest  sotto forma di Holly e Benji e conclusosi nelle mutande di una minorenne marocchina sexy quanto Diego Abatantuono al quinto negroni. 

Arriviamo alle 14, benché l’inizio della funzione sacra sia fissato per le 15. La piazza è ancora mezza vuota e diventa subito chiaro che il contatto con il ventre morbido del nemico non è più prorogabile. Problema di fondo: sono sobrio e di fronte a me c’è gente tipo questa:

Possibile soluzione: bar al bordo della piazza. Ostacolo sulla strada della sua realizzazione: i postumi di un venerdì notte al cui zenit le forze dell’ordine capitoline ci hanno fermati mentre, perfettamente sobri, tentavamo d’infilarci con l’auto in una corsia riservata ai tram inneggiando ad ahmadinejad.

Alla fine capisco che se mi risale la stecca della notte precedente potrei non riuscire più a capire chi fra me e l’intervistato è quello che crede che un settantaseienne erotomane sia una divinità. Si tratta quindi di fare quello che farebbe un’aspirante showgirl appena arrivata a Roma: fare il primo pompino a un funzionario della tv e sperare che presto il disgusto lasci spazio alla noia e alla fatture di un analista dei Parioli in grado di spiegare Freud a gesti. 

Il realtà le cose vanno persino meglio di così. Gente come questa a parte,

Il popolo che è rimasto al fianco di Silvio (a occhio dieci-15mila persone, 300mila secondo gli organizzatori che forse hanno contatto anche i dieci piani di soppalchi invisibili sospesi sopra la piazza) nei giorni del tramonto dell’impero del Botox soppiantato dal nascente regno del vaffanculo è composto dall’ultima fascia del variegato elettorato berlusconiano, quello popolare, che per anni ha testardamente votato Silvio contro il proprio interesse, facendo incazzare i leader del Pd che sulle terrazze di Roma reagivano alla propria incapacità d’intercettare il consenso popolare chiedendo con rabbia e autentica preoccupazione dell’altro ghiaccio per i loro martini.

Qui in piazza ormai è rimasta solo incoscienza politica, qualche tonnellata di odio-per-i-comunisti in acciaio inox e amore vero per Silvio.

Appena parlo con il primo fedele della chiesa di Silvio capisco che bere non mi serve davvero. Conosco questa gente: sono le stesse persone che abitano il quartiere dove sono cresciuto. Di diverso ci sono solo vent’anni di degenerazione socio-culturale in più. La dura realtà è che questi ultimi dei Mohicani sono quasi tutta gente con cui, se ci fosse un divieto sotto pena di morte di parlare di politica, potresti tranquillamente scambiare due chiacchiere al bar prendendo il caffè ed uscirne pensando che quel Totò lì alla fine è una brava persona.

Il problema è che per una certa parte di popolino italiano Silvio è l’unico diamante che si può permettere e, esattamente come la pietra preziosa, è per sempre. Berlusconi è l’amore che nessuno di loro tradirà mai perché è tutto quello che non hanno mai avuto la possibilità di essere, la proiezione mentale di quella che secondo loro è LA VITA come dovrebbe essere: una serie irreale di successi e soddisfazioni così sproporzionati da sembrare veri.

La prima vittima di tutto il circo è il grande imbonitore stesso Berlusconi, vecchietto quasi ottuagenario schiacciato dal suo sogno di negazione della realtà e da un ego così enorme da mostrare tutta la sua debolezza. Ma qui a Piazza del Popolo il dubbio che circondarsi di 20 escort a sera a 70 e rotti anni abbia un che di triste e patologico è bandito manco fosse un piano comunicativo efficace nella sede del Partito democratico.

Le conversazioni che avrò il popolo di Silvio saranno quasi tutte in un italiano incerto, per nulla lineari, pressoché prive di ogni traccia di coerenza interna e di comprensione base dei processi politici. Basti dire che quando chiedo qual è il provvedimento che più hanno apprezzato dei tre governi Berlusconi la risposta nove volte su dieci è “La restituzione dell’Imu."

Faccio notare a Paolo e Enzo di Santa Maria Capua Vetere che tecnicamente quella dell’Imu è una “promessa elettorale”, poi declino la differenza fra una promessa e un provvedimento e sto per spiegare anche quella fra “democrazie” e “scatola di biscotti” quando mi rispondono che allora il provvedimento migliore è stato il condono. Flavia invece è una delle pochissime romane presenti, è truccata quasi quanto il grande capo e secondo lei quelli di sinistra sono tutti dei morti di fame che non lavorano e poi ti rubano i soldi con le tasse.

La sensazione spesso è che Piazza del popolo sia al centro di una corrente di vento che porta con se l’eco sgrammaticato del cofanetto con tutte le stagioni di Porta a Porta degli ultimi vent’anni ma senza la Palombelli che ogni cinque minuti dice “Ma nessuno pensa ai bambini?” anche se si sta parlando della crisi dell’industria siderurgica pesante.

Rosa ad esempio viene dalla Puglia e mi spiega che il problema vero sono gli immigrati e lei ogni volta che prende il treno per andare all’università ne vede un sacco in stazione. Grillo poi è un traditore perché si è alleato con la sinistra.

Posizione questa molto diffusa nella piazza, e quando faccio presente che se continua così il prossimo passo che farà Grillo per impedire ai suoi parlamentari di sostenere un governo Bersani sarà mettere a tutti un collare esplosivo che detona se ci si allontana di più di 150metri dall’ipad di Casaleggio molti mi spiegano crucciati che effettivamente Grillo è un dittatore e un populista. Mi fa morire che un berlusconiano possa dire che un altro politico è populista in senso dispregiativo. Grillo però alla fine dei conti qui lo odiano in pochi; non è mica Bersani, non è sicuramente un comunista e c’ha pure i soldi.

Uno di quelli a cui Grillo sta sulle palle perché è passato con la sinistra (vedi sopra) è sicuramente P.G.F.

È qui in penitenza da Altamura per espiare la colpa di aver votato m5s. Mi spiega che ha tradito Silvio e ora deve delle scuse a lui, alla sua famiglia, all’Italia. Aggiunge pure che ogni giorno ad Altamura e in Puglia succedono indefiniti fatti gravissimi che spesso coinvolgono i bambini (mi giro d’istinto a a cercare la Palombelli ma non c’è traccia) ma la tv non ne parla mai perché li da loro c’è Vendola e la rai non lo vuole attaccare.

Vincenzo viene da Andria e sarà berlusconiano per sempre perché nel 2005 Berlusconi gli ha dato 1.000 euro di bonus bebè. L’ultimo Grillo che ha visto però è “quello che ho schiacciato sotto la scarpa.”

Poi c’è Salvatore, appena io e Markus lo avvistiamo in lontananza corriamo verso di lui eccitati come un giornalista televisivo di fronte a un maxi incidente mortale in autostrada. È il sostenitore del Pdl che abbiamo sempre sognato d’intervistare.

Lui però non è del Pdl, e si definisce un “osservatore anonimo che passa di qui per caso.” Smaltita la delusione gli chiediamo ““Possiamo farti una foto lo stesso?” “Va bene.” Eccola.

Questa che vedete sotto invece è una famiglia di sostenitori di Silvio vagamente sospetta e strategicamente piazzata in favore di telecamera all’ingresso della piazza.

Quando io e altri giornalisti proviamo a intervistarli scappano verso via del Corso farfugliando scuse in inglese.  

Annalisa e Giulia sono di Palermo e studiano a Roma, e le intervistiamo perché sappiamo che un paio di ragazze carine su internet funzionano sempre. Una è berlusconiana di ferro l’altra neo-grillina. Sono le figlie di quella borghesia oggi quasi totalmente assente in piazza.

Al contrario della maggior parte dei Silvio boys sanno fare discorsi sensati, hanno una certa conoscenza delle procedure istituzionali e si scannano fra di loro su tutto. Su una cosa però sono entrambe assolutamente d’accordo: a Silvio non la darebbero mai. La berlusconiana però considera il vizietto del capo accettabile mentre la grillina dice che sarebbe il caso di mandare in giro per il mondo a nome dell’Italia qualcuno di un po’ più presentabile.

Il mio preferito di tutti però è Vincenzo.

Sindaco Pdl di un piccolo paese in provincia di Caltanissetta. Ex commissario di polizia ed ex Ds ha saltato il fosso quando, spiega, “I compagni mi hanno tagliato le gambe.” A sentirlo parlare Vincenzo è uno che, smodata passione per una Grosse Koalition a parte, è quasi un no global. Mi spiega che il problema vero è il costo del lavoro in Cina e nei Paesi emergenti. Mi racconta che al suo paese se per caso “si sente appena appena l’odore del sindaco in municipio, subito arrivano 400 questuanti a chiedere di tutto.” Lui fa quello che può, vive con la sua pensione e devolve il suo intero stipendio da sindaco all’acquisto di beni di prima necessità per i concittadini. Da prima di Grillo. Mi parla di associazioni internazionali di sindaci che chiedono ai governi centrali più risorse da spendere per la popolazione e credono che il problema più importante sia diffondere le rappresentanze sindacali a livello globale per pagare onestamente il lavoro.

Quando gli chiedo cosa pensa di Berlusconi, del suo populismo, e del fatto che le idee economiche del Pdl non siano certo quelle di cui mi ha parlato allarga le braccia sinceramente sconsolato. Allora capisco l’amara verità: Vincenzo è una brava persona e rappresenta il politico italiano progressista del futuro, quello che si troverà a lavorare su un territorio talmente devastato culturalmente ed economicamente da essere obbligato a scegliere se far inglobare il proprio messaggio da un movimento populista o rassegnarsi a farsi capire (e votare) solo da quelli con le clarks e prendere lo 0,25 percento dei voti.

Fra tutti, Vincenzo è quello che mi lascia con il maggiore amaro in bocca.


“La Locura (…) il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di Pailettes (…) questa l’italia del futuro, un paese con le musichette mentre fuori c’è la morte” - Boris 3

A un certo punto nel bel mezzo della piazza passa un elefante dipinto con i colori del Pdl cavalcato dalla Mussolini abbracciata a Dennis Rodman ma purtroppo non posso mostrarvelo perché in quel momento il fotografo stava tubando con una collega di un giornale romano. Si stavano scambiando consigli sugli obiettivi, un complesso codice segreto che permette agli iniziati all’arte della fotografia e ai compensi di 20 euro lordi di cogliere o meno la disposizione dell’interlocutore al sesso anale.

Quando Markus torna annunciando tristissimo che “Lei usa un obbiettivo Canon,” qualsiasi cosa questo significhi, ormai dell’elefante non c’è più traccia e a questo punto potrebbe anche darsi che non sia mai successo, anche perché il sito del Pdl non lo riporta—cosa strana, considerato quello che costa al giorno un elefante in arachidi. Decidiamo di compensare con la foto di un cane.

Dopo mezz’ora di ego-canzoni napoletane (ohi silvio o oh silvio mio” // “ Oh mamma mamma mamma / lo sai perché / mi batte il corazon ho visto Berlusconi…) e video emotional con mamma rosa, i laghetti di Milano Due, tutti i più importanti personaggi della storia di mediaset (escluso inspiegabilimente Giorgio Mastrota) e i successi del Milan parte l’inno d’Italia e molte braccia tese scattano a manovella verso l’alto la dove abitano idealmente quei leader autoritari di cui l’Italia ha da sempre intimo bisogno.

Bisogna dare atto a Silvio di essere carichissimo. Dopo dieci minuti di monologo è chiaro che è di gran lunga il miglior stand up comedian nazional popolare d’italia. Panariello a Silvio gli fa una sega. Berlusconi tira la giù la piazza con la gag di Ingroia magistrato in Valle D’Aosta che interroga uno stambecco pentito, poi quando una signora sviene nelle prime file prima guida i soccorsi come un padre amorevole. Risolta l’emergenza si addossa la responsabilità perché “ha parlato troppo dei comunisti.” Prevedibile boato del pubblico.  “Grillo vuole fare la decrescita felice, ma io non ho mai visto qualcuno essere felice mentre diventa povero.” Una frase che si potrebbe mettere in apertura del grande libro del Berlusconismo. “Poi con che credibilità lo dice Grillo che è un miliardario?” E qui tocca persino essere d’accordo con Berlusconi. Ho bisogno di una doccia e una coperta.

Poi Silvio se la gode tantissimo nel prendere per il culo Fini e Casini e attaccare i soliti comunisti. Dopo mezz’ora sembra che le elezioni le abbia vinte lui. Ha già rovesciato tutte le categorie del discorso politico ed è più che mai saldo al centro dell’universo di senso della piazza. Se guardi all’abilità con cui racconta la sua storia cospargendola di ostacoli, successi, ironie, orizzonti e obiettivi a cui ambire e poi pensi a Bersani e al suo modo di (non) comunicare ti viene da ringraziare lo spread perché altrimenti questo Berlusconi sarebbe ancora saldamente a palazzo Chigi.

Nuovo ingresso nel discorso di Silvio sono i giovani che non trovano lavoro (di chi sarà mai la colpa?), argomento particolarmente sentito, dato che l’età media in piazza è sessant’anni con numerosissimi picchi come questi.

Alla fine ce ne andiamo con un’incipiente sensazione di tristezza addosso per queste persone schiacciate nella loro buona fede dentro il culto di una personalità abominevole. Ora che non sono più al potere la rabbia è stata sostituita in fretta (forse anche troppo, ma quando si parla di populismi le emozioni viaggiano rapide) dalla compassione.

Su via del Corso pensiamo di spiegare a lui che non basterà una bandiera italiana per superare anni e anni di razzismo pidiellino. Poi decidiamo di lasciar perdere, in fondo il bello da queste parti è che puoi sognare di essere quello che non sei e di realizzare quello che non realizzerai mai e a nessuno importa quanto in fretta questi desideri si trasformino in incubi sociali.


Segui Quit su Twitter: @quitthedoner

 

Commenta