Qualcuno sta fotografando i vostri tweet

Di Christian Storm

Marni Shindelman e Nate Larson sono due artisti i cui progetti si concentrano sulla percezione del tempo e dello spazio nella vita moderna e in relazione ai social network. Nella loro serie più recente, Geolocation, i due hanno selezionato una serie di tweet con geolocalizzazione per poi fotografare il luogo effettivo da cui il messaggio è partito, associando infine i tweet alle relative immagini. Secondo loro, le fotografie “ancorano e rievocano i dati online nel mondo reale,” e a mio avviso sono anche molto belle, intense e leggermente angoscianti. Li ho intervistati per saperne di più.

VICE: Come è nato questo progetto?
Marni Shindelman:
 Stavamo lavorando a un progetto chiamato Semaphore, in cui traducevamo sms nell'alfabeto semaforico. Trovammo un tweet che riportava le coordinate GPS, proprio vicino a dove stavamo scattando. La prima foto di Geolocation, “Sneaking suspicion”, è stata realizzata proprio in quel punto. In quell’esatto momento, ci siamo resi conto di aver dato il via a un progetto decisamente più ampio. La tecnologia ci ha raggiunto grazie alla popolarità di Foursquare o altri locative game. 
Nate Larson: È stato un periodo interessante per riflettere sulle questioni della privacy e sulla eccessiva condivisione, considerando soprattutto come la tecnologia sia diventata estremamente comune e alla portata di tutti. Riteniamo il progetto un documento sociale, che preserva dei frammenti di questo momento storico e collega dati internet disconnessi ai loro punti di origine. 

Come avete selezionato i tweet?
Marni:
Nella prima fase ci siamo serviti dell’istinto editoriale. Tutto è stato ricondotto in un numero di categorie—lavoro, sentimenti, politica e riferimento ai media. Nel nostro ultimo portfolio, #HowToKeepARelationshipWithMe, abbiamo seguito i trending topic di New York City durante una settimana di luglio. All'epoca “# HowToKeepARelationshipWithMe” era tra i TT e abbiamo fotografato ogni tweet che avesse coordinate GPS  in un raggio di 24 km da Manhattan. Questo ha eliminato l'elemento soggettivo nella selezione dei tweet.
Nate: All’inizio del progetto mi interessavano soprattutto quelli che dicessero qualcosa su quel particolare momento della società in cui vivevamo—argomenti come l’economia, la sanità o la politica. Marni era attratta da quelli estremamente sentimentali o che si riferivano alla cultura pop. Entrambi adoravamo quelli sulla tecnologia e sulla solitudine. Oggi si è più connessi che mai, ma abbiamo comunque trovato una quantità enorme di tweet su solitudine e nostalgia. 

Vi è mai capitato di incontrare o di aver notizie di qualcuno di cui avete documentato la posizione del tweet?
Marni:
No, ma vorrei fosse successo! Abbiamo appena ultimato un’installazione su grandi cartelloni ad Atlanta. I tweet che abbiamo usato erano entro un raggio di  800 metri  da ogni cartellone. Purtroppo non abbiamo avuto notizie di nessuno degli autori dei nostri tweet. 

Credete che la gente sia consapevole dell’impronta che lasciano con strumenti come twitter o Foursquare?
Marni: Secondo me la gente ha una conoscenza limitata delle tracce delle loro informazioni digitali. Quello di cui non si rendono conto è la facilità con cui un estraneo può collegare i punti del loro percorso digitale e ottenere un accesso maggiore ai loro dati. Nel nostro lavoro, noi non rubiamo o usiamo informazioni riservate. Ma tutto questo potrebbe essere tranquillamente fatto su internet o su uno smartphone che utilizza dati pubblici.
Nate: Un’altra cosa interessante è la discrepanza tra il momento in cui selezioni le impostazioni per la privacy e l’anno o i due successivi. Personalmente, ho la sensazione che con il passare del tempo la gente si dimentichi il livello delle informazioni che rendono pubbliche. E a mio avviso, nel caso del nostro progetto, è il momento in cui la cosa si fa interessante. 

Si tratta di un progetto molto legato ai luoghi. Avete notato forti differenze a seconda dell’ubicazione di chi scriveva quei tweet?
Marni:
Meno di quanto si potrebbe immaginare. In generale, la gente scrive che vuole lasciare il lavoro, di notizie, di amore e tragedie. Tendevamo a ignorare il gran numero di tweet pubblicitari che riempiono i feed. 
Nate: Finora abbiamo lavorato solo in Paesi culturalmente legati agli Stati Uniti, come il Regno Unito o il Canada. Ci stiamo dando da fare per trovare uno sponsor che ci permetta di visitare altri Paesi, nella speranza di scoprire differenze più profonde.

Com’è avere un partner con cui collaborare in un progetto artistico?
Marni:
Collaborare è come spifferare le tue peggiori abitudini e i pensieri più bizzarri a un amico. Ti logora i nervi. Fare arte è esplorare una visione mondo, e questo vuol dire esaminare tutte le stranezze e le manie della tua quotidianità e dirle a qualcun altro. Invece che assomigliarsi, le nostre idee funzionano bene perché si completano. È questo che rende così produttiva la nostra collaborazione. Quando lavori a una nuova metodologia per catturare le immagini, è difficile ricordarsi da dove proviene ogni singola idea. Di solito tutto inizia con uno di noi che ha quella che definiresti una stupida o strana idea. Poi ci lavoriamo su e il concetto comincia a prendere forma. Spesso non scattiamo insieme, ma il processo di lavorazione è fatto sempre contemporaneamente, per mantenere la compattezza tra il testo e le immagini. Utilizziamo tutti gli strumenti digitali in modo da semplificare, con la nostra coesione, il lavoro. 

Avete un account twitter?
Marni: il mio è @marnimcfly e quello di Nate è @natelarson. Ma nessuno dei due localizza i propri tweet.

Chissà perché, lo immaginavo.

Per sapere di più del lavoro di Marni e Nate, clicca qui.

 

Commenta