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      Meglio non farsi sgamare

      January 3, 2013

      Di Bert Burykill

      Ritratto di Christian Storm.


      Io, oggi, che mi godo la libertà nel parco di Williamsburg, a Brooklyn. Quando avevo il permesso di lavoro, venivo qui a pranzare.

      Sono entrato nel mondo dello spaccio di droga quando ho fumato erba per la prima volta, avevo 13 anni. L’idea che per racimolare soldi da spendere in droga avrei dovuto anche venderla per me non faceva una piega. Non ho mai pensato di fare qualcosa di sbagliato—col mio spirito imprenditoriale facevo felici un sacco di persone ed ero uno spacciatore migliore degli altri, perché ero sempre puntuale, non ero avido e nemmeno uno schifoso bugiardo. Ho abusato della mia scorta parecchie volte, ma ho sempre avuto abbastanza autocontrollo da evitare di rimanerci.

      Da bambino frequentavo scuole costose, giocavo a hockey, e alla fine sono stato addirittura ammesso allo Skidmore College, dove ho continuato a spacciare, soprattutto ai miei compagni. Facevo la bella vita grazie al mio business. Ho guidato per tutto il Nord-est come un pazzo, barattando e trafficando coca, erba, ecstasy, funghi e qualsiasi altra cosa procurasse viaggi psicotropi. (Però mi sono sempre tenuto lontano dall’eroina e dal crack—bisogna sempre mettere dei paletti.)

      Ero arrogante; non avrei mai pensato che i poliziotti coi loro grugni da porci mi avrebbero notato. L’illegalità per me non era un problema, tanto che non mi sono mai interessato, né ho mai prestato la minima attenzione, alla legge. Ma, come avrei scoperto molto presto, la legge si stava interessando molto a me.

      Un venerdì sera apparentemente normale del febbraio 2004 mi trovavo fuori da Barnes & Noble con mio fratello maggiore e suo figlio, quando mi si è avvicinato un poliziotto in borghese. Era vestito come un ragazzino che ruba portafogli. Col senno di poi, vorrei che mi avesse derubato di tutti i miei soldi, invece di ammanettarmi di fronte a mio nipote di sei anni. Quei porci avevano un mandato di perquisizione, mi hanno accompagnato al mio appartamento con un’arma puntata addosso, e hanno trovato prove sufficienti per imputarmi di cinque reati e, potenzialmente, darmi dai 12 a 25 anni di carcere. Avevo 23 anni.

      Ho passato la notte nel carcere della contea e poi, per fortuna, sono stato rilasciato su cauzione in attesa di processo. Ero all’ultimo semestre dell’università ed ero contentissimo all’idea di laurearmi con tutti i miei amici. Mi si prometteva un futuro luminoso, e a differenza della maggior parte dei miei compagni, io non ero al verde: avevo messo da parte un sacco di soldi. Avevo già prenotato volo e albergo in Italia per una vacanza con la mia ragazza. Ma all’improvviso tutto cambiava. Qualunque fosse stato l’esito del processo, sapevo che i miei genitori ne sarebbero usciti devastati (molto più di me) e che probabilmente sarei stato espulso da scuola.

      Avevo accettato il patteggiamento nel mese di agosto e mi avevano detto che per ottobre sarei stato in prigione. Visto che ero a casa, nel mio appartamento, ho passato quell’estate in una sorta di infinito inferno—tecnicamente ero libero, ma ben presto non lo sarei più stato. Ogni giorno che passava mi trascinava un passo più vicino alla fine. Era un terribile conto alla rovescia.

      Quando la mattina di quel giorno è arrivata, ero in ritardo, e ciondolavo nell’appartamento della mia ragazza con i postumi della sera prima, senza aver dormito. La lasciai che singhiozzava nel letto. Non se la sentiva di venire in tribunale e stare a guardare mentre mi portavano via. Stavamo insieme da un paio di anni e questo è sicuramente il modo più orribile che si possa immaginare per dirsi addio. Peggio c’era solo la morte.

      I miei genitori erano in macchina, per strada, in attesa; avevano già le mandibole serrate e le lacrime agli occhi. Mi sono stati vicino al punto da trasferirsi temporaneamente, a Saratoga Springs, in un appartamento affittato per un paio di mesi a vegliare su di me mentre ero fuori su cauzione, assicurandosi che non facessi niente di stupido prima del processo; e probabilmente, se non ci fossero stati, l’avrei fatto. Mi sentivo una merda umana.


      La mia foto sull’annuario dell’ultimo anno di college. Sono andato alla Millbrook School, vicino a Poughkeepsie, nello stato di New York.

      Prima del processo, in attesa nel carcere della contea, avevo incontrato dei teppistelli che cercavano di spaventarmi con il classico scenario della doccia del carcere: “Allora, tu sei nella doccia comune e Bubba si avvicina, con un coltello in mano, e ti dice: ‘Io me ne andrò di qui solo quando avrò il tuo sangue o sul cazzo o sulla mia lama, a te la scelta.’” Ma non mi è mai successo. Sono finito a scontare otto mesi in una “colonia penale” nello stato di New York, destinato ai trasgressori della legge non violenti e senza precedenti, che chiamano “carcerazione shock”. Ho ricevuto la stessa condanna—dai tre ai nove anni—di 50 Cent per analoghe accuse e sono stato inserito nello stesso programma.

      Nessuno mi ha violentato, ma ci sono andati vicino. Un detenuto lì è obbligato a stare in piedi e a fare cose senza logica per 18 ore al giorno, supervisionato da un gruppo di odiosi istruttori che urlano insulti tipo: “Chiudi quella bocca buona solo a succhiare cazzi, troia rutta-sperma!” Molti di questi finti duri non sono istruiti e non hanno alcun tipo di formazione militare: sono ragazzoni attempati che amano rompere le palle ai coglioncelli di città. Alcuni sono brave persone, ma altri sono sadici pezzi di merda che abusano del loro potere. Ho visto detenuti soffocati, presi a pugni in faccia e umiliati sino alle lacrime. Io, comunque, sono riuscito a non farmi notare. Mi sono anche fatto un paio di amici stretti nel mio plotone, che mi hanno aiutato a passare il tempo. Ma in verità, non hai poi tanto tempo libero quando vieni molestato e costretto ai lavori pesanti giorno e notte.

      Ai detenuti delle colonie penali non sono permessi libri, giochi, musica, ricevere pacchi da casa. L’idea è che, proprio come una recluta militare, il detenuto deve essere azzerato e poi ricostruito. L’obiettivo è convertire un individuo con tendenze criminali prima che sia troppo tardi. Non credo che con me abbia funzionato, forse perché ho affrontato la monotonia comportandomi come un automa e cercando di farmi scivolare tutto addosso. Ricordo che ero preoccupato soprattutto dal fatto che la mia ragazza, troppo imbarazzata per un vero e proprio addio, avesse smesso di farmi visita e di scrivermi dopo tre o quattro mesi dall’incarcerazione. Più tardi ho ricevuto una lettera da un amico, in cui scriveva di averla vista fare la gattamorta con uno che credevo un delinquente. A ripensarci oggi non mi sembra una cosa così devastante, ma per i tre o quattro mesi successivi ho trascorso almeno dieci ore al giorno in preda a una furia cieca. Tutti i miei piani erano andati a puttane—la mia storia d’amore si stava sfasciando mentre io, impotente, ero in prigione. La colonia penale ha rovinato molte relazioni. Ci venivano concesse solo due telefonate di dieci minuti al mese, mentre in un carcere normale si può tranquillamente parlare ogni volta che i telefoni sono liberi. Tutto quello che avevo erano carta e penna. Le tre o quattro lettere alla settimana che scrivevo al mio amore l’avrebbero sicuramente fatta piangere, ma ancora non so se si è mai presa la briga di leggerle.

      Continua nella pagina successiva.

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