Michael Gira

Di Francesco Birsa Alessandri, foto di Gilda Aloisi

A guardarlo bene, Michael Gira somiglia un casino a Joseph Beuys, l’artista e performer degli anni Sessanta. Stessi lineamenti duri e stesso look da sciamano criminale, con l’aggiunta di un cappello da cowboy che gli dà ancora un’aria da fuorilegge. C’è stato effettivamente un tempo in cui la musica di Gira aveva più a che fare con la performance art che con una forma di rock. Troppo rumorosa, bestiale, ripetitiva, lenta. Troppo fisica. E non stiamo parlando di cazzate metal da brufoli, i suoi primi dischi con gli Swans, all’inizio degli anni Ottanta, erano degli autentici incubi industriali. I concerti una vera prova di forza, per i volumi esasperati a cui suonavano e per il modo terrificante in cui Michael si crocifiggeva sul palco, più vittima sacrificale che frontman. Poi la svolta, e il muro di suono da devastante si fa psichedelico. Dal capolavoro Children Of God (1987) in poi, gli Swans diventano un misto di folk oscuro e rumore, recuperando gli elementi-base della musica tradizionale americana per trasformarli in qualcosa di più intenso e tagliente. 

Praticamente unico membro fisso della band, tra collaboratori stabili e temporanei, Gira decide di metterla in ibernazione nel ’98 per dedicarsi a un progetto ancora più cantautoriale, chiamato Angels Of Light, e a concerti più intimi, solo voce e chitarra. Nel frattempo gli Swans erano già riusciti a creare più di un genere musicale e influenzare centinaia di musicisti molto diversi tra loro, dai Neurosis ai Godspeed You a Devendra Banhart. L’ibernazione è finita da un paio d’anni, e sul palco sono tornati i grossi amplificatori e i volumi dolorosi di un tempo. Quello che davvero in trent’anni non è mai cambiato è l’interesse del leader per gli aspetti estremi dell’umanità, esplorati in una serie di testi che mettono sullo stesso piano gli istinti più bassi e le aspirazioni più alte, sgamando le une negli altri e viceversa. L’idea di elevazione a uno stato esistenziale più puro, raccontata col linguaggio della strada.

Il mio nervosismo, al momento di intervistarlo, era tantissimo. Voglio credere che non fosse tanto per il fatto di essere sempre stato un fan della sua musica, quanto per quell’aura di autenticità e forza che solo i grandi artisti si portano dietro, e di fronte a cui è normale sentirsi piccoli. Basterebbe la vita assurda che ha avuto. Insomma, chi cazzo sono io in confronto a uno che a 15 anni era in una prigione israeliana dopo aver attraversato tutta l’Europa in autostop? Nessuno, appunto.
 
VICE: Anzitutto vorrei sapere se durante questo tour il pubblico ti ha dato problemi.
Michael Gira: Ah no, sono stati grandi. Ascoltano con molta attenzione e riescono ad assorbire bene l’essenza della musica e delle canzoni. Li adoro.
 
Quindi non ci sono stati scazzi come di recente, quando ti sei imbufalito con una platea irrispettosa, mandandoli a leggere Pitchfork?
Il fatto di cui parli è successo a Denver. Era una di quelle rare occasioni in cui sono io ad aprire il concerto di qualcun altro. David di Woven Hand aveva suonato da solista come spalla a diversi concerti degli Swans e gli stavo, per così dire, restituendo il favore, aprivo per il suo gruppo. Il suo pubblico non aveva idea di chi io fossi e se ne stava lì a chiacchierare e fare casino. Però c’era anche gente venuta a vedere me, alcuni erano anche venuti da molto lontano e mi faceva incazzare che ci fosse della gente che non ascoltava, rovinando loro il concerto, più che a me.  Il resto del tour, comunque, è andato benissimo. Assolutamente ottimo.
 
Simpatizzo del tutto con te in questo.
Non c’è motivo per rimanersene lì a subire senza dire niente, no? Voglio dire, non è una roba da nulla, mi sembrava il caso di dire qualcosa. Non mi importa se gli piace o no, mi basta che non rovinino l’esperienza agli altri.
 
E ci mancherebbe, soprattutto considerato che è un’esperienza che generalmente richiede molta concentrazione, per non dire immersione totale. Ecco, molta della tua produzione ha a che fare con l’abbandono del sé, la disintegrazione dell’ego. Addirittura, una delle parole più ricorrenti dei tuoi testi è proprio “self”, “myself”, “yourself”...
Davvero? Onestamente non ci avevo mai fatto caso.
 
Eh sì. E hai detto più volte che la musica degli Swans dovrebbe innescare questo annichilimento del sé in qualcosa di più grande, anche fisicamente.
Sì. Non è qualcosa che mi interessa a un livello intellettuale quanto un vero e proprio bisogno. Credo che questa esigenza di perdersi in qualcosa di immenso sia in realtà molto comune. È il sentimento che spinge la gente verso la religione, che ricerchiamo nel sesso quando lo facciamo in maniera completa e onesta, ed è così che io mi sono sempre figurato la musica che ho prodotto con gli Swans. Una sorta di pratica sessuale molto lenta che si evolve nel tempo, senza necessariamente portare a uno stato di estasi. Anzi, si viene continuamente sballottati tra i due stati, tra l’ego e la dispersione.
La meditazione e il sesso tantrico, ad esempio, si svolgono allo stesso modo. Non solo la mia, poi, ma tutta la musica capace di stimolare il mio interesse ha più o meno queste caratteristiche. Non sto necessariamente parlando di musica intellettuale, figurati, l’esempio più significativo che mi viene da fare sono gli Stooges. Anzi, credo che ogni buona rock band che non faccia musica stupida punti in quella direzione. È un rituale vudù. 
 
E quanto è diverso, invece, suonare da solo? Considerato che la differenza principale tra Swans e Angels Of Light è che mentre il primo progetto lavorava più sulla forma del suono, nell’altro ti sei concentrato proprio sulla forma-canzone.
Quando sono sul palco senza la band, la genesi del suono parte tutta dalla mia macchina, la mia chitarra, ma serve più che altro a creare un contesto musicale in cui inserire la mia voce. Non sono assolutamente un chitarrista, ho solo imparato come usarla per far succedere qualcosa nella maniera che voglio. Ho ovviamente un sound molto più minimale di quello degli Swans, ma credo che questo non comporti una perdita di potenza. Basta trovare il modo di invadere l’atmosfera. Da quello che mi dice la gente, credo sia una cosa piuttosto intensa.
 
È questo approccio che ti avvicina alla tradizione blues, non trovi?
Sì. Assolutamente sì! Non in senso strettamente musicale, certo, è più una connessione emozionale. Howlin Wolf, Muddy Waters, Robert Johnson... sono i miei eroi... ma anche i Cramps lo sono [ride]! È un sentimento. “Blues is a feelin”, non ricordo, mi sembra fosse Alan Wilson “...a feelin’ you can’t describe.” È così. È questa la musica con cui riesco a entrare in contatto, non cose cervellotiche né, peggio, la roba che va di moda. Sono sempre alla ricerca di qualcosa che sia in grado di fermare il tempo.
 
 
E la religione cosa significa per te?
Non saprei, non ho un vero e proprio credo. Abbandonare completamente se stessi a qualcosa è l’aspirazione più alta che un essere umano possa avere, ma non credo che per farlo sia necessario abbracciare un dogma. Quando ero ragazzino ho sentito per la prima volta qualcosa di simile nella musica rock di quegli anni. Nei Pink Floyd e nei Doors, magari con l’aiuto dell’LSD. Quando ti interessi di cose del genere a un'età così giovane è facile che inizi a pensare che la vita può offrirti di più del semplice lavorare e consumare.
 
L’idea di fede, però, è molto presente nei tuoi testi, spesso la avvicini ai concetti di sottomissione e umiliazione. Queste idee sono presenti nella tua musica fin dagli inizi.
I miei primi testi avevano più che altro a che fare con il lavoro. Erano già parecchi anni, da quando ne avevo 14, che mi spaccavo la schiena facendo lavori tremendi. Trovavo intollerabile l’idea del lavoro, quello che non ti procura direttamente ciò di cui hai bisogno ma ti rende semplicemente schiavo. Intollerabile, davvero, ed ero completamente ossessionato da quell’idea. Mi sembrava che gli esseri umani venissero allevati e addestrati solo per lavorare e consumare. Mi ossessionava il modo in cui i media ci infettano fino a non farci sentire sessualmente eccitati se non quando consumiamo i prodotti che loro ci propongono. Poi quell’idea si è evoluta, man mano che iniziavo a interessarmi anche ad altre cose.
 
Per esempio al telepredicatore Jimmy Swaggart? Non è stato lui a ispirare il concept dietro l’album dell’87 Children Of God?
Sì. Lui è innanzitutto un grande performer, e deve essere una cosa genetica perché è il cugino di Jerry Lee Lewis. È un abile venditore e un gran... come dire... propagandista. Come Hitler, hai mai visto i filmati in cui prepara i suoi discorsi? È incredibile. Ecco, sono personaggi molto simili.
 
E pensi ci sia una connessione tra questo tipo di figure e il mondo del rock?
Ah, tutto questo è decisamente parte del rock’n’roll, fin dagli inizi. Potremmo dire che c’è un lato oscuro e uno più... puro. Howlin’ Wolf, che in concerto sembrava praticamente posseduto, o anche Jim Morrison, che sapeva canalizzare le energie della gente semplicemente stando in piedi in un certo modo. Poteva arrivare al punto di dire al pubblico di spaccare tutto e loro lo facevano. 
 
Una volta ho letto un commento su YouTube di un tizio che negli anni Novanta ti ha fatto autografare una t-shirt dei Doors e tu c’hai scritto “I am Morrison.”
[Ride] Oh cazzo, non ho nemmeno idea se sia vero. Ovviamente stavo scherzando. Sai, ho una certa età e sono cresciuto nel sud della California, per cui ho avuto la possibilità di comprare i dischi dei Doors quando sono usciti, me li ascoltavo pippando colla e ingoiando acidi. Mi ha sicuramente influenzato. Faccio un po’ di fatica ad ammetterlo ora, perché liricamente era spesso banale e niente di che. A quel tempo però, ascoltare quella roba alla radio era veramente sconvolgente. Non c’era stato niente del genere, prima. La stessa cosa con Hendrix, non c’era niente del genere. Ora abbiamo dei media che ci mettono a disposizione un sacco di cose, passate e presenti, tutto compresso in piccoli tocchi di informazione che digeriamo ogni giorno. Certe cose a quei tempi avevano un impatto che la tua generazione non può immaginare. Anche i mass media erano praticamente ancora una novità, per cui fu una sorta di esplosione, un’orgia. Un’orgia mediatica. 
 
In una delle nuove canzoni, una di quelle che per ora avete suonato solo live, nomini Lady Gaga. Lei è fondamentalmente un’orgia mediatica ambulante.
Ah ah. Quel pezzo lo abbiamo scritto tutti insieme, come band. Io avevo solo un riff molto semplice, che abbiamo sviluppato.  Quando abbiamo iniziato a suonarlo dal vivo non aveva ancora un testo, così ci cantavo qualsiasi cosa mi passasse per la testa, e casualmente è stato “Lady Gaga”. In seguito è diventato un mio piccolo feticismo e ho iniziato a cantare su di lei. Lei mi piace, la trovo interessante. Cioè, non ascolto la sua musica, chiaro, ma mi piace il modo in cui ha manipolato i media. Però era solo una frase a caso, e ora l’ho cambiata con delle parole diverse. Non riuscivo a figurarmi quella roba su un mio disco. Un po’ come Paul McCartney mentre stava componendo “Yesterday”, all’inizio diceva “scrambled eggs”. 
 
Peccato, pensavo potesse essere uno step successivo della serie di tue canzoni sulle icone pop... “Fan Letter” parlava di Madonna, di un fan di Madonna a dire il vero, mentre “Michael’s White Hands” era ispirata da Michael Jackson.
Michael Jackson e Saddam Hussein. Sì, ho sempre pensato che questo tipo di personaggi fossero interessanti. Ma quel pezzo, “The Apostate”, in realtà nasce da un’idea diversa. Da un articolo che ho letto su Scientology, altro caso interessante di manipolazione mentale. L’ho scritto da un punto di vista... be’, di odio nei loro confronti [ride]. L’articolo parlava di un tizio che se ne era andato dalla Chiesa e di come in seguito loro avessero tentato di distruggergli la vita. Sono partito da quello, ma come sempre ho cercato di andare oltre. Comunque, è per questo che si intitola così, perché il tizio voleva liberarsi di un credo che lo stava opprimendo.
 
 
I tuoi testi prendono sempre una direzione indipendente dal punto di partenza, più ampia.
Certo. Se il tema rimane troppo specifico ne viene fuori una specie di tema del liceo.
 
Molti di questi personaggi che abbiamo nominato mi hanno fatto venire in mente un concetto che Marina Abramovic chiama “body drama”, ovvero quando un grande performer o una grande figura mediatica arriva al punto in cui non riesce più a sopportare la tensione e manifesta in pubblico delle emozioni persino più vere dell’arte, un completo crollo emotivo. Ti è mai capitato?
Certo. Sai, quando ti esibisci dal vivo ci sono volte in cui cerchi di suonare un pezzo come si deve, di infilarci dentro le emozioni giuste ed entrare “nel personaggio”. Poi ci sono casi in cui ci si trova in una condizione diversa, che è effettivamente quella a cui aspiro. Il punto in cui non stai nemmeno più “suonando” in senso stretto, in cui è la musica che suona te, e non ne hai più il controllo. Ma forse non è proprio questo che intendevi. Sto parlando della cosa migliore che ti possa capitare.
 
Diciamo che questo ne è l’aspetto positivo. Può anche trasformarsi in tragedia. 
Capisco... Comunque, è per questo che la musica degli Swans è fatta di progressioni lente e ripetitive, per raggiungere quel punto in cui non c’è più controllo.
 
Sai, ci sono alcuni dei tuoi testi che mi hanno sempre fatto un effetto devastante. E mi sono sempre chiesto come potessi andare sul palco e cantare cose talmente personali a un pubblico di sconosciuti.
Davvero? Ad esempio quali?
 
Direi “Failure”, o “Blind”. 
Guarda, quelle sono ottime canzoni ma non credo parlino di me. O meglio, contengono per forza molte mie esperienze personali... quei 20 anni in cui ho lavorato come uno schiavo senza prospettive. Però credo sia molto narcisistico parlare della propria condizione pensando che possa comunicare qualcosa ad altri, per cui uso la mia vita come solo una delle tante aree in cui poter scavare alla ricerca di parole. Prendo molto anche dai media o dai libri che leggo. Quanto cazzo sarebbe orribile se parlassi solo dei miei merdosi problemi? Mi interessa portare le parole ad un livello per cui tutti possono arrivare a trovarci dentro qualcosa di loro stessi. In questo la mia icona è Nina Simone, che era capace di scrivere versi davvero universali.
 
Però dai, sei arrivato persino a inserire registrazioni della tua vita privata, momenti assolutamente intimi. 
Anche quello era semplicemente materiale che avevo a disposizione e potevo usare. Avrei potuto anche registrare un notiziario e sarebbe stato lo stesso. Qual è che ti ha colpito, in particolare?
 
Cazzo, in “You See Through Me” c’è un intero litigio tra te completamente ubriaco e Jarboe [la sua ex-compagna, nonché membro degli Swans per molto tempo], si chiude con lei che ti chiede se la ami davvero.
Ah, di quella ho sempre pensato che fosse una grande performance [ride in maniera fragorosa e terrificante]. Ero sbronzo che non mi reggevo in piedi. Riascoltandola, mi sembra una versione proletaria di Who’s Afraid Of Virginia Woolf. Gente che si urla addosso a vicenda. Chiaramente mi sono chiesto se fosse moralmente giusto ma, davvero, era una performance troppo bella per non usarla. 
 
Poi c’è “Her”, in cui hai inserito una registrazione di Jarboe tredicenne che parla della musica che ama.
Di nuovo, pensavo fosse davvero un bel quadretto. Iconico, in un certo senso. Una ragazza molto giovane che sta appena iniziando a scoprire diverse cose. Era anche un tributo a lei, la donna che amavo al tempo, un modo di mostrarla al mondo in cima a un piedistallo.
 
È vero che a spingerti verso New York nei primi anni Ottanta è stato il livello di violenza? Tipo che hai visto Taxi Driver e hai pensato “Cristo, è lì che voglio vivere.”
[Ride] Esattamente. Um, dai, c’erano moltissimi artisti interessanti a New York, e un sacco di musica. Era come il contenitore in cui si fonde il ferro per costruire degli attrezzi, e in questo senso anche un luogo in cui vieni costantemente messo alla prova. Per me era davvero la città in cui avevo bisogno di vivere per capire se ero degno di stare al mondo o no. Fu davvero dura, New York era un posto durissimo in cui vivere, e lasciare il segno nel mondo dell’arte o della musica era una cazzo di impresa. Ma ce l’ho fatta. Non so, mi sentivo irresistibilmente attratto dalla città e quando mi ci sono trasferito non mi ha deluso, anche se per i primi due anni andavo in giro con le scarpe bucate, non mangiavo per giorni e cazzo quant’è stato difficile viverci. Ad ogni modo, tutti i miei amici artisti e musicisti erano nella stessa condizione. Era molto diversa dalla mecca hipster di oggi. Certo, c’erano degli scenester, la gente che andava al Mudd Club, ma dovevi davvero lavorare il doppio di quanto potresti immaginare per creare qualcosa di valido e duraturo in quella città. È stato il mio campo di prova.
 

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