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      Io non "capisco" Instagram

      November 30, 2012
      Clive Martin

      Di Clive Martin

      Writer

      Ehi, sapete cos’è una cosa effettivamente non nuova per cui la gente può smettere di impazzire? Avere un cellulare nella fotocamera. Voglio dire, il mio telefono costa 15 euro e ha su una cazzo di fotocamera integrata. Esaltarsi per una cosa del genere nel proprio cellulare è un po’ come esaltarsi per il caffè da portare via o per la possibilità di ascoltare la musica dal computer portatile. Non è niente di che.

      Eppure, metà delle pubblicità che vedo in TV sono di macchine fotografiche e cellulari con fotocamere. Solitamente c’è una madre sorridente che fotografa con uno zoom estremo il suo figlioletto mentre fa snowboard imprigionando per sempre la sua anima in una Twitpic, e ci viene detto che dovremmo tutti fare lo stesso. Ci viene detto che la vita ci sta scorrendo addosso e che se non facciamo fotografie di ogni singolo momento—come Guy Pearce in Memento—questi andranno persi per sempre. È come se ci intimassero di non fidarci dei nostri ricordi.

      Ma non veniamo semplicemente incoraggiati a essere i fotografi ufficiali del club della nostra esistenzaci viene anche detto che dovremmo documentare ogni pasto come se ci stessimo preparando a una retrospettiva alla Saatchi Gallery. Quest’idea trova la sua epitome ed è perpetuata con grande fervore da una cosa chiamata Instagram. Forse ne avete sentito parlare.

      Non so cosa sia successo al volgere del secolo—forse ci siamo fatti tutti prendere, convinti di essere i “prescelti” perché le nostre vite abbracciano due diversi millenni?—ma qualcosa a quel tempo ha fatto in modo che ci innamorassimo di noi stessi. Il nostro esagerato senso di autostima è probabilmente la ragione per cui siamo stati abbastanza compiacenti da aver permesso che jeans simili a tende passassero come cultura giovanile e ci siamo convinti del mito secondo cui c’è un artista in ognuno di noi. Non dovevamo più essere dei membri costruttivi della società per poter sopravvivere alla sua giungla; ora potremmo tutti vivere disegnando marchi per bar che fanno succhi di frutta o gestendo il nostro caffè/galleria/etichetta grime. Non avete i soldi, il talento, l’intelligenza o la motivazione necessari a farlo? Non c’è problema, prendete semplicemente un prestito in banca, o vincete un concorso, o qualcosa del genere.

      Pensate che stia generalizzando? Be’, una mattina del 2001 me ne sono andato a scuola col mio monopattino per sentirmi dire dalla professoressa d’arte che ero stato scelto dal consiglio per disegnare un murales in un sottopassaggio della zona. Questo mi ha confuso, in parte perché avevo solo 12 anni e in parte perché ero comunque abbastanza maturo da capire che ero un artista di merda. Ho rifiutato, finendo per prendere un pessimo voto in pagella e distruggendo il sogno della mia prof., convinta nascondessi in me una versione urbana di Guernica. Ho passato il resto della mia adolescenza dicendo alle ragazze snob che non ero stato apprezzato dai barbari della mia commissione d’esame e che nemmeno Van Gogh ha mai venduto un quadro. 

      Nella fredda luce della coda per i sussidi, la maggior parte di noi si rende conto che quelle erano un mucchio stronzate. Probabilmente, è questa la ragione per cui tutti coloro che hanno meno di 30 anni sono degli insopportabili bastardi convinti che tutto sia dovuto come a un principe nepalese in esilio (me compreso). 

      Poi c’è stato Banksy, che ha dimostrato che tutto ciò che serve per riuscire come artista è una serie di metafore politiche mal documentate abbinata a una basilare conoscenza del campo della grafica.

      Ovviamente, la cosa va avanti da un po’, e basta andare a una qualsiasi personale di un diplomato all'accademia d’arte per capire che la grande maggioranza dei moderni creativi avrebbe dovuto semplicemente accettare quel lavoro al Foto&Stampe del centro commerciale. Recentemente, comunque, questa ridicola idea per cui chiunque può essere un decano dell’espressione della propria personalità ha trovato la sua spregevole conclusione nell’improbabile forma di un’app gratuita per smartphone.

      Per quelli di voi che non ne sono a conoscenza—immagino siate occupati a essere dei buoni nonni o cose del genere—lo scopo di Instagram è fornire una scusa a persone prive di qualunque parvenza di gusto per vomitare le loro illusioni bohémien sulla gente con cui sono andati a scuola. È l’equivalente creativo del citare il nome di una celebrità, uno sprazzo di una vita migliore rifilato a gente che per lo più non è interessata, con un tempismo perfetto e quale giustificazione una scusa di merda, tipo “Non è bellissima la città oggi?” (quando sappiamo che la vera ragione dietro quella foto è mostrare a tutti che siete in un posto esclusivo/figo/insolito).

      Ovviamente ci sono un sacco di persone rispettabili che pubblicano foto interessanti e raffinate, ma il problema è quella cultura di cui così tanti sembrano volere fare parte. L’estetica, i temi, i tropi. Instagram potrebbe semplicemente essere un’applicazione di fotografia, ma è anche l’arma preferita di persone che chiamano le celebrità che non hanno mai incontrato con il loro nome di battesimo. 

      Ci sono molti aspetti di Instagram per cui è facile risentirsi, ma ignoriamo per un momento le connotazioni e le ragioni profonde e diamo un’occhiata all’estetica.

      Prima di tutto c’è quell’orribile effetto di filtro alla pseudo-Windows Moviemaker che sei obbligato ad applicare su ogni foto. Quel coso non trasmette alla foto un effetto senza tempo o di classe, ma la fa sembrare più una Polaroid putrescente. Mi sento un po’ nauseato, guardandole—mi ricordano l’appartamento nelle case popolari di mia nonna che non è stato riarredato da quando hanno dato il diritto di compravendita. Mi ricordano completi in poliestere indossati da comici razzisti e negozi di arredamento abbandonati. Mi ricordano la morte e le scoregge. Forse significa che ho un qualche tipo di fobia. Forse sono stato soffocato con una canotta nella mia vita precedente. Ad ogni modo, non riesco proprio a sopportarle.

      Poi c’è il fatto che la maggior parte delle foto rappresenta cibo che sono abbastanza sicuro fosse da acquolina in bocca dal vivo, ma, una volta instagrammato, finisce per sembrare l'immagine di un vecchio libro di cucina risalente ai primi tempi del microonde, pieno di vitello tonnato e lasagne alle uova strapazzate. 

      Insomma, qual è il senso di queste foto? Non ho problemi a capire l’idea che sta dietro al voler catturare un momento importante, romantico o divertente, ma seriamente, quante di queste foto resisteranno al passare del tempo? Siamo diventati turisti delle nostre stesse vite, che fanno foto senza senso a tutto quello che capita davanti. Molte di queste fotografie non lasceranno neppure la memory card su cui sono salvate; sono la versione digitale delle macchinette usa e getta che portavamo in gita per poi dimenticarle sul pullman nel viaggio di ritorno.

      Anche quando lo usate per condividere i momenti divertenti, Instagram smette di essere utile. La sua natura ingrugnita risucchia tutto il divertimento da un amico svenuto o un comico errore di ortografia. 

      Forse è soltanto un tentativo di afferrare il mondo che ci passa accanto, cogliendo quei momenti apparentemente mondani che, una volta assemblati, iniziano a dare un qualche senso alla nostra esistenza. Forse sono solo un cinico bastardo il cui cellulare riesce a malapena a inviare un SMS al piano terra. Forse Instagram è valido.

      Credo che il problema sia una disonestà di fondo. Tutte le fotografie che vale la pena scattare colgono qualche sorta di verità, qualcosa che non avresti notato a occhio nudo. Quantomeno, mostrano una visione della realtà distorta in maniera interessante. Instagram, da parte sua, mostra una bugia, sia sul piano estetico che su quello tematico. È una versione filtrata e preparata del mondo reale, il che va bene se sei Tim Burton, ma Instagram pensa che si tratti di giornalismo partecipativo.

      Tutti quelli che assistono a una rivolta, a un attacco terroristico o a un’immolazione non sprecheranno un minuto a considerare se “Valencia” o “Nashville” siano i filtri migliori per completare l’incendio della bandiera di turno. Nessuno che veda qualcosa di lontanamente interessante si chiederebbe quale filtro utilizzare prima di mandarne la foto ad AP. È la gente con troppo tempo libero e poca immaginazione a popolare il mondo di Instagram.

      Forse Instagram non è una cosa da considerare in sé, forse è soltanto una maniera piuttosto rudimentale di condividere le proprie foto con un mucchio di altra gente a cui piace fare questo genere di cose. Ma Instagram non è un club esclusivo. È usato per lo più da persone orgogliose, per infliggere le loro orgogliose esistenze e le loro borghesi stronzate a tutti noi. Ed è lì che diventa completamente un’altra creatura.

      Questa è la cultura come status symbol. Solo che l'essere nel ristorante giusto al momento giusto ha rimpiazzato la Mercedes di seconda mano.

      Scusa Instagram, ma io proprio non ti capisco (tranne quando lo usano i rapper, perché poi postano foto in cui pescano da una jacuzzi e io non posso fare a meno di adorarle).

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