©2014 VICE Media LLC

    The VICE Channels

      Film bestiali a Berlino - Seconda parte

      February 13, 2013

      Continua il tour de force della Berlinale: con poche ore di sonno alle spalle, svariati arretrati di docce e altre attività che l'individuo civilizzato svolge in bagno, il ciclo all'ennesima potenza e una dieta limitata a caffè e bagel vuoti, ho chinato il capo alla “legge del guardare i film” e ho passato altre due entusiasmati giornate a Potsdamer Platz, dove si svolgono la maggior parte delle proiezioni. 
       
      Fatemi soffermare un momento su questo luogo del demonio: con una temperatura esterna che oscilla tra i -5 e gli zero gradi, le possibilità ricreative offerte ai frequentatori del festival sono ridottissime: o stai in coda, o stai in sala, o ti spiaccichi da Starbucks a rovesciarti latte di soja sui pantaloni. Ah sì, poi certo, c'è anche la sala stampa dove uno può riprendere le forze. Peccato che ci sia l'aria condizionata e dei ventilatori azionati al massimo: sono l'unica a credere che i giornalisti non puzzano? Insomma, non è una sorpresa se mi è spuntato un dolorosissimo e multicolore brufolo sul mento e la mia faccia ha iniziato a spellarsi in posti che avevo dimenticato, tipo le palpebre. 
      Ma non importa, perché, come dice la mia amica Laura Spini, se non vedi almeno cinque film al giorno, non vali niente.
       
      E allora, eccoci di nuovo, sui ceci, sui ceci!
       
       
      A long and happy life, Boris Khlebnikov – In concorso

      Questo non è film brutto. Innanzitutto è il secondo film slavo della Berlinale, per cui gli dobbiamo l'attenzione che deve (BASTA CINEMA ASIATICO). In più dura poco e ha uno sviluppo stranissimo. Inizia come una specie di commedia e finisce nel sangue. E fin qui, niente di nuovo. Solo che i tempi d'azione sono tutti posticipati: per un totale di 77 minuti, ce ne sono 60 in cui sembra che Sasha, il protagonista, abbia tutto sotto controllo. E invece poi sbrocca di brutto. Ma sbrocca in un modo molto poco teatrale, senza azioni improvvise, e neanche da eroe tragico; fa semplicemente quello che ci si aspetta che faccia, quasi stancamente.
       
      La storia è questa: per ragioni burocratiche (quando vedo “Russia” e “burocrazia kafkiana” andare insieme provo un senso di soddisfazione molto appagante, come risolvere un puzzle per bambini dai 3 ai 4 anni),il proprietario di una fattoria in una zona non bene identificata nella Russia nord-occidentale deve lasciare i suoi terreni, ricevendo in cambio una specie di rimborso. Lui è contrario e lo sono anche i contadini suoi dipendenti. Spronato da questi, Sasha decide di restare, però ha già firmato le carte. Ma a quanto pare i russi sono ancora parecchio traumatizzati dal loro apparato burocratico, perché la minaccia che arrivino “quelli dell'ufficio” è sempre nell'aria, tanto che i contadini si organizzano con vedette e fucili. Ma non sono molto convinti e poco a poco Sasha rimane da solo.
      Come reagirà al repentino cambio di idea dei propri sottoposti non ve lo dico, ma non è tanto questo il punto della storia.
       
      Chi citava La terra trema aka i Malavoglia in quel film mostruoso che è Terraferma, dovrebbe vedersi A long and happy life. Forse la cultura russa è troppo orgogliosa per spalmare la disperazione su una collettività, come facciamo noi italiani; forse da quello che vediamo in A long and happy life sembrerebbe anche troppo ottusa per condividerla in un senso sociale. Può darsi però che tenersi la sventura tutta per sé sia anche un atto di coraggio; senz'altro di onestà. Poco importa se il genere umano manca di solidarietà—e sfido io, se vivi nella penisola di Kola.
       
       
      Gold, Thomas Arslan – In concorso

      Questo invece è un film brutto. O meglio, se è serio, lo è. Se invece è una presa per il culo di come si può fare un film brutto, è molto spassoso. Essendo però germanico, temo che la serietà sia stata presa sul serio.
      Un gruppo di immigrati tedeschi si ritrova in Canada alla fine dell'Ottocento. Un capo finanziatore—dopo lauti pagamenti—fornisce cavalli, viveri e la guida verso il nord del Paese, dove sembra che ci sia oro in abbondanza. I crucchi sono un gruppo di disperati che ha deciso di giocarsi l'ultima carta come cercatori d'oro. Inutile dire che l'avarizia, l'egoismo, il passato e bla bla bla si ritorceranno contro di loro, facendo di Gold praticamente Dieci piccoli indiani ma con i personaggi che sbuffano invece di parlare.
      Ci sarebbe da aprire tutto un dibattito su questo nuovo recupero del western, anche alla luce del parziale fallimento di Djano Unchainted, ma non sono sicura di avere le forze per farlo. Quello che però appare chiaro è che la sequenza “carovana in cammino-evento-carovana in cammino-pausa-evento”, è uno schema narrativo molto più difficile di quanto sembri; il rischio di proporre una ripetizione di immagini sempre uguali è alto; e il pubblico è abbastanza sveglio da capire che non basta riproporre il genere con una colonna sonora elettro-country (o RZA, a seconda dei casi) per farla grossa. 
       
      A un certo punto uno dei protagonisti finisce con la gamba in una trappola per orsi: prima i compari devono aprirla con la forza per liberarlo, poi devono strappare il proverbiale pantalone inzuppato di sangue per verificare l'entità del danno e disinfettare con liquore di fortuna, infine decidono di amputare con una lunga sega. Dato che la scena era piuttosto lunga e dato che non potevo mangiare la torta salata ai porri che mi ero portato da casa perché i pochi geni di nazismo rimasti in Germania sono tutti concentrati nelle maschere che lavorano al festival—tanto che mi stupisco non li abbiano ancora dotati di fischietti per bloccare chiunque stia cercando di bere o mangiare o toccarsi l'orecchio sinistro—comunque, dato che la faccenda andava per le lunghe ed era piuttosto prevedibile, ho cominciato a osservare la gente intorno a me. E dietro di me. E davanti a me. E ho scoperto una cosa scandalosa. I critici cinematografici non guardano le scene schifose. Donne, uomini, giovani, veterani profumati di Eau de Sauvage, adulti professionisti che SI COPRONO LA FACCIA. Come facevo a 12 anni con The Blair Witch Project. Ma ce la facciamo?
       
       

      The necessary death of Charlie Countryman, Fredrik Bond – In concorso

       
      Ho visto The necessary death of Charlie Countryman con l'attitudine che bisognerebbe avere nei confronti di qualsiasi cosa o persona, quando la si vede la prima volta: a mente totalmente sgombra e libera di pregiudizi. Perché non sapevo assolutamente una cicca del film o di chi l'avesse fatto. Infatti Fredrik Bond è praticamente agli esordi sugli schermi grandi e, poveraccio, non gli è andata molto bene. Le critiche l'hanno massacrato e si è beccato talmente tante zero stelle che potrebbe fare un buco nero. Uscita dalla proiezione, ho pensato “Non male!” Poi chi l'ha visto mi ha vomitato addosso per cui ho ridimensionato il mio entusiasmo. Il problema è che è un film con alcune cose che dici “ohibò, non me l'aspettavo” ma sono mescolate con la merda.
       
      Innanzitutto, la location. Bucarest. A Bucarest non ci sono mai stata e vorrei rimediare tipo domani: sembra Milano—imperiale, afosa, gialla—ma sovietica, incasinata e senza pretese di centro del mondo. Del resto è il posto in cui si incontrano le due culture più cazzute d'Europa, quella latina e quella slava. Per cui uno pensa: wow, finalmente una produzione hollywoodiana sbarca in Romania e la pianta di girare storie di formazione col ragazzino che trova se stesso e l'amore in regioni pallose dell'Europa, tipo l'Italia. Ne deduco che, dai Balcani in là, abbiano trovato il nuovo esotico per i bildungsroman ammmerigani. All'inizio la cosa non mi sembrava affatto una cattiva idea, ma poi mi sono ricordata quanto mi irrita vedere Roma o la Sicilia ridotti al clichè del vecchio mondo. Per cui chissà cosa penseranno gli abitanti di Bucarest quando vedranno la loro capitale popolata quasi esclusivamente da musicisti che si vestono come nel '92, criminali e papponi, dove il turista è accolto da zingari che si fanno di md e ti fanno vedere le tette.
       
      In secondo luogo, Shia LeBeouf. Nanorettolo marrone che non avevo mai considerato particolarmente interessante, è bravo. Corre, sgambetta, strabuzza gli occhi, ma lui e il suo petto fanno la loro porca figura. Solo  che i dialoghi l'ammazzano. Gli fanno dire cose come: “We're the pearl. The rest is oyster”.
      In terzo luogo, Evan Rachel Wood. Come ha giustamente scritto il Guardian, sembra troppo impegnata a imitare un accento dell'est—che però fa bene—per potersi davvero lasciare andare e diventare la figa che dovrebbe essere, cioè una violoncellista dell'Opera di Bucarest con il porto d'armi. Anche lei pronuncia frasi che spero entreranno nella Top 100 dei migliori insulti della storia del cinema: “You're like a wind of shit in my life”.
       
      Infine, i due cattivi: Til Schweiger e Mads Mikkelsen. Il primo è una celebrità in Germania, dai film di azione è passato a produttore, regista e attore dei suoi film, tutte commedie romantiche. Poi si è lamentato che nessuno lo prendeva sul serio e allora ha deciso di fare un film sulla presenza tedesca in Afghanistan, sponsorizzando l'attività del Bundeswehr, cioè l'esercito. Comunque, la sua prima entrata in scena assomiglia molto alla comparsa di Sheva nell'Ultimo ultras di Calvagna. Strizza le palpebre e dice: “My name is DARKO”. La sala è esplosa e quasi la metà del pubblico si è precipitata verso l'uscita.
       
      Mads Mikkelsen è il marito gangster di Rachel Evan Wood, e credo che i suoi occhietti sottili come sogliole forniscano esattamente l'immagine ideale di criminale spietato che traffica ormoni nella valle del Volga, almeno secondo il multisfaccettato punto di vista dei creatori del film. 
      La colonna sonora degli M83, spiritelli che escono dalla pancia, genitori morti che parlano concludono il quadro. La visione ti passa ma è stupidona, il soggetto è scadente; tutti gli elementi accessori erano in potenza delle buone idee, ma non puoi fare un film solo con gli addobbi.
       
       
      Don Jon's Addiction, Jospeh Gordon-Levitt – Sezione Panorama Special

       
      Siccome sono una menosa di merda, mi aspettavo il peggio dall'esordio come regista di Joseph Gordon-Levitt. E invece no, ragazzi, ci siamo!
      Jon Martello (!!!) ama le donne ma di più i porno. Fa il barista, va in chiesa e in palestra e durante il weekend a ballare con gli amici, dove si rimorchia un sacco di donnine diverse ogni sera. Finché non incontra una “dime”, una ragazza mille curve da dieci punti che mastica sempre la gomma e non gliela vuole dare—no, non la gomma. Jon vuole quello che non può avere e lo ottiene, ma continua col porno. Cosa che ovviamente non va giù a Debbie, che ha le unghie quadrate, dice “ehi baby” e bacia facendo smuack. La storia prosegue.
       
      Girato in modo semplice semplice, con uno stile plasticoso da seriaccia televisiva, Don Jon's Addiction è praticamente una mezza parodia di Jersey Shore. Set designer e costumista hanno fatto un lavoro essenziale ma perfetto. Joseph Gordon-Levitt e Scarlett Johansson sono eccezionali (Julian Moore un po' meno perché ha un ruolo più noioso, una ex fricchettona culturalmente attiva).
       Il film è per un verso una critica spietata dei valori cretini del tamarro; è incredibile come l'ideologia zarra e le sue gestualità siano universali: che faccia lo struscio in Vittorio Emanuele o guidi come un pazzo in un qualche sobborgo del New Jersey, il linguaggio dell'ignoranza e della stupidità non cambia. Eppure, per un altro verso, questa critica non è distanziata, non è superiore nè ironica. È una semplice constatazione, anzi, una meticolosa rappresentazione. Jon Don's Addiction è un film davvero molto diretto e proprio per questo credo che possa essere apprezzato da chiunque, anche dal più grezzo guidatore di motorini truccati. 
       
       

      A single shot, David M. Rosenthal – Sezione Forum

      Avendo William H. Macy e Sam Rockwell dentro, ed essendo anche prodotto da quest'ultimo, ho pensato “wow!” E invece è stato un triste “meh”.
      Seguendo il filone di Winter's bone dei redneck che vivono in mezzo alla miseria di case mobili e fango, A single shot racconta la discesa nella melma di un cacciatore che uccide una ragazza perché la prende per un cervo. Louie C.K. riassume per bene come risponde il cervo qui al minuto 1:08.
       
      Un thriller piuttosto inutile, con Sammy che fa buone cose come attore, ma che per il resto galleggia in questa comunità di reietti dove davvero non ce n'è uno che sia normale e chiunque sorrida lo fa pochissimo e comunque digrignando i denti. “La storia non decolla”, come si dice, ma decolla forte la voglia di vedere i film dei Vanzina ambientati a Sharm, almeno lì c'è il sole.
       
      Segui Clara su Twitter: @ccpu

       

      -

      Tag: berlinale, festival, cinema, film slavi

      Commenti