L'ex presidente dello Yemen si è costruito un museo tutto per sé

Di Tik Root, foto di Juan Herrero


Il direttore del museo di fronte a uno dei numerosi ritratti dell’ex Presidente.

Ali Abdullah Saleh ne ha combinata un'altra. L’egocentrismo dell'ex Presidente dello Yemen, ufficialmente destituito nel febbraio 2012, è noto ai più, ma la sua ultima impresa rasenta il limite della vanità.

Saleh ha costruito un museo dedicato a nientepopodimeno che se stesso. Situato al secondo piano della moschea Saleh—che è stata completata nel 2008 e costituisce da sola un testamento da quasi 47 milioni di euro all’ex leader, sebbene lo Yemen sia una delle nazioni più povere del mondo arabo—il museo ospita una collezione di cimeli tanto eclettica da essere impressionante.

All'entrata del museo, un ritratto dell’ex Presidente scolpito nel metallo rende immediatamente chiaro il leit motiv della collezione. L’ingresso relativamente poco promettente lascia presto spazio alle prime due sale e, con esse, a una pacchiana esplosione di oro, sfarzo e pompa.


I vestiti carbonizzati che indossava Saleh quando una bomba della quale era obiettivo è esplosa nella moschea Saleh nel 2011. Dietro c’è il tappeto su cui stava pregando.

La mostra può contare su circa 2.000 pezzi provenienti da 81 Paesi, per lo più regalati a Saleh come doni diplomatici nei suoi 33 anni di governo. Passando oltre il paesaggio di un deserto fatto d’oro—completo di modellini di cammelli e palme—regalato dal Qatar e ai vasi dall’Iran, si arriva al pezzo forte del museo: una bacheca piena di oggetti dell’attentato risalente al giugno 2011 che ha lasciato Saleh gravemente ustionato, costringendolo ad andare in Arabia Saudita per sottoporsi a cure.


Frammenti trovati nel corpo di Saleh dopo l’attentato.

In mostra ci sono i resti carbonizzati dei pantaloni che indossava, i suoi occhiali in frantumi e schegge rinvenute nel suo corpo. È difficile staccarsi da questo assortimento stranamente affascinante. Ma vale la pena proseguire, perché lo spettacolo non finisce lì.

Andando avanti con l’esplorazione, oltre alle fotografie di Saleh con personaggi come la Regina Elisabetta, il Papa e Saddam Hussein, troverete dei riconoscimenti da almeno tre città statunitensi (San Francisco, Dearborn e Dallas), un vassoio dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti e, ironia vuole, una medaglia da Al-Jazeera, il canale televisivo accusato da Saleh di aver contribuito a fomentare le rivolte del 2011.


La pelle di un leopardo arabo, uno degli animali più rari al mondo.

Altre cose che vi faranno girare (o grattare) la testa sono un pugnale di 1.300 anni, zanne d’avorio, pietre provenienti dal bombardamento di Hiroshima e un leopardo arabo scuoiato, una delle specie a maggior rischio estinzione (in tutto il mondo ne sono rimasti soltanto 200 esemplari circa). La lista di chiassosi ritratti, stravaganti regali e strambi oggetti prosegue.

La cosa più incredibile è che l’attuale mostra è una versione ridotta rispetto ai piani originali, che prevedevano la costruzione di un intero palazzo a parte per ospitare i vari ricordini di Saleh. Comunque, il personale del museo non ha escluso la possibilità di un ampliamento.


La moschea Saleh, dove si trova il museo. Completata nel novembre del 2008, può ospitare fino a 40.000 fedeli ed è costata quasi 47 milioni di euro, malgrado lo Yemen sia una delle nazioni più povere del mondo arabo.

Saleh è diventato presidente dello Yemen del Nord a fine anni Settanta e ha fondato il Congresso Generale del Popolo (GPC) nel 1982, assumendo poi il ruolo di Presidente dello Yemen unificato nel 1990. Con un’impressionante capacità di sopravvivenza, ha contraddetto ogni aspettativa rimanendo presidente per più di tre decenni. Anche dopo che il malcontento popolare del 2011 l’ha costretto a firmare un compromesso mediato a livello internazionale che prevedeva il trasferimento del potere al suo vice (l’attuale presidente Abd Rabbuh Mansour Hadi), Saleh stenta a uscire di scena.

Al contrario dei leader di Tunisia, Egitto e Libia, che sono rispettivamente esiliati, imprigionati, e morti, Saleh rimane un’importante—per quanto a dir poco controversa—forza nello Yemen post Primavera Araba.

“Saleh ha ancora un sacco di soldi e un esercito grazie a suo figlio Ahmed [che guida la divisione della Guardia Repubblicana dell’esercito],” spiega l'analista politico yemenita Aref al-Surmi. “È per questo che [sia la comunità internazionale che quella locale] hanno pensato che avrebbe rappresentato un grosso problema.”


Un busto in mosaico di Saleh sul retro del museo.

Saleh, il cui patrimonio è stimato a quasi 27 miliardi di euro, si è senza dubbio dimostrato una bella rottura. Nonostante affermi di essere soltanto “un cittadino comune” che lavora tranquillamente per completare le sue memorie, i presunti accordi dietro alle quinte hanno provocato l’ira delle Nazioni Unite. Il 15 febbraio, il Consiglio di Sicurezza ha emesso un documento in cui esprime “preoccupazione per le interferenze riportate durante il processo di transizione a opera di alcuni individui”, tra cui Ali Abdullah Saleh.

Nabil al-Basha, un membro del Parlamento del GPC, vede l’impegno politico di Saleh come un qualcosa di costruttivo ed è un po’ confuso dalla dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. “Forse era un incentivo e un incoraggiamento a far sì che il suo ruolo sia più positivo,” ha suggerito.

In ogni caso, l’avvertimento ha fatto poco per zittire l'ex presidente. Dodici giorni dopo la diffusione di quel documento, Saleh ha tenuto un discorso per più di 10.000 sostenitori a una manifestazione del GPC, la sua apparizione pubblica più importante da quando ha abbandonato la presidenza. 


Un ritratto dell’ex-presidente all’ingresso del museo.

“Ora sta usando i media perché è convinto che il futuro di suo figlio o dei suoi seguaci sarà [assicurato] tramite mezzi di comunicazione convincenti,” nota Fakhri al-Areshi, proprietario e redattore capo del National Yemen, settimanale yemenita in lingua inglese. Nel 2011, Saleh ha creato il suo canale TV, un giornale e un'emittente radio, e secondo Areshi, si tratta degli organi che ricevono più finanziamenti in Yemen.

Ultimamente, le attività di Saleh si sono intensificate, facendosi talvolta bizzarre. Soltanto nell’ultimo mese, Saleh si è fatto intervistare da Russia Today, è andato in Arabia Saudita per altre cure e ha creato una nuova pagina su Facebook. Dopo solo poche settimane, la pagina ha già 65.000 “Mi piace”.


Una delle sale del museo.

Una dei motivi della popolarità della pagina, a parte le accuse di finti follower, sarebbero le immagini. Sono state caricate fotografie dell’ex presidente che gioca a biliardo e “fa esercizio” in palestra. Sfortunatamente per quelli che non si accontentano delle foto su Facebook e hanno bisogno di cimeli più tangibili, il museo non aprirà al pubblico prima di qualche mese. Il direttore dice che devono ancora esservi trasferiti gli ultimi oggetti e che deve esserne migliorata la sicurezza. Quando aprirà, Surmi non si aspetta che la clientela provenga da diversi contesti politici.

“A nessuno importa al di fuori dei seguaci del GPC,” conclude. Anche così, non sai mai chi potrebbe presentarsi per osservare l’assurdità del tutto.
 

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