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Sono dappertutto!

Di Laura Spini

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Illustrazioni di Ratigher

1.
Che splendida giornata di sole, in Georgia! Cielo blu, una infinita distesa di campi che digradano dalle colline, nuvole che fendono il cielo. Il paesaggio è solcato da un’autostrada. Pulita, ben tenuta. Ecco però che arriva un’auto. A guidarla è un uomo vestito da ufficiale di polizia, ma il suo contegno è tradito da un volto esausto, sconvolto, con la barba mal fatta. Il veicolo svolta verso una stazione di servizio, si fa strada tra una massa tentacolare di auto abbandonate e ammassate. L’uomo, non riuscendo a raggiungere i distributori, ferma il motore. Esce dal veicolo. Si sentono solo il vento, lo sventolio di un’insegna con scritto “NO GAS”, e le mosche. L’uomo si guarda intorno. Vede biancheria stesa ad asciugare tra le auto, lattine vuote, tende, lenzuola incollate alle fiancate delle macchine. E i morti ammassati al loro interno. Gente morta in attesa. L’uomo si gira, ancora incapace di assimilare ciò che ha visto, ma sente un rumore, e d’istinto si butta a terra e guarda sotto le macchine. Pantofole a forma di coniglietto si muovono a passetti in direzione di un orso di peluche. La bambina lo raccoglie. L’uomo cerca di raggiungerla e la chiama; Sono della polizia, le dice, posso aiutarti. Lei si volta. Lo osserva con uno sguardo vacuo; ha la pelle tesa sul cranio, non ha labbra, ha i ferretti dell’apparecchio incrostati di carne marcia. Ed è morta. Morta nel senso che sappiamo. Lui le spara in testa.
Tutti hanno presente, bene o male, l’inizio di The walking dead, la serie trasmessa da AMC (la rete televisiva anche promotrice di quella trionfale serie sui calvi che producono metanfetamine).
Questo qui sopra è un riassunto, molto povero, della sceneggiatura a cura di Frank Darabont del primo episodio. The walking dead, basata sulla graphic novel dallo stesso titolo, si è posta—ed è stata promossa con un anticipo di mesi e mesi—come la serie tv-veicolo della consacrazione di massa del reboot zombi che abbiamo salutato con la mano e accolto con calore negli ultimi dieci anni. Peccato, perciò, un vero peccato, che il The walking dead non diretto o scritto da Darabont si sia trasformato in un paludoso agglomerato di Personaggi Che Si Lamentano e Morale Antiabortista in cui la struttura narrativa incespica in un Intreccio Non Interessante e, come si anticipava, giocare la carta della morale è bello quando si hanno 19 episodi da scrivere.

2.
Una delle caratteristiche di spicco dei prodotti zombicentrici è la prevalenza del fattore sopravvivenza sul fattore morale. Nota bene, non sempre: ci si sofferma sul perché stiamo uccidendo a fucilate in testa un nostro caro (28 giorni dopo, per dirne una), ma è proprio la sospensione di un principio morale nei confronti dell’estraneo (che non è estraneo, è me stesso, un umano, però morto) che rende i morti viventi le creature più meravigliose, e anche più inspiegabilmente e attualmente amate, nell’universo (cinematografico, fumettistico, videoludico, letterario) delle cose che vorrebbero distruggere l’umanità. Ed è ormai incontestabile la diffusione del fenomeno in senso mainstream. Esattamente in parallelo con il riscatto dei nerd da realtà di nicchia, ecco il riscatto degli zombi. Si vendono magliette di Hello Kitty nerd esattamente come si vedono tatuaggi di Hello Kitty zombie.
Nessuno è più al sicuro. I quotidiani nazionali gridano alla "droga zombi che rende le persone cannibali" e poi sono costretti a ridimensionare sostenendo che la situazione non è poi così grave.
I morti non solo hanno ripreso vita, ma si sono trasformati nell’alternativa hip al vampiro che, se vogliamo, è altrettanto morto e votato a un unico impulso: il sangue. Ma, nell’esserlo, è cosciente. Per come è approcciato dalla cultura popolare, lo zombi è molto più vicino al mostro, alla creatura, al trattamento sparare-per-uccidere, piuttosto che al vampiro (che tradizionalmente è sinistro, ma astuto e seducente, e santo cielo Edward tu non sei umano, sei qualcosa di più!) o all’alieno (che è esterno a noi, ed è quindi più curioso da analizzare). Gli zombi sono noi—perciò li vogliamo morti. (Di nuovo.) O meglio, gli zombi sono la cosa più vicina a noi, ma anche la più distante: sono privi di conoscenza.

3.
Nel 2008 un canadese di nome Bruce McDonalds ha diretto un film, Pontypool, sceneggiato da Tony Burgess, che l’ha basato sul proprio romanzo Pontypool changes everything. Il film è ambientato interamente in una stazione radio, e le notizie di ciò che sta avvenendo in città vengono trasmesse dall’esterno. In questo modo gli avvenimenti vengono mostrati solo marginalmente, ottenendo un risultato simile alla narrazione radiofonica de La guerra dei mondi di Orson Welles, ma al contrario: qui potrebbe essere il mondo fuori a prendersi gioco della radio. (Oppure no. Niente spoiler.) Sebbene Pontypool sia definito dallo stesso autore un prodotto inequivocabilmente zombi, per certi versi, non è tale: il virus si diffonde attraverso la parola, gli infetti sono vivi, e si intravede una potenziale cura. Eppure, parla in primo luogo dell’uomo privo di coscienza. In fondo, la nostra paura più radicata nei confronti degli zombi non è tanto quella di essere fatti a brandelli (N.B.: anche), ma quella di diventare noi stessi zombi, che abita a venti metri di distanza dal terrore di venire affl itti dalla demenza e non riconoscere mai più i nostri cari.



4.
C’è da chiedersi come mai gli zombi siano diventati solo ora un fenomeno invece di restare un genere. Non che non se ne parlasse profusamente nei Vangeli, né è da sottovalutare che il Giudizio Universale sia la prima Apocalisse Zombi del mondo cristiano. Dello zombi haitiano che ha dato luogo alla definizione (e, perifericamente, ha creato il mito letterario e cinematografico che tutti conosciamo) parla esaustivamente Nzambi, il documentario del 2011 di VICE, e così abbiamo sistemato l’autoreferenzialità e non ci si pensa più. I primi film del genere sono strettamente legati ai miti voodoo riportati direttamente da Haiti; si pensi a L’Isola degli zombies, del 1932, comunemente ritenuto il primo film zombi della storia. Victor Halperin, il regista, trasporta poi lo scenario zombi in Cambogia (con il successivo Revolt of the zombies, 1936) ed è uno dei primi personaggi attivi a Hollywood a innescare il binomio di successo zombi-esoticità, che si arricchirà in seguito dell’insospettabilmente prolifico ramo “zombi-alieni”: in Plan 9 from outer space, gli alieni di Ed Wood vogliono distruggere l’universo riportando alla vita i morti (gli zombi vengono chiamati “ghouls”). Questa è una tendenza che proseguirà intatta fino a Romero, che arriva nel 1968 e al suo film d’esordio, una robina indipendente intitolata La notte dei morti viventi, crea il suo nuovo genere di zombi cinematografico, codificato, e in vita ancora oggi. Via via che l’horror si rifugia nel b-movie, il film di zombi si tramuta sempre più in un sottogenere. Poi, all’inizio dello scorso decennio, succede qualcosa.

5.
Se la produzione di film e, soprattutto, di videogiochi a tema zombi era sempre stata costante, dal 2002 in poi la produzione di film a medio e alto budget quintuplica. Saranno stati Resident evil, o 28 giorni dopo—con i suoi zombi veloci—a rianimare il survival horror nel cinema? Di certo uno dei fattori cruciali è la popolarizzazione di un genere di nicchia attraverso registi non necessariamente specializzati nel genere (o autori, si pensi al recente Zone One, romanzo di Colson Whitehead), ma che dieci, vent’anni fa guardavano e studiavano questi film. È lo stesso meccanismo per cui ora testate nazionali titolano i propri articoli “La rivincita dei nerd secchioni al potere” (cit.): un regista che, da ragazzino, è stato esposto a un certo tipo di prodotto, specialmente se è un prodotto con propri codici specifici (es.: il film coi morti viventi), sarà tentato dal provare a rifarlo lui stesso. E che si tratti di film serissimi o che si tratti di commedie (poniamo: Danny Boyle, con 28 giorni dopo, ed Edgar Wright, con L’alba dei morti dementi, due esempi non esattamente ad alto costo), l’estetica dei film è andata incontro a un mutamento, si è fatta più realistico-immersiva con l’aiuto di budget più elevati e un maggior debito nei confronti dei videogiochi. Gli horror, più in generale, sono diventati uno dei più grandi richiami di pubblico nelle sale cinematografiche. Sarà, poi, che ogni volta che i fanboy hanno internet in mano, non capiscono più niente: per fare un esempio che non c’entra nulla, Il cavaliere oscuro – il ritorno è diventato il diciottesimo film migliore della storia perché quando un uomo con il fucile incontra un entusiasta con il mouse, l’uomo con il fucile è un uomo morto. Gli utenti di internet sono dei piagnoni molto attaccati al proprio periodo storico, e hanno il potere di decuplicare il fanatismo e la disponibilità di informazioni su un fenomeno. Pertanto, bisogna tenere presente che nei decenni scorsi la mania zombi fosse già ben presente, ma è altrettanto necessario considerare che quella di questi anni non è soltanto un’illusione dovuta a internet, è una realtà resa concreta da internet.
C’è anche chi, come Nick Pearce, ricercatore all’università di Durham, sostiene che gli zombi moderni, molto diversi da quelli de L’isola degli zombies, non hanno il potere di liberarsi da un maestro voodoo che li controlli, e rappresentano la fine della speranza nel futuro. La fama degli zombi, oggigiorno, deriva dal fatto che il tema è percorso dallo stesso sentimento di impotenza di molti membri della nostra società. Che è un po’ come la teoria di dieci anni fa secondo cui i fan del Signore degli anelli avrebbero cercato, nella fantasia, un rifugio dal nostro mondo: affascinante, ma no.

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