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Stefano Pilati
Foto di Carlotta Manaigo

Il nome più importante ed evocativo nella storia della moda è indubbiamente quello del grandissimo esteta Yves Saint Laurent. Da dieci anni come direttore artistico della maison Yves Saint Laurent c’è Stefano Pilati, un creatore di straordinario talento che vede la moda con l’occhio cinico e analitico di colui che Derrida potrebbe definire un “traduttore” o “mediatore” del ventunesimo secolo. Prima di questo ruolo, Stefano lavorava con Tom Ford e prima ancora con Miuccia Prada, la più importante innovatrice nella moda italiana degli ultimi 20 anni. Come Saint Laurent, Miuccia ha cambiato non solo il linguaggio della moda, ma anche il modo di fruirla. Stefano era, indubbiamente, il candidato più competente per prendere le redini di una maison non solo di moda, ma di pensiero.
Sembrerebbero tutte cazzate preteziose quelle che sto scrivendo—magari lo sono—ma per chi vive la moda come la musica o l’arte contemporanea, come me, è tutto più vero del reale e notevolmente più importante. E poi sappiamo benissimo che dietro la stragrande maggioranza degli artisti contemporanei di successo ci sono dei galleristi attaccati al denaro quanto i proprietari delle più grosse conglomerate del lusso. Inoltre, diciamoci la verità, è più poetico un video di Panda Bear su Pitchfork o Yves che fa un festino di oppio e marchette nei giardini della sua villa di Marrakesch?
Stefano è un professionista e stakanovista, quindi non si lascia andare fino al delirio. Perlomeno non più, da anni. Nonostante debba salvaguardare gli interessi economici dell’azienda, allo stesso tempo Stefano porta avanti nei vestiti il discorso di eleganza, perversione e follia che ha iniziato il grande maestro Yves negli anni Sessanta dopo essere uscito da un ospedale militare dove era stato soggetto a violentissime terapie psichiatriche.
L’influenza di Yves Saint Laurent nella moda non ha rivali: era un genio squilibrato la cui pazzia ha partorito un nuovo codice di comunicazione. Un po’ come Syd Barrett. I tempi però sono cambiati per i grandi stilisti: tutto è più difficile e bisogna avere le idee chiare per combattere. Ma d’altronde, come diceva Kim Jong Il, “un uomo che teme le prove e le difficoltà non potrà mai diventare un rivoluzionario.” E Stefano sicuramente è un bravo rivoluzionario.
Ho intervistato Stefano su Skype mentre lui era elegantissimo a Parigi e io, un poveraccio, sul mio letto stile Richard Billingham Tirolese di Milano. A metà intervista mi sono reso conto di essere in mutande: ma degno di Betty Catroux e delle più grandi muse del maestro, ho fatto finta di nulla e ho continuato a parlare con l’amico e maestro di moda Stefano Pilati.
Vice: Iniziamo subito con le domande serie. La tua visione per la maison di Yves Saint Laurent è sicuramente più coraggiosa, perversa e innovativa di quella del tuo predecessore Tom Ford. Hai avuto delle difficoltà con la stampa o con il pubblico all’inizio, perché quello che creavi era più... difficile?
Stefano Pilati: Sì, certo, le difficoltà sono state diverse, e in un certo senso ci sono ancora, è ancora difficile. Io non ho mai cercato di confrontarmi, di paragonarmi a Saint Laurent. La direzione che ho preso è stata una direzione seria, di rispetto, di mestiere, mettendo alla base di tutto un concetto di eleganza che non potevo mai perdere. Anche se certe scelte che faccio nelle mie collezioni sono delle scelte commerciali, hanno a che fare col fatto che quando presi Saint Laurent perdeva un sacco di soldi. Perdeva 75 milioni di euro l’anno. Io non sono partito da zero, sono partito da meno 75 milioni.
Oddio.
Dovevo creare più cose. Dovevo essere innovativo, dovevo essere rispettoso della maison, dovevo essere commerciale. Dovevo costruire delle fondamenta. La gente probabilmente si aspettava dei fuochi di artificio, che in realtà io non ho dato.
Però a tuo modo hai influenzato la moda degli ultimi anni.
Be’, si potrebbe dire che ho lanciato una silhouette che funziona ancora adesso. Nel 2004 tutti andavano ancora in giro con i pantaloni e con la gonna a vita bassa. Erano degli obbrobri, quando camminavi per strada vedevi sempre il sedere a queste cofane, con i pantaloni che tiravano da tutte le parti. Allora ho detto: “Forse non è il caso di continuare a vedere questi obbrobri.” Così ho alzato la vita, l’ho stretta con le cinture, e questa silhouette che ho creato funziona ancora. Nonostante le critiche iniziali, mi è stato riconosciuto come cambiamento positivo.
Con che difficoltà hai dovuto fare i conti quando sei entrato in YSL?
Saint Laurent, purtroppo, è una maison che oltre ad aver fatto sognare, ha anche marcato molto l’immaginario delle persone, e quindi bene o male tutti hanno la loro opinione su ciò che è Saint Laurent. Quindi quando fai il volant, vogliono le cappe di Apollinaire; quando fai le cappe di Apollinaire, vogliono i tuxedo; quando fai i tuxedo vogliono gli anni Settanta. Fai gli anni Sessanta? No, non va bene, dovevi fare gli anni Ottanta con le spalle a pagoda. Hanno tutti un’idea di come deve essere Saint Laurent, quindi la cosa più difficile in realtà è dover mettere da parte tutti i commenti e le interferenze.
Sono convinto che il mio lavoro sia un lavoro serio. Ho lavorato sui volumi, che era una cosa che nella moda non si faceva da molto tempo, e tutt’ora un sacco di altri colleghi non lavorano sui volumi, ma solo sulla decorazione degli abiti, che è la scelta più rapida per ottenere il risultato di maggior effetto: prendi quattro o cinque o dieci campioni di ricami (il numero dipende da quanta disponibilità economica hai), li applichi sull’abito e sei subito glamour. Per me costruire un capo ha a che fare con la vita di tutti i giorni, con il dinamismo, il ruolo della donna oggi, come si pone in certi contesti, e con i nuovi ruoli sociali che si trova a dover ricoprire, ben diversi dalla moglie che deve spendere i soldi del marito o dalla cortigiana che si fa sbattere. Cerco di inglobare tutte queste riflessioni nelle mie collezioni. Diciamo che è la démarche più difficile.
Saint Laurent è forse il marchio più difficile che c’è nella moda, proprio perché ti devi confrontare con l’immaginario della gente, che è infinito tanto quanto il suo lavoro. È stato forse il designer più prolifico della storia della moda, e ha segnato anche i decenni più importanti, ovvero dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, il momento in cui è nato il prêt-à-porter e l’industria della moda stessa ha preso un altro valore.





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