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      E poi i calciatori finiscono sulla copertina del Time

      November 6, 2012
      Dalla rubrica 'Stili di gioco'

      Abbiamo trascorso gli ultimi anni della nostra vita, gente più o meno interessata al calcio, a dire che i calciatori guadagnano troppo, che non meritano un ruolo del genere all'interno della nostra società, che quasi sempre si tratta di figure diseducative, e poi Balotelli finisce sulla copertina del Time a pochi giorni dall'elezione americana. Il titolo sarebbe "The meaning of Mario", ma la vera domanda è cosa significa che un rivista come il Time metta in copertina un calciatore.

      Mi sono già espresso in passato sull'argomento e mi sembra semplicemente paradossale ritenere i calciatori degli ignoranti arricchiti e poi pretendere che possano fare da modello a qualcuno. Adesso, quello che farò sarà confrontare l'articolo del Time con due interviste che conservo da qualche tempo e che si interrogano sull'argomento: quella al calciatore studioso Esteban Granero sulla rivista Jot Down e quella al numero dieci del Montpellier Younès Belhanda sul magazine l'Equipe dall'altisonante titolo "La vie n'est pas un jeu".

      Scegliete voi il modello di calciatore che preferite.

      1 - Il Significato del significato di Mario

      Il pezzo del Time è scritto con le migliori intenzioni, partendo però dai presupposti peggiori. E non parlo del sottotesto "l'Italia è un paese razzista" della prima parte dell'articolo. Sono sostanzialmente d'accordo e non mi dispiace che il Time torni sulla vignetta pubblicata da Gazzetta il giorno della partita contro l'Inghilterra, che rappresentava Balotelli come King Kong in cima al Big Ben, bombardato di palloni.

      Dopo aver descritto Balotelli come una contraddizione in termini "eroe nazionale e vittima del pregiudizio nazionale", è il Time stesso, però, a cadere nella trappola del pregiudizio dipingendolo come differente dagli altri calciatori. Ragazzi, solitamente, "rich in cash and testosterone, poor in judgment." Balotelli, a differenza di molti calciatori "has brains in his head as well as his feet." Leggendo l'intervista all'intervistatrice è evidente il fatto che aspettava di trovarsi davanti un idiota. "È incredibilmente serio, e vuole spiegarti cose, e vuole capire cose."

      Separando il grano dal loglio, il Time descrive i numerosi errori (uno che si brucia casa tirando i petardi in salotto) di Balotelli come semplici bambinate. Perché, bambino abbandonato dai genitori naturali, gli è mancata un'infanzia nella norma. Un tentativo di riabilitazione simile fu tentato in corsa proprio dalla Gazzetta, presentando Balotelli come un italianissimo cocco di mamma (come se per farlo piacere agli italiani ci fosse bisogno di ridurlo a un qualche stereotipo). Se la Gazzetta cercava di sublimare il nostro razzismo di fondo, il Time prova a riscattare un calciatore dall'immagine stereotipata e ipocrita che la nostra società ha dei calciatori, confermando però di fatto quel tipo di pregiudizio.

      Il problema del Time è che trasforma Balotelli in un simbolo vuoto. Non è importante Mario, ma il suo "significato".

       

      2 - Il calciatore psicologo

      Adesso paragoniamo le non-domande e le non-risposte del Time a Balotelli (perché non chiedergli direttamente: "Non è stupido tirare i petardi in casa, perché lo hai fatto?", oppure "Mario è vero che come tutti gli italiani odi gli italiani?", "Mario, cosa pensi di chi pensa che spendi male i tuoi soldi e forse non li meriti, te ne fotte qualcosa?") con l'intervista di Granero nella Biblioteca Nacional in cui parla di Woody Allen, Kafka e di tutti i libri che posta su Twitter.

      Granero si sta laureando in psicologia e tutta l'intervista ruota attorno a questo e ai suoi gusti culturali. Lui sì che potrebbe fare da esempio, da modello. Eppure quando l'intervistatore gli chiede di quelli come Balotelli, lui risponde: "Non credo che questo tipo di giocatore possa essere altrimenti. In altre parole, non c'è una versione bravo ragazzo di Balotelli. Non esiste una possibilità del genere. A 25 anni non può cambiare. In aggiunta, c'è il carattere che viene direttamente dai geni. Non sto dicendo che essere così fa di qualcuno un giocatore migliore, o che non esserlo possa aiutarti a migliorare come calciatore. Ma non puoi aspettarti che Mágico González vada a letto alle dieci, si svegli presto, faccia colazione e vada alla partita.... Una persona del genere non esiste. Dobbiamo apprezzare quello che abbiamo davanti ai nostri occhi: un fenomeno."

      La pressione che viene dal campo e quella dall'esterno sono di tipo diverso. L'unico dovere di un calciatore sarebbe quello di gestire la prima. Granero lo dice chiaramente: "I calciatori sono trattati da idoli e gravati della responsabilità di educare i bambini. In più devono fare bene sul campo, dove non possono permettersi il minimo errore, ad alti livelli. Un clima di stress nel quale qualcuno esplode, qualcuno meno, ma abbiamo tutti qualche problema."

      L'intervistatore gli chiede in che modo viva la sua celebrità: "Rifiuto di assumere ogni ruolo. Lo rifiuto. Sono un calciatore, ok? Un calciatore si dedica al gioco del calcio, sono pagato per giocare a calcio e giocare bene. Non puoi aspettarti che i calciatori giochino bene e si comportino in maniera esemplare pensando a... i bambini. Non credo abbia a che fare con la professione che pratico." Poi, più avanti: "Non mi piace quando si chiede alle celebrità, che siano cantanti o atleti, di essere da esempio ai bambini. I genitori dovrebbero educare i loro figli."

      Una dichiarazione che ricorda molto da vicino quella di De Rossi dopo aver dato una gomitata a palla lontana a Srna dello Shakhtar Donetsk, non mi è riuscito di trovare le parole esatte ma disse una cosa del tipo: "Ditemelo voi, devo dare il massimo per vincere la partita o..." Il punto è proprio questo.

       

      3 - Il calciatore rappresentante

      Younès Belhanda invece è l'esempio opposto. Un calciatore che fa di tutto per assumersi le sue responsabilità sociali.

      Francese di nascita e musulmano, al momento dell'intervista era appena tornato dal piccolo pellegrinaggio alla Mecca: "Avere fede è molto difficile. Bisogna essere all'altezza. Alla Mecca siamo tutti sullo stesso piano. Ricchi, poveri, principi, operai, tutti uomini vestiti con due pezzi di tessuto bianco, come asciugamani."

      Anche se lui ha scelto di indossare la maglia della nazionale marocchina, si esprime al riguardo del brutto gesto di Nasri che zittisce i giornalisti dopo il gol contro l'Inghilterra all'Europeo. "Quello che ho visto non mi è piaciuto. Una volta che indossi la maglia della Francia non hai bisogno di fare il ribelle. Quando segni, la prima cosa, è di essere felice per i tuoi compatrioti. Anche se sei arrabbiato."

      In una nazione in cui il calcio diventa specchio dell'identità sociale (vedi il caso del Mondiale 2010 con i giocatori in sciopero che si rifiutano di scendere dal pullman e allenarsi e i media che parlano di fazioni etniche contrapposte, di Gourcuff vs Ribery come il ragazzo bianco e beneducato contro un coatto da spogliatoio-attenzione: Ribery è bianco ma convertito all'Islam), Belhanda cerca di gestire la pressione anziché, come Granero, rivendicare il proprio diritto ad essere solo un giocatore di calcio.

      Giudicate voi dalle sue dichiarazioni.

      "Il rischio di esagerare è grande. La fede mi permette di fermarmi. Di non montarmi la testa. Di comprendere che c'è gente che soffre. Per la mia famiglia in Marocco, a Taza, la vita non è sempre facile. È importante averne coscienza quando si hanno molti soldi."

      Domanda: "Devi aver fatto per forza qualche follia..."

      Risposta: "Certo. Sono un essere umano. A volte anch'io do di matto. Preferisco non parlarne per non disturbare le persone a me vicine. Riceviamo talmente tanti stimoli. Ho fatto acquisti per quattromila, cinquemila euro... la mia macchina, una Porsche Panamera, è molto costosa [senza optional: 110mila euro]. In realtà è un acquisto inutile, sarei altrettanto felice con una macchina normale. È stato un errore di gioventù, la religione insegna a non sprecare soldi a questo modo. Sono cresciuto con questo spirito. D'altra parte, la Porsche è la mia unica follia."

      Domanda: "Che importanza dai allo sguardo degli altri?"

      Risposta: "Non voglio dare l'immagine del calciatore superficiale. Al tempo stesso, mi rendo conto di drammatizzare troppo. Comprarsi una bella macchina quando si è giovani non è così grave. Ma cerco di tenere mio padre come punto di riferimento, ha lavorato nelle vigne per più trent'anni per crescere sei figli. Sgobbava piegato in due per ore... un orologio da 20mila euro era il suo stipendio di un anno!"

      "Sono giovane, gioco a calcio, ma la vita non è un gioco. La vita sono delle regole che ci relazionano l'uno con l'altro, che ti vengono date dalla religione, dalla tua filosofia personale, dall'educazione..."

      "Bisogna dare una buona immagine di sé. Soprattutto se sei magrebino. Mi dispiacerebbe se dicessero che Belhanda è aggressivo e maleducato perché arabo. Noi figli di immigrati siamo sempre osservati speciali. Anche se sei nato in Francia, non sei considerato veramente francese. La società ci tiene d'occhio più dei ragazzi bianchi. Quindi, fin da piccolo, mi hanno insegnato a fare il doppio dell'attenzione. Dato che sono famoso devo stare attento a non dare scuse perché mi venga dato contro. Perché se vengo messo all'indice, attraverso di me, sono tutti i giovani immigrati, arabi e africani, a venirne toccati. E mi farebbe male."

      Ma soprattutto, sarebbe giusto?


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      Tag: stili di gioco, Time, Balotelli, Esteban Granero, Younès Belhanda

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