Stili di gioco

Soldi in nero e porsche gialle - Prima parte

Di Daniele Manusia

Lentini si esprimeva così (La Stampa, 3 novembre del 1991) l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh.”

Dopo la parentesi in Serie B della stagione ’89-’90 il Torino era tornato, se non ai fasti degli anni Quaranta (il Grande Torino cancellato dalla strage di Superga), a una sorprendente quanto, col senno di poi, estemporanea ribalta nazionale e internazionale. Lentini sembrava aver superato il periodo turbolento della crescita (complicato già da qualche infortunio) in cui era stato prima mandato in prestito punitivo/formativo all’Ancona, e poi alternato tra prima squadra e Primavera dal tecnico Eugenio Fascetti. “Il mio peggior difetto è proprio quello di non riuscire a liberarmi della palla al momento giusto, ma di aggiungere sempre quel tocco in più che aggrava la situazione. Ma se a volte esagero nel tener troppo il pallone non lo faccio per presunzione; è un cercare di strafare che penso sia comune a molti giovani e che si perde con l'esperienza, nel tentativo inconscio di far vedere ciò che sai fare e quanto vali” (La Stampa, 2 marzo 1990). Meno di un anno dopo, allenato da Emiliano Mondonico, Lentini impressionerà tutti con la sua prima stagione da titolare in serie A (34 presenze e cinque gol), guadagnandosi anche la maglia della nazionale (esordio nel febbraio 1991). Dopo il suo primo gol in serie A, alla terza giornata contro l'Inter, in giacca granata, coi capelli corti davanti e lunghi dietro, quando il cronista gli dice: “Lentini, un gol d'autore...”, lui sorride soddisfatto di sé: “Sì, devo dire di aver fatto un bellissimo gol e sono molto contento, ecco. M'è venuto Battistini incontro, sono stato fortunato a fargli il tunnel, e poi a tu per tu con Zenga sono stato molto freddo.”

Il presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, diceva di aver ricevuto nell’estate del '91 un’offerta di 22 miliardi (di lire) da Berlusconi, alla quale si sarebbe aggiunta in corsa quella di Agnelli. Soldi inimmaginabili per l’epoca, capaci di scandalizzare lo stesso Gianluigi, figlio piemontese di emigranti siciliani: “Certe cifre fanno parte del gioco. Mi pare folle si possa spendere tanto per un calciatore. So cosa valgo, non mi faccio condizionare. Ringrazio il presidente per non avermi ceduto, devo tutto al Toro ed è qui che voglio cominciare a vincere.” “Scoprire di avere in casa un giocatore così richiesto può far solo piacere. In fondo due anni fa era in B e non giocava sempre”, ricordava Emiliano Mondonico nel marzo 1992. Nonostante però il rapporto affettuoso e paterno che lo legava alla ventitreenne ala destra, Mondonico era consapevole dell’impossibilità di trattenere Lentini troppo a lungo: “Dispiace perderlo, però oggi la realtà è che Milan e Juve fanno quello che vogliono, le altre squadre fanno quello che possono.”

La stagione ’91-’92 resterà nella storia del Torino, oltre che per Lentini, per un terzo posto in campionato (miglior piazzamento dal 1985, tuttora ahimé imbattuto) e, soprattutto, per la doppia finale di Coppa Uefa contro l'Ajax, persa solo per la differenza di reti segnate fuori casa. Dopo aver pareggiato 2-2 a Torino, la squadra di Mondonico aveva giocato effettivamente meglio ad Amsterdam (qui il secondo tempo), anche perché l’Ajax di Van Gaal, proprio grazie al risultato dell’andata, si era per lo più limitato a gestire lo 0-0 con cui alla fine aveva sollevato la Coppa Uefa. Quella di ritorno verrà ricordata come “la finale dei tre pali”: quelli colpiti ad Amsterdam da Casagrande (colpo di testa su cross di Lentini), Mussi (tiro da fuori deviato) e, nei minuti finali, Sordo (traversa clamorosa dopo un tiro al volo in area).

Il Torino messo in piedi da Moggi in quegli anni era una squadra ricca di giocatori affascinanti come Martin Vazquez, Scifo e Casagrande, oltre ovviamente a Lentini; capace di battere 2-0 il Real Madrid in casa in semifinale e che aveva pareggiato 2-2 contro l'Ajax per via di un grande gol di Jonk da trenta metri e un rigore procurato da Bergkamp. La crudeltà del risultato finale sta appunto nel fatto che il Torino di Mondonico, in teoria l'underdog, lo sfidante, abituato ad aspettare gli avversari nella propria metà campo e a verticalizzare rapidamente, era stato battuto dalla squadra di Van Gaal con un possesso palla difensivo prossimo alla melina. Peccato che la nuova regola voluta da Joseph Blatter, che vietava ai portieri di ricevere con le mani i retropassaggi dei propri compagni di squadra, sarebbe entrata in vigore solo a partire dal luglio di quello stesso 1992.

Roberto Cravero, capitano, a fine partita collegherà la sfortuna di quella finale col solito destino avverso alla maglia granata: “Credo che esista una sola società al mondo che perde delle finali così. Questa qua è il Torino. Siamo maledetti, non so che dire” (e ancora anni dopo, nel servizio di Sfide dedicato alla finale, si dice che il Toro “ha fatto della sofferenza la propria bandiera”). Pochi giorni dopo la finale Mondonico pensa già alla stagione successiva (“proveremo a dare un calcio alla cattiva sorte”) e sembra pensare che Lentini sarebbe rimasto al Toro: “Questo ragazzo è l’unico della squadra che sappia fare la differenza in attacco. Lui ha capito che può essere il numero uno e questa idea lo affascina molto. Altrove potrebbe diventarlo, ma anche non diventarlo.”

Le modalità del passaggio di Lentini al Milan non sono del tutto chiare. Ancora a fine maggio La Stampa titolava: “Borsano non vende più Lentini.” Il siparietto immaginario tra il presidente del Torino (deputato del PSI) e Lentini (che all’epoca, a quanto pare, guadagnava 800 milioni di lire all’anno) era il seguente: “Non me la sento proprio di venderti” – “Sono contento.” Sullo sfondo, l’imminente vendita del capitano Cravero interpretata come sacrificio necessario per tenere Lentini in squadra. Cravero che, da parte sua, non sembrava affatto contento di andarsene: “L'ultima parola spetta a me, vedremo il da farsi. Vialli ha lasciato la Sampdoria, il sottoscritto può lasciare una maglia indossata sin da ragazzino: è proprio vero che nel calcio le bandiere non esistono più.”

La questione è intricata perché sembra che Borsano avesse accettato sette miliardi da Berlusconi, firmando già a marzo un contratto su cui Lentini si limitò a mettere la firma una volta presa la sua decisione: a fine giugno, dopo un risolutivo viaggio ad Arcore in elicottero e una chiacchierata con Berlusconi che lo convinse dell’opportunità: “Quando mi ospitò ad Arcore, capii che era un uomo da ammirare” (Corriere della Sera del 2 luglio 1992). Pentitosi forse di aver accettato a marzo 14 miliardi per un giocatore per cui Agnelli a giugno avrebbe pagato il doppio (“Sono vittima della mia stessa ingenuità”), il presidente del Torino proverà inutilmente a far invalidare il contratto, firmato in tempi non consentiti, auto-denunciandosi a Matarrese, salvo smentirsi nuovamente poco dopo. Borsano parlerà di un costo totale di 65 miliardi tra cartellino, ingaggio e contratto d’immagine, Galliani (“Il dottor Berlusconi e io abbiamo corteggiato Lentini, come mai era successo per nessuno in passato”) di una trentina circa tutto compreso (quello stesso maggio Vialli ne era costato circa 40 alla Juventus, ma con in mezzo parecchi giocatori di scambio), lasciando pensare che parte dei soldi fossero stati versati in nero su dei conti esteri.

In seguito nasceranno ulteriori dubbi sul montante reale dell’operazione  e sulla caparra versata a marzo (e in nero) da Berlusconi, a garanzia della quale Borsano disse di aver momentaneamente girato il 68 percento delle quote aziendali granata (“Berlusconi è stato padrone del Torino,” La Stampa del 19 dicembre 1993). Neanche il successivo processo per falso in bilancio (finito in prescrizione) chiarirà del tutto la faccenda, emblematica del periodo che va da Tangentopoli (febbraio 1992) alla discesa in campo di Berlusconi (anche se adesso pare si dica “salita”). Il presidente del Milan già all’epoca parlava di “complotto di stampa e magistratura” e strumentalizzazione pre-elettorale; mentre dall’altra parte Curzio Maltese sosteneva, citando Sgarbi, che la “Macchina diabolica e modernissima” di Forza Italia derivava “per intero dal mondo del calcio. Slogan, simboli, gadget, club, e perfino il culto della personalità che circonda la figura del Presidente, rimandano alle curve di San Siro e all'unico regno dove si sia realizzata l'Utopia berlusconiana: il calcio. Non certo nell'edilizia, in crisi da tempo, e nemmeno nel cinema e nelle televisioni, dove le mire espansionistiche del Cavaliere in Europa sono naufragate in un mare di debiti. Ma nel Milan, la società perfetta, la più forte del mondo, vero 'miracolo' sul quale si regge l'immagine vincente del Presidente.”


Il Milan che nel 1993 perse la finale di Coppa Campioni contro l'Olympique di Marsiglia

Lentini (“Mah, io in politica sono avulso,” La Stampa del 10 marzo 1994) annunciò la sua decisione negli uffici dell'Ansa di Torino il 2 luglio 1992, scatenando la rivolta dei tifosi granata (lancio di monetine, auto e cassonetti bruciati) che, oltre a Cravero, avevano già salutato Benedetti, Bresciani, Policano e Martin Vazquez: cessioni appunto giustificabili solo se Lentini fosse restato. D'altra parte era stato lo stesso Lentini a promettere di restare al Toro e a dire cose tipo: “La filosofia di Berlusconi non mi piace.” Al limite, avrebbe preferito la Juventus per non dover cambiare città e perché al Milan temeva di fare panchina, cosa che comunque non avrebbe reso meno furiosi i tifosi del Toro. Lentini in ogni caso aveva sempre dipinto la sua possibile cessione come un evento di forza maggiore, come se non fosse dipeso davvero da lui ma piuttosto da un'eventuale richiesta di Borsano per fare cassa (anche se, va detto, l'abitudine dei giornalisti dell'epoca di riportare un'interpretazione priva di sfumature delle parole degli intervistati, un succo del discorso sempre fortemente polarizzato in un senso o in un altro, non aiuta a capire cosa pensasse veramente).

Lentini provò a spiegare le sue ragioni con due argomenti in apparente contraddizione tra loro. Da una parte criticava il valore del Torino per la stagione successiva (quelle cessioni, quindi, fatte proprio in nome suo) e l'impossibilità per lui di rimanere in una squadra smantellata: “Sono ancora sconcertato per troppe cose. La cessione veloce di Cravero, per esempio: io prima dell'operazione d'ernia avevo detto a Borsano che se lui fosse stato ceduto io avrei detto sì al Milan, bastava la mia firma” (La Stampa del 2 luglio 1992); dall'altra però diceva che se Borsano avesse pareggiato l'offerta del Milan lui non avrebbe firmato: "Ho chiesto al Torino gli stessi soldi che mi aveva proposto il Milan: se Borsano me li avesse garantiti sarei rimasto volentieri. Così non è stato e io ho agito pensando al mio futuro.” Lentini aveva davanti la scelta “del cuore” (anche se il cuore non era il suo, ma quello dell'opinione pubblica) o la cosa migliore per la sua carriera. Da un punto di vista strettamente professionale le motivazioni di Lentini non si contraddicono (soprattutto se, come si diceva, Agnelli era disposto a mettere la differenza di stipendio tra quanto gli garantiva il Torino e quanto gli avrebbe dato il Milan, senza chiedergli di venire alla Juve, pur di non rafforzare la concorrenza e farlo restare in maglia granata): Lentini avrebbe voluto guadagnare quanto al Milan e avere una squadra forte quanto quella del Milan. Semplicemente, una cosa del genere non era possibile e restare al Torino si sarebbe rivelato, per un motivo o per un altro, sconveniente.

Nonostante non fosse una scelta così difficile da capire, a Lentini tirarono le monetine come un anno dopo avrebbero fatto con Bettino Craxi. Per la stampa diventò Mister 65 Miliardi e i tifosi del Toro coniarono il fortunato slogan Lentini/ puttana/ lo hai fatto per la grana.

Venti giorni dopo il suo passaggio al Milan, Luca Valdiserri (Corriere della Sera del 22 luglio 1992) con una retorica involontariamente (credo) umoristica dice che Lentini: “Ha la barba lunga come un giorno senza pane. Ha la faccia del miliardario triste. Parla in un soffio, simbolo di un ritiro con poca voce." Lentini è preoccupato: “Al primo sbaglio usciranno fuori tutti i miliardi. Cercherò di non farmi condizionare. Ma non è questo il momento di proclami: ci sono problemi più importanti del calcio.” Pochi giorni prima è stato ucciso Paolo Borsellino (Giovanni Falcone era stato ucciso a maggio): “No, non è stato il presidente Berlusconi a dirci di non parlare: siamo ragazzi maturi.”

“Non puoi accettare soltanto la parte bella della mela. Ho voluto i soldi e la forza del Milan, qualcosa devo pagare. Mi dispiace che quella sia comunque la mia gente, con la quale sono cresciuto e che mi ha voltato le spalle,” dirà Lentini un mese dopo, a Marco Ansaldo (La Stampa del 25 agosto del 1992). “Veramente è stato lei a farlo, andandosene,” lo correggerà il giornalista. “Però quando incontro i tifosi del Toro per strada, prendendoli uno a uno ci ragiono. E mi capiscono perché è gente che lavora e ciascuno sa che farebbe la mia stessa scelta. Poi i singoli diventano massa e allora non puoi parlarci più.” Ansaldo cominciava l'intervista con Lentini che teneva tra le mani la lettera di una ragazza, l'unica che gli avesse perdonato di essere andato al Milan, e chiude con l'augurio dal sapore amaro, oggi, che Lentini riservava a se stesso: “Magari diventerò per il Milan il mito che avrei voluto essere per il Toro: anzi, più grande.”

 

Continua nella seconda parte.

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