Stili di gioco

Narcofootball

Di Daniele Manusia

Quella di Falcao, Guarín, James Rodríguez e Jackson Martínez (e Cuadrado, Armero, Yepes e Zapata), che, salvo imprevisti, dovrebbe qualificarsi per il prossimo Mondiale, è la selezione più competitiva che la Colombia abbia avuto da vent'anni a questa parte. Dato che un mio amico si sposa a Bogotá tra una decina di giorni e io sono in partenza, ricordare i cafeteros (come viene chiamata la nazionale colombiana) del 1994 mi pare doveroso.  


'Tino Asprilla abbraccia Leonel Álvarez. Da dietro arrivano Freddy Rincón e Carlos Valderrama.

Tenete a mente questa data: 5 settembre 1993. Quel giorno, Argentina e Colombia si affrontano a Buenos Aires, nello stadio del River Plate, per la partita che avrebbe deciso quale delle due squadre si sarebbe qualificata direttamente a Usa '94. A punteggio pieno nel gruppo A del girone sudamericano, alla Colombia bastava il pareggio (avendo vinto l'altro scontro diretto 2-1), mentre l'Argentina, che in tutta la sua storia non aveva mai perso in casa una partita di qualificazione per il Mondiale, doveva assolutamente vincere per evitare i playoff. Se avesse perso e il Paraguay avesse battuto il Perù avrebbero rischiato di non giocare neanche lo spareggio per via della differenza reti. Maradona, appena tornato dalla squalifica di 15 mesi per cocaina, nonostante i 33 risultati utili consecutivi della Colombia (solo due gol presi nelle precedenti cinque partite del girone) aveva dichiarato: “Storicamente, come dire, l'Argentina sta in alto e la Colombia in basso.” A fine partita, come il resto dell'Estadio Monumental, Maradona si alzerà in piedi per applaudire lo 0-5 dei colombiani: un risultato che avrebbe cambiato “storicamente” il rapporto tra le due nazionali. Così, mentre l'Argentina  si qualifica solo grazie al pareggio interno del Paraguay e con un risicato 1-0 sull'Australia ai playoff, la Colombia partecipa al terzo Mondiale della sua storia con la speranza di fare qualcosa di buono. Secondo Pelé, partiva addirittura favorita per la vittoria finale.    

Quattro anni prima, a Italia '90, la Colombia era arrivata fino agli ottavi. Francisco (Pacho) Maturana aveva preso in mano la nazionale maggiore al suo secondo anno da allenatore professionista (1987) e nel giro di pochissimo era riuscito a farla qualificare per un Mondiale atteso 28 anni. Arrivarono agli ottavi con una specie di miracolo: pareggiando nel secondo minuto di recupero contro la Germania Ovest. Invece contro il Camerun andò così: 0-0 nei tempi regolamentari (incrocio di Rincón su punizione) e improvviso svantaggio nel secondo dei tempi supplementari. René Higuita a quei tempi era conosciuto per due motivi: perché era un portiere goleador che calciava rigori e punizioni e perché era solito uscire dalla propria area con la palla tra i piedi e dribblare gli avversari (come contro Israele, quando a un certo punto del secondo tempo senza apparente motivo si allunga la palla e parte in contropiede, arrivando fino quasi a centrocampo—col commentatore che dice: “Well, this is quite incredible”).
Come alcune delle cose migliori che il calcio ci ha dato, quelle di Higuita in fin dei conti erano stravaganze rischiose, inutili clownerie, e Roger Milla aveva già portato in vantaggio il Camerun quando, a pochi minuti dalla fine, si è fiondato su un retropassaggio impreciso di Perea per un Higuita salito a metà campo. “El Loco”, soprannome che forse Higuita si guadagnò proprio quel giorno, oltre a stoppare il passaggio col destro anziché col sinistro, quando vede Milla puntare su di lui a tutta velocità prova a smarcarlo di tacco. Higuita stesso lo definì “un errore grande quanto una casa”: 2-0 per il Camerun, Mondiale finito per i cafeteros. Se mi dilungo su quel momento, però, è perché secondo Francisco Maturana  era proprio quel tipo di folle sicurezza nei propri mezzi ad aver permesso alla nazionale colombiana di elevare il proprio livello di gioco. Nel 1988, riferendosi al dribbling del numero uno colombiano su Gary Lineker, Maturana aveva detto che sembrava giocasse: “Nel campetto dietro casa sua. E se Higuita fa il suo gioco normale, spontaneo, allora anche gli altri dovranno seguirne l'esempio. E cominciammo a giocare il nostro calcio.”


Il sorriso buono di Pacho Maturana

“Quando ero calciatore giocavamo con paura,” dice l'allenatore colombiano a un certo punto del documentario The Two Escobars, girato dai fratelli Zimbalist per Espn (2010). “Chi marca questo, chi marca quello? No, no. Come allenatore volevo un sistema che ci permettesse di esprimerci al meglio. Vediamo poi cosa succede.” Contemporaneamente alla nazionale colombiana Maturana allenava l'Atlético Nacional di Medellín con cui vinse la Coppa Libertadores per la prima volta nella storia del club (e in quella dei club colombiani) nel 1989, perdendo quello stesso anno la Supercoppa Intercontinentale contro il Milan di Sacchi. Come Sacchi, Maturana si muoveva nel solco del Calcio Totale di Rinus Michels, imprimendo all'Atlético Nacional e alla nazionale un calcio fatto di pressing e possesso palla.
Nel documentario di Richard Sanders trasmesso da Channel 4 Escobar's own goal, lo si vede lavorare a un libro, Fûtbol Zonal/ Fútbol Presing, di cui non sono riuscito a trovare altre tracce. Un possesso palla lento, basato sull'elevato tasso tecnico della squadra e sull'intelligenza di Valderrama (mi vengono le lacrime agli occhi guardando adesso i suoi video), conosciuto a livello internazionale come il toque-toque colombiano (antenato del tanto amato e odiato tiki-taka spagnolo). Lento, ma capace di verticalizzazioni micidiali grazie a gente come Adolfo Valencia (detto “El Tren”) e Faustino Asprilla. Una specie di 4-4-2 a rombo molto fluido capace di diventare un 4-3-3, con Freddy Rincón che si inseriva di continuo e tre play: Álvarez al centro, Gómez a sinistra e Valderrama più avanzato, capaci però di scambiarsi la posizione. Il livello di collaborazione era altissimo e persino le anarchie individualiste più brillanti dovevano adattarsi col rischio di venirne esclusi. L'esempio migliore è quello di Albeiro Usuriaga, fortissimo attaccante autore del gol della storica qualificazione a Italia '90 tolto dalla rosa poco dopo. “Da una parte c'è la sua forza di carattere, che gli permette di improvvisare sempre qualcosa, dall'altra la pochezza del suo contributo al gioco di squadra. Per noi conta di più la seconda,” disse Maturana. L'importanza di Higuita per un gioco simile andava al di là del coraggioso esempio di fiducia/incoscienza. Per Maturana un portiere capace di giocare la palla coi piedi anche lontano dalla porta era un'opportunità da sfruttare: “Ci dava qualcosa che nessun altro aveva, e ce ne avvantaggiammo il più possibile. Con René nel ruolo di libero avevamo undici giocatori in mezzo al campo” (qui).


Pablo Escobar inaugura il campo di un barrio popolare (
The Two Escobars)

Il documentario The Two Escobars parla di Pablo Escobar, il narcotrafficante più potente della Colombia, e di Andrés Escobar, il “caballero de la cancha”, calciatore di buona famiglia, elegante, bello, o quantomeno affascinante nel modo naturale in cui ci affascinano i giusti. La tesi di fondo dei fratelli Zimbalist è che Pablo Escobar fosse “l'arma segreta dietro la crescita senza precedenti del calcio colombiano.” Si può discutere se siano arrivati prima i giocatori da tenere in squadra grazie ai soldi della droga o il contrario, se i cartelli non avessero semplicemente visto nelle squadre di calcio un buon modo per riciclare denaro, fatto sta che il momento di massimo splendore del narcotraffico e quello del calcio colombiano coincisero.

I vari cartelli finanziavano le squadre di calcio locali: quello di Cali di Miguel e Gilberto Rodríguez finanziava l'America di Cali, quello di Medellín di Pablo Escobar finanziava le squadre di Medellín, tra cui l'Atlético Nacional dove ha giocato tutta la sua vita Andrés Escobar. “L'amore di questo romantico cicciottello coi baffi per il proprio Paese e per i poveri del Paese,” come ha scritto Francesco Pacifico su Rivista Studio riferendosi al Pablo Escobar del documentario (amore peraltro ricambiato proprio dalla povera gente, a giudicare dalle immagini del funerale), lo ha portato a costruire interi quartieri; l'amore per il calcio, a costruire i campi dove la generazione di Higuita, Alexis García e Leonel Álvarez si sarebbe formata e dove tutti gli altri avrebbero potuto evadere giocando dai problemi della loro vita quotidiana. Nonostante fatti come l'omicidio di Álvaro Ortega, un arbitro che aveva annullato un gol all'Independiente Medellín, in quel periodo il governo colombiano tollerava Escobar e gli altri narcotrafficanti. Pablo organizzava partitelle con giocatori professionisti nel campo della sua villa, i calciatori prendevano l'aereo per giocare con lui e ripartivano quando avevano finito.

Dopo aver fatto la guerra allo Stato con i suoi tremila soldati e aver ottenuto l'annullamento dell'estradizione verso gli Usa, Escobar si consegna alle forze dell'ordine e si fa imprigionare nel carcere di lusso che lui stesso ha fatto costruire sui suoi terreni. La prigione La Catedral (Escobar si fece portare lì quattro membri del suo cartello che torturò e uccise) veniva anche chiamata “Hotel Escobar” per via delle jacuzzi, ma non poteva mancare un campo da calcio su cui la nazionale colombiana giocò con lui un'ultima volta prima del Mondiale. Se i giocatori che venivano dai barrios poveri avevano magari già avuto occasione di conoscere Pablo o comunque avevano una percezione meno netta di legalità e illegalità, Andrés preferisce non mescolarsi. Non avrebbe voluto andare ma, ci dice la sorella, sentiva di non avere scelta.


René Higuita dietro le sbarre (
The Two Escobars)  

Il paradosso che si capisce bene guardando The Two Escobars è che quella stessa nazionale, che il governo di César Gaviria (che li andò ad accogliere all'aeroporto dopo la vittoria in Argentina) e la popolazione innocente sentivano come necessaria per ripulire l'immagine della Colombia nel mondo, fosse legata e avesse tratto beneficio, in un modo o in un altro, dal potere di Pablo Escobar. Nonostante non regnasse la più assoluta armonia all'interno dello spogliatoio (in generale c'erano caratteri molto diversi tra loro, il rigore di Escobar e l'esibizionismo di Higuita, la riservatezza di Vaderrama e l'arroganza di Asprilla, che rischiò tra l'altro di perdere il posto dopo essersi rifiutato di andare in panchina nella partita di andata contro l'Argentina) la squadra di Francisco Maturana era un esempio di organizzazione ed eccellenza che poteva rendere fieri i colombiani del loro Paese. Quel 5 settembre 1993, quando i giocatori colombiani arrivano in Argentina vengono accolti al grido di “Narcotrafficanti” (nel documentario si vede anche un tizio che osa tirare la chioma di Valderrama). Maturana dice a un certo punto: “Tutti associavano la Colombia alla droga e a Pablo Escobar. E ci faceva soffrire, perché non siamo tutti malvagi come si pensa. Poi hanno iniziato ad associarla a Higuita, a Valderrama, ad Asprilla, a Rincón, al calcio.”

Così, quando la nazionale giocò con Pablo Escobar sul campo della Catedral prima del Mondiale, lo fece di nascosto. In un'occasione diversa Higuita si fece fotografare mentre usciva dalla Catedral. Poco dopo fu condannato a sette mesi di carcere per aver accettato dei soldi come mediatore in un rapimento (per aver fatto da tramite, cioè, tra Pablo Escobar e il narcotrafficante a cui aveva rapito la figlia: Carlos Molina). L'impressione di Higuita (e che implicitamente sembra essere quella dei fratelli Zimbalist) è che in realtà si volesse punire la sua amicizia con Escobar: “Mi hanno arrestato per il sequestro, ma hanno fatto solo domande su Pablo. Pablo è quella  persona che si è sempre presa cura dei poveri. La persona che ha costruito case, che ha illuminato i campi da calcio. Ma è responsabile delle bombe, della guerra. Io credo che consegnandosi Pablo abbia aiutato la popolazione. Quella per me era l'opportunità di ringraziarlo personalmente. Anzi, mi sentivo obbligato. Non pensavo di infrangere qualche legge.” Per questa ragione Higuita non era in porta contro l'Argentina e non seguirà i suoi compagni in America per la Coppa del Mondo.  

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