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      Le domande razziste dei miei amici bianchi

      November 7, 2012

      Di Erinn Dhesi

      Fare la pendolare tra la mia isolata cittadina nelle Midlands e Londra mi manda fuori di testa: non appena lascio la rete protettiva del multiculturalismo dell’East London e arrivo a casa, l’intera costruzione si sgretola prima ancora di poter dire "fashion bindi”. Passo dall’essere respinta da un blogger londinese tutto sospiri e occhiate di disappunto con le Brothel Creepers ai piedi a sentirmi sbraitare in faccia “stronza pakistana” perché sono inciampata nel passeggino di una donna sull’autobus. All’improvviso la gente non guarda più le mie (impeccabili) unghie, o il mio discutibilissimo top: tutti mi considerano indianapakistana, e punto. Magnifico allora, fottetevi voi e i vostri passeggini giganti. 

      Il problema è che più tempo passo a casa, più finisco per apprezzare questo razzismo plateale; almeno in quei casi sappiamo immediatamente dove collocarci (o giacere, schiacciati da anni e anni di pregiudizi razziali). Le domande casuali e i commenti degli amici sono, in realtà,  le cose peggiori, quelle di cui ci si rende pienamente conto solo quando è troppo tardi, mentre si è in fila per il terzo naan e sorge il pensiero “Oh, forse quello era davvero offensivo…”

      A tutti coloro che mi hanno chiesto quanto spesso devo idratare il “mio particolare tipo di pelle”, dico: portate la vostra ignoranza da Mean Girls da qualche altra parte. Il fatto che questa merda venga ancora a galla non smette di stupirmi; tutti sanno che anche il più razzista dei razzisti frequenta più take away indiani che funzioni della domenica. Eppure, di fronte a questa terribile evidenza, ecco una serie di quesiti che mi hanno lasciato particolarmente interdetta. URRÀ PER UN REGNO UNITO POST RAZZIALE!

      “ODDIO, QUINDI TI ASPETTA UN MATRIMONIO COMBINATO?”

      La prima volta che una ragazza bianca me lo ha chiesto, avevo nove anni e sono scoppiata a piangere. Il ricordo di quel momento è rimasto scolpito nella mia mente per sempre, e posso addirittura dirvi che accadde mentre stavo scrivendo una lettera di ringraziamento agli organizzatori della nostra gita del quinto anno al depuratore di acquitrini (ero una strana ragazzina).

      No, sul serio, so bene che secondo voi un pizzico di provocatoria presa in giro a sfondo razziale è un bel modo di far nascere la nostra amicizia, ma è probabile che noi stesse stiamo disperatamente cercando di schivare queste domande dai nostri genitori, e loro hanno veramente dovuto affrontare la questione dei matrimoni combinati. E questo significa che state sia a) enormemente rompendo le scatole, e b) infamando le nostre mamme e i nostri papà. Nessuna di queste cose suscita particolare tenerezza, specialmente da quando mia mamma fu tanto gentile da dirmi che sarei potuta fuggire con un ragazzo bianco o fare esperienze lesbo non appena tutti i miei vecchi zii e zie fossero stati abbastanza morti da non sentirsene offesi. 

      “PERCHÉ I TUOI GENITORI NON VOGLIONO CHE FREQUENTI  I BIANCHI?”

      Immagino siamo tutti piuttosto affezionati ai nostri branchi esclusivamente indiani. Il fatto è che i vecchi non si fidano al 100 percento di voi e dei vostri modi ribelli. Quando eravamo più giovani ci era impossibile capire il perché, e vi assicuro che abbiamo avuto le nostre belle discussioni con mamma e papà per questo. Fondamentalmente, non si fidano dei bianchi perché non riescono a cancellare dalla memoria quella volta in cui una gang di skinhead aveva cercato di spintonarci in strada di ritorno da scuola nella Leicester degli anni Ottanta. Ma non temete, per convincerli che non ci ucciderete se usciamo insieme basteranno sei mesi o poco più.

      “DI' QUALCOSA NELLA TUA LINGUA!”

      Sentirvelo domandare la prima volta è umiliante. Sfortunatamente, la moltitudine di richieste che seguiranno alla prima causeranno in me tante di quelle occhiate al cielo da farmi temere che un giorno i miei muscoli oculari soccombano agli spasmi e finiscano col buttar fuori i bulbi. Sappiate che, quando lo chiedete a qualcuno sopra i 14 anni, vi verrà sempre fornita la parola sbagliata.

      Inoltre, nonostante sia madrelingua inglese, se mentre siamo in fila verso la cassa dalla mia bocca esce qualcosa di simile a buk buk ding, è perché mi avete fregato l'ultima confezione di insalata e io vi odio. O magari quello che odio è vostro figlio, perché è orribile. Fatevene una ragione.

      “TUO PAPÀ INDOSSA IL TURBANTE?”

      La confusione che si palesa sui volti dei miei amici bianchi quando rispondo che no, mio padre non porta il turbante, è pari alla vista dell'uva sultanina nell'insalata—è chiaro, qualcosa non va. E no, i turbanti non sono una specie di gioiellino fico. Pensateli come l'equivalente del vostro reggiseno: spesso necessari, a volte carini e sempre e comunque un gran bel posto in cui infilare un bigliettone.

      "PERCHÉ VIVI CON TUA NONNA?"

      Pensateci un po': tra 15 anni, quando dovrete destreggiarvi tra le spese per consulenze matrimoniali e babysitter, noi saremo in giro a sbrigare i nostri doveri, con la sicurezza che le nostre suocere si prenderanno cura della prole per i successivi 11 anni. Prendete questo.

      "SEI DI QUELLA RELIGIONE CON IL DIO SCIMMIA?"

      In pratica, state chiedendo se siamo quei pervertiti fissati col kamasutra o i terroristi. La mia religione, dite? Io sono di quelli che girano col coltello.

      “SEMBRI QUELL'ATTRICE DI THE MILLIONAIRE/SOGNANDO BECKHAM/ALADDIN”

      Ci siamo, è il momento di quei discorsi sulla rappresentazione fuorviante delle minoranze etniche fornita dai media. Bla bla bla.
      E smettete di imitare quell'accento, o mi metto a gridare.

      “DI DOVE SEI? NO MA DI ORIGINE, PROPRIO?”

      Dire "Midlands" non sembra mai abbastanza, pur essendo io cresciuta a dosi di patatine e alti tassi di inquinamento atmosferico. Sono arrivata alla conclusione che la maggior parte della gente lo chiede per sapere se proveniamo da Pakistan, Bangladesh o ogni altro Paese della regione su cui i giornali scrivono quotidianamente storie raccapriccianti. E Dio non voglia che qualcuno scopra arriviamo dall'India, dato che ciò innesca immediatamente una serie di supposizioni sulla vita di là, tra baracche con un buco nel terreno per water e galline come compagne di letto. Sbagliato.


      Dunque, spero di essere riuscita a rispondere ad alcune delle vostre domande. La prossima volta che fate amicizia con qualche ragazza dal "particolare tipo di pelle", fate un breve ripasso ed evitate di trovarvi davanti un muro di silenzio. Mi ringrazierete. Anzi, iniziate a ringraziarmi adesso.

       

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      Tag: Sognando Beckham, India, Pakistan, Bangladesh, turbante, matrimonio, kamasutra

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