Cento anni di caciara

Di Francesco Birsa Alessandri

il 24 marzo a Roma si festeggia Luigi Russolo, o meglio i 100 anni tondi trascorsi da quando il futurista veneto diede alle stampe un libro-manifesto di importanza epocale. L’Arte Dei Rumori era molto di più del solito attacco futurista contro le forme consolidate della cultura e contro una certa borghesia. L’idea era quella di accettare il frastuono dell’epoca moderna all’interno dell’atto compositivo, e restituirlo come gesto che mettesse vita e arte sullo stesso piano. Un portare-fuori e portare-dentro, quindi, allo scopo di costruire esperienze più autentiche e, attraverso la dissonanza, una nuova forma di armonia, un accordo corpo-macchina vitale e organico.

Non ci poteva essere intuizione più profetica: di fatto, l’80 percento della musica che ascoltiamo oggi, elettronica o meno, si basa su principi di questo tipo. Il suono, inteso nella sua forma più libera, viene oramai usato a “blocchi” di materia prima, di cui non contano né natura né provenienza. Sono altre le cose rilevanti: l’intensità, la dinamica... Dalla musica concreta a tutte le forme di groove elettronico, come in tutte le mutazioni ambient, minimali oltre che, ovviamente, industriali e noise—questi ultimi senz’altro le forme più letteralmente vicine al pensiero di Russolo.


Cut Hands, via

Per questi motivi, c’è chi ha deciso di festeggiare cento anni di cultura del rumore invitando tanti protagonisti, tra cui diversi veterani, del giro estremo europeo e americano, divisi in categorie di suono che seguono alla lettera i capitoli del manifesto. Gente che non ha mai mancato di tenere l’esplorazione del rumore un passo sopra la soglia del “raccomandabile”. Ci sarà William Benett, sulla scena da trenta e passa anni con un suono che, partito dai fischi stupratori di Whitehouse, si è appropriato anche di poliritmie africane de guerra col nuovo progetto Cut Hands. Ci saranno il campione del noise Aaron Dilloway, i muri di chitarra di Skullflower, e il ritorno di Mauro Teho Tehardo al rumore dopo qualche anno dedicato con successo alle colonne sonore. Oltre a loro, anche nomi meno noti ma assolutamente fondamentali per lo sviluppo di queste sonorità: Andy Guhl, Dave Phillips e Antoine Chessex, tutti e tre di origine svizzera; infatti, a ospitare il festival è proprio l’Istituto Svizzero di Cultura, caso splendido di istituzione culturale aperta a valorizzare il suo patrimonio più “irregolare”. Tra un artista e l’altro, selezioni ambient a cura di Die Schachtel, praticamente la colonna su cui tutta la scena sperimentale italiana si regge da dieci anni.

L’ingresso è gratuito, e di decibel ce ne saranno a pacchi. Noi vi consigliamo di non mancare, e passare una domenica a farvi liberamente aggredire i timpani. Qui tutte le info.

 

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