Shut up and bleed

Di Francesco Birsa Alessandri

Vi abbiamo parlato giusto pochi giorni fa di Tam Tuumb!, il festival che si terrà a Roma domenica prossima per festeggiare i 100 anni da quando a Luigi Russolo venne voglia di legittimare il fracasso spaccatimpani come più autentico di qualsiasi musichetta possibile. Una posizione scomoda ancora a quest’epoca in cui, nonostante almeno 30 anni di elettronica popolare e di artisti diversamente abili, esiste ancora chi fa una gerarchia sonora verticale. Sopra ci sta la—appunto—musichetta, e sotto la caciara.

Tra gli invitati di maggior peso a questa celebrazione c’è William Bennett, figura emblematica della musica noise, oltre che controversa per tutti i motivi più ovvi: accuse di nazismo, di sessismo, di incitamento alla violenza. Gli ho fatto qualche domanda per e-mail, così giusto per avere altro materiale su cui riflettere da amanti delle frequenze disturbate e fastidiose. Nonostante lui avesse palesemente poca voglia di approfondire (motivo per cui, lo giuro, non farò mai più interviste via mail), è venuta fuori una conversazione comunque interessante, se non altro per chiarire alcuni punti lasciati in sospeso da tempo. Soprattutto mi interessava capire che cosa gli avesse fatto venire voglia di passare dalllo sfrigolamento dei Whitehouse—metafora non mia, c’è proprio una sua traccia intitolata “sfrigola come un cazzo di uovo”—al nuovo progetto Cut Hands che, per quanto aggressivissimo e con un persistente tono confrontazionale che pone l’abuso come unica e sola cifra stilistica, si basa tutto su ritmi percussivi d’origine africana che lo rendono decisamente “ballabile”. Non solo: è come se da una forma di perversione molto privata ed egoistica, ora sia passato a suonare un intero battaglione di tamburi da guerra.

Ecco, sarà sfiga o mancherò io di lungimiranza, ma questa è proprio la domanda a cui William non ha saputo rispondere. “Mi piacerebbe davvero poterti dare una riposta esaustiva, ma anche riflettendoci molto, non ti so proprio dire come sia successo. In fondo è stata una transizione abbastanza graduale, fin dalla finta compilation Extreme Music from Africa, un certo tipo di percussioni si è fatto largo nel suono dei Whitehouse. In un certo senso è come se quello che prima era il suono più privo di anima mai ascoltato, freddamente determinato a ricercare il male a tutti i costi, si sia fatto via via più “spirituale”. Senza comunque trovare un minimo di pace: anzi è come sentire davvero l’inquietudine di una terra intera che urla di dolore e giura vendetta. Non potrebbe esserci niente di più antitetico alla visione di Russolo, che voleva una società utopisticamente innamorata delle proprie macchine, un “coro” di motori stonati/intonati in moto perpetuo.

Eppure c’è un elemento fondamentale che può riportare in senso lato alla visione futurista, e sta tutto nel concetto di potere. A questo proposito Bennett ha da dire che: “La parola potere viene troppo spesso usata per rendere idee di controllo e dominio, mentre io la intendo più nel senso di una forma di energia molto intensa, che può naturalmente assumere forme differenti in contesti differenti”. Piuttosto strano, in realtà, da parte di uno che ha passato gran parte della sua carriera a mettere in scena siparietti di dominio violento dell'uno sull’altro, violenza sessuale e di strada, in maniera talmente cruda da essere quasi automaticamente fraintendibile. Anzi, non si dovrebbe nemmeno parlare di fraintendimento in senso stretto, quando la scena è presentata con talmente tanta schiettezza da non lasciare spazio a nessun tipo di interpretazione. Si potrebbe pensare che ad attrarlo verso situazioni così estreme fosse non tanto la qualità ma la quantità di energia pura messa in gioco, e che il suo compito fosse quello di “liberarla” rendendola astratta dall’umanità degli attori.

E appunto, si ritorna a Russolo e alla sua idea del rumore come forza capace di includere concretamente tutti gli aspetti della vita umana: “Il rumore può generare tanti diversi tipi di reazioni e cambiamenti, che potrebbero risultare anche contraddittori tra loro, da un’eccitazione estrema alla pace totale.” Ma appunto, nonostante insista sempre sui sentimenti più oscuri, l’attitudine di William al noise non è assolutamente negativa, tutt’altro “Il rumore per me è decisamente affermativo, ed è qualcosa che la gente non riesce a capire finché non ne fa esperienza dal vivo: se gliene dai la possibilità ti può restituire dei sentimenti spiritualmente potentissimi e rinfrescanti.” Una specie di botta gnostica, quindi, e non è neanche un parere così raro in cui imbattersi, tra gli artigiani del casino totale.

Oltre questo, però, l’idea utopistica di un rumore industriale fiero e produttivo non sembra più concepibile da nessuno. Al contrario, in questi anni la distopia sembra avere completamente preso il posto dell’utopia come desiderio innato ma fondamentalmente irrelizzabile. Fateci caso: in quanti oggigiorno paventano scenari apocalittici, tante versioni della fine del mondo da mano umana quando non per cause naturali? Sembra quasi che se lo augurino, che vogliano davvero vedere la società degenerare in un incubo autoritario o in una devastazione completa, come se fosse, in fin dei conti, estremamente liberatorio farla finita una volta per tutte. Eppure, dicevo, si tratta comunque di qualcosa che sta oltre l’orizzonte e non ci arriveremo mai: il vero triste destino della società occidentale sarà quello di rimanere in una specie di “coma”, oscillando di continuo tra miglioramenti e peggioramenti, continuando di fatto a vivacchiare ancora per lungo tempo.

Queste aspirazioni distruttive hanno però trovato un feticcio molto facile nel cosiddetto terzo mondo: nelle guerre civili dell’Africa subsahariana, o nel caos politico dei paesi Arabi, siamo portati a trasferire la disfunzionalità che vorremmo anche in occidente e non abbiamo le palle di guadagnarci. Una nuova forma di sfruttamento, stavolta culturale, completamente virtuale e rimosso dalla realtà. Ecco allora che la musica di Cut Hands prende nuovi significati: in bilico tra questa consapevolezza e la voglia di riscatto per una cultura che ha i mezzi per trasformarsi a sua volta in qualcosa di futuristico. A questo proposito William consiglia un paio di testi interessanti: Demonic Males: Apes and the Origins of Human Violence, e l’antologia di saggi Collapse, “in particolare il quarto volume,” per quanto ci tenga a sottolineare che non gliene frega troppo “del destino dell’umanità in generale. La mia attenzione di solito è rivolta più verso gli individui che le società di cui fanno parte."

L’altra questione spinosa su cui tutti i noiser di solito hanno da dire la loro (e anche da litigare tra loro), è il modo in cui si dovrebbe reagire al rumore durante una performance live, quali comportamenti siano legittimi e rispettosi degli artisti, quali siano delle pose inutili, quali ancora siano proprio frutto di un brutto fraintendimento. Argomento su cui si sono aggiunti dei fattori importanti dal momento che il mondo dei rumori elettronici ha fatto finalmente pace con quello della dance, con cui da diversi anni si parlava a malapena: noiser che fanno techno, technusi che fanno noise, il risultato è che ora si può persino BALLARE, cosa che le conga impazzite di Cut Hands permettono tranquillamente: “Sono un gran sostenitore del ballo! I posti in cui preferisco suonare sono proprio i club in cui c’è libertà di movimento, e in cui l’impianto è abbastanza buono da permettere tutti i tipi di interazione fisica tra la gente e la musica.” Stringatissimo, anche qui... ma mi sembra sufficiente per convincersi ad andarlo a sentire domenica a Roma, e muovere anche il culo a tempo.


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