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      Trafficare armi con l'Esercito Siriano Libero

      December 20, 2012

      Di Anna Therese Day

      Foto di Andrew Standbridge.


      Alcuni membri dell’ESL si prendono una pausa dai combattimenti per una foto di gruppo.

      Bendata, mi agito nervosamente sul sedile posteriore di una macchina senza targa, stretta tra un trafficante di armi e un giovane soldato dell’Esercito Siriano Libero. È passata almeno un’ora da quando abbiamo lasciato la città di frontiera di Kilis, in Turchia, e stiamo attraversando il confine siriano percorrendo tragitti fuori dalle strade principali.

      Uno dei più importanti colonnelli dell’ESL è seduto sul sedile davanti e il portabagagli è stipato di munizioni e armi leggere.

      Gli uomini canticchiano cori contro Assad e scherzano con me dicendo che sono il loro “ostaggio”. Giunti finalmente a destinazione, mi tolgono la benda. Il Colonnello, un cortese uomo di mezza età che ovviamente ha voluto rimanere anonimo, mi sorride e mi dà il benvenuto nella “Siria Libera”.

      Siamo nella città di confine di Azaz, liberata, situata dalla parte opposta di Kilis. Tutto, lì intorno, dà l’impressione che il prezzo pagato per la liberazione sia stato molto alto—case, scuole, moschee e ospedali sono ridotti a un cumulo di macerie, e l’autostrada è tutta un cratere per via dei bombardamenti. I bambini scorrazzano tra i detriti, usando i carri armati abbandonati come parco giochi.

      Negli ultimi mesi, le milizie di Assad hanno lanciato devastanti attacchi aerei sulle città controllate dall’ESL per sradicare gli esperimenti di democrazia appena messi in piedi—scuole, uffici postali e nuovi progetti di edilizia pubblica sono diventati obiettivi privilegiati. In quelle settimane, i rifornimenti di munizioni dell’ESL sono stati ridotti al minimo. I leader dell’opposizione si sono rivolti alla Turchia e a finanziatori sunniti del Golfo nella speranza di ottenere missili anti-aerei per abbattere i caccia di Assad, ma sono rimasti a mani vuote.

      Le indiscrezioni sull’invio per mare di armamenti pesanti da Francia e Libia si sono rivelate infondate.
      Nel frattempo gli Stati Uniti hanno ammonito i Paesi del Golfo che inviavano armi ai ribelli, giustificandosi col timore di una crescente presenza di jihadisti all’interno dell’ESL.

      L’Arabia Saudita e il Qatar hanno fatto spallucce, dichiarando ufficialmente che a rifornire salafiti e combattenti stranieri con armi e denaro erano finanziatori privati. Hanno segnalato che l’assenza di un significativo intervento potrebbe condurre a un “jihad popolare” capace di diffondersi attraverso un pericoloso meccanismo di fazioni.

      Da quando sono iniziate le rivolte, lo scorso anno, la città turca di Kilis si è trasformata in una sorta di Casablanca—un polveroso limbo di truffatori, spie e trafficanti d’armi. Incontro Hassan, un venditore di auto usate che si è reinventato trafficante di armi per l’ESL, nel retro di un bar di Kilis. Si è offerto di accompagnarmi in Siria. “Preferirei vendere macchine piuttosto che armi, ma il regime ha bombardato la mia rimessa,” sostiene. “Cosa dovrei fare?” L’anno scorso il regime ha devastato il villaggio di sua moglie e così Hassan, padre di otto figli, ha deciso di organizzare una milizia locale.

      Molti vicini di Hassan hanno venduto i loro terreni per comprare armi da ufficiali dell’esercito di stanza in una base aerea nei dintorni. Con l’intensificarsi dei combattimenti su Aleppo, è aumentato anche l’invio di armi e fondi da parte dei sunniti del Golfo. Da laico, Hassan ha voluto mantenere forte il carattere siriano della sua milizia, rifiutandosi di collaborare con jihadisti stranieri. “Non sono come noi,” mi dice. “La loro più grande soddisfazione è morire per il jihad. Non solo non lo capisco, ma non ho neanche mai visto niente di simile. Un mio amico si è acceso una sigaretta davanti a loro e gli hanno detto che era haram [proibito]. È assurdo. Questa è una guerra.”

      Hassan teme che i finanziamenti che arrivano dal Golfo stiano dando ai combattenti stranieri troppa influenza. In alcuni membri dell’ESL, la possibilità di avere jihadisti nelle loro righe suscita una soggezione mista a profondo rispetto. I jihadisti sono considerati combattenti instancabili, spesso migliori dei ragazzi dell’ESL delle prime linee.

      Hassan disprezza questi estremisti religiosi ma riconosce la loro competenza sul campo. Molti dei membri dell’ESL che ho intervistato dicono di preferire un supporto occidentale all’aiuto dei jihadisti, ma sostengono che a questo punto siano l’unica scelta. Sono già emerse delle tensioni—un giovane salafita è stato ucciso per aver rifiutato di obbedire a un colonnello dell’ESL. Buttandosi sulla sua birra haram, Hassan mi dice, “Ho paura che avremo bisogno di due rivoluzioni, qua in Siria. La prima contro Assad e la seconda contro i jihadisti.”

      Dopo aver lasciato Hassan e i combattenti nella piccola città di Al-Bab, col Colonnello proseguiamo verso Aleppo, dove deve consegnare gli armamenti e ispezionare le brigate. Come tanti altri ufficiali dell’ESL, il Colonnello è un disertore dell’esercito di Assad. Un uomo di mezz’età con un’espressione stanca, proveniente da una famiglia di militari. Suo padre era Colonnello di Al-Bab sotto il regime di Assad. La sorte è stata buona con loro, almeno finché non è scoppiata la guerra—gli ufficiali del nord potevano lavorare con una certa autonomia da Damasco, cosa che gli consentiva di vivere una vita comoda e rispettabile fuori dall’apparato della sicurezza statale. Dopo lo scoppio dei disordini, però, gli ufficiali hanno ricevuto l’ordine di trasferirsi ad Aleppo, il centro della loro comunità.

      “Ed è allora che tutto è cambiato. Non solo per me, ma per molti altri colonnelli,” dice. Il Colonnello continuava a seguire gli ordini mentre, clandestinamente, appoggiava i ribelli, vendendo armi della base dell’aereonautica militare di Al-Mashaab.

      “La mia famiglia era furiosa perché non avevo disertato, ma non potevo dir loro la verità,” sospira. Al momento giusto, ha usato i contatti dell’ESL per trasferire la sua famiglia in una nuova casa, mentre lui spariva nell’opposizione armata. “La mia diserzione non ha avuto grossi intoppi, ma altri, molti altri, non sono stati così fortunati.”


      Ragazzini posano su un carro armato dell’esercito regolare vicino a una moschea distrutta ad Azaz.

      Quando il Colonnello ha capito che avrei accompagnato Hassan in uno dei suoi viaggi settimanali di contrabbando, ha insistito per venire con noi. Mi ha dato il soprannome di “Ayush” e mi ha detto che nel giro di 24 ore sarei finita in hijab sulla prima linea, invocando “Allahu Akbar!” dopo aver assistito alla brutalità del regime.

      Mentre percorriamo l’autostrada sconquassata che porta ad Aleppo, i caccia volteggiano nel cielo. Il rumore delle loro turbine aumenta finché un solo aereo compare direttamente sopra di noi, seguendoci. Il nostro autista accelera a tavoletta per poi frenare bruscamente e far slittare la macchina nell’ombra di una fattoria abbandonata. Mi stringo nel giubbotto antiproiettile e aggiusto l’elmetto sulla testa, tremando. “Hai paura?” mi chiede tranquillo il Colonnello. Non indossa alcuna protezione—solo un santino attorno al collo ereditato dal padre. Questi santini, che a volte vengono pagati centinaia o migliaia di lire siriane, dovrebbero proteggere chi li possiede da danni fisici. Il Colonnello lo chiama il suo “speciale giubbotto anti-proiettile” e ha insistito perché gli sparassi per metterlo alla prova, mentre un cameraman che avevamo già incontrato filmava tutta la scena per la CNN. Rimaniamo seduti al riparo dell’ombra della fattoria fino a che il rombo del caccia non si allontana. Poi ci rimettiamo in strada prendendo una deviazione rispetto al percorso precedente, fin dentro la tentacolare Città Vecchia di Aleppo—una delle città più antiche e continuativamente abitate al mondo, nonché cuore dell’economia siriana prima che il regime la decimasse, all’inizio di quest’anno.

      Continua nella pagina successiva.

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      Tag: ESL, siria, Aleppo, contrabbando

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