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      Sotto la sua croce

      March 18, 2013

      Di Lorenzo Mapelli

      Head of Content, VICE Italia

      Foto di Guido Gazzilli.

      Umiltà. È questa la parola chiave scelta dai media nella settimana del post-conclave. Qualsiasi cosa abbia fatto Francesco I in questi giorni, anche aprire la portiera della macchina, o rischiare di accappottarsi per andare a salutare un suo "fratello", l'ha fatta con grande, grandissima umiltà. La parola magica è riuscita a penetrare in profondità l'immaginario collettivo in tempo record e in questi giorni non ci sono sono servizi al TG in cui non venga fuori almeno cinque volte al minuto, anche in quelli da 30 secondi, anche in quelli che non parlano del papa ovviamente. Persino il discorso della presidente neo-eletta alla Camera (del SEL) di sabato non ne ha potuto fare a meno. 

      A Roma, dove tutto ha avuto origine, è ancora più evidente che qualcosa sia già cambiato, che l'aria è decisamente più pulita e umile. Anche io dunque mi sono adeguato al nuovo regime, e venerdì, nel primo pomeriggio, mi sono accinto con grande umiltà a prendere il 19—un tram, senza dubbio il mezzo pubblico più umile e sobrio—scegliendo molto umilmente di timbrare addirittura il biglietto una volta salito a bordo. Sono sceso al capolinea di Piazza Risorgimento, e mi sono diretto nel modo più umile possibile, a piedi, verso il centro internazionale giovanile San Lorenzo, accanto a piazza San Pietro, dove i Papaboys e gli altri giovani del Centro si preparavano, con un'umiltà che manco ve lo sto a dire, per l'evento della giornata chiamato "Viva il Papa", una "preghiera speciale da piazza San Pietro" ("A moment with Mary" per i non-italiani).

      Sono stati giorni particolarmente intensi per i giovani del papa, che da lunedì 11 marzo erano impegnati in preghiere non-stop nel suddetto centro a due passi dalla Basilica. È solo in occasioni come questa (oltre alla giornata mondiale della gioventù) che si sente parlare di loro, ma è difficile capire davvero di cosa si sta parlando. L'unica certezza è che "Papaboys" è un termine coniato dalla stampa italiana durante il Giubileo del 2000, riferito ai giovani credenti che si erano radunati per la giornata mondiale della gioventù che si teneva proprio quell'anno a Roma, e in particolare per quel Glastonbury della preghiera organizzato da Wojtyła a Tor Vergata. Il resto è sempre molto vago: non si sa se e come siano organizzati o cosa facciano in quanto tali, oltre a pregare come dannati dalla mattina alla sera. Sono andato all'evento proprio per cercare di capirlo e per dare una faccia a questi giovani fondamentalisti cattolici. 

      Una faccia, a dire il vero, i Papaboys ce l'hanno, ed è quella di Daniele Venturi (che vedete qui sopra), colui che nel 2004 ha fondato l'omonima associazione in Italia. Se cercate informazioni sul "movimento", verranno fuori principalmente interviste rilasciate da Daniele, perché lui non è solo il PapaBoss, ma sembra essere, in pratica, i Papaboys tutti. Il termine infatti ha di solito un'accezione negativa o sarcastica, e ovviamente non è usato da giornalisti e organizzazioni interne o vicine alla Chiesa. Daniele è stato tra i primi, se non l'unico, a rivendicare "dall'interno" l'appartenenza a qualcosa che in realtà non esisteva in termini concreti, e il primo che ha cercato di strutturarla in qualche modo, di farne qualcosa di più che una semplice definizione giornalistica/presa per il culo. 

      Non credo che ci sia riuscito, però. A parte la scarsa partecipazione a eventi come quello in questione (ci saranno stati sì e no una cinquantina di under 30) gli unici dati reperibili sono quelli che si trovano su internet, dove la pagina facebook conta 1.500 fan e il sito semplicemente non funziona. Daniele, inoltre, tutto è meno che un boy, forse un Papayoungadult, ma nemmeno, dato che ora ha 41 anni, e ne aveva 32 (un ragazzino per gli standard italiani, lo so) quando ha fondato l'associazione. Secondo la sua definizione, "Papaboys" non starebbe solo per "giovani del papa", ma anche per i "giovani-dentro del papa", come appunto nel suo caso. Anche l'evento della giornata era una collabo con il Centro internazionale giovanile San Lorenzo, un "luogo di preghiera dove i giovani cattolici possono incontrarsi" fondato nel 1983 da Giovanni Paolo II.

      Si comincia verso le 3 e mezzo, con una mini-processione in cui una croce, anzi, la croce, quella donata da Wojtyła stesso, quella che ha girato tutto il mondo, è portata a Piazza San Pietro (tempo di percorrenza, tre minuti e mezzo circa) mentre vengono intonati canti con la chitarra ed esposti striscioni di sostegno al papa. 

      Mentre procediamo verso la scalinata di San Pietro faccio un paio di domande a un ragazzo che distribuisce i testi delle canzoni che verranno cantate. Il ragazzo, che non ha voluto dirmi il nome, ha 28 anni, è calabrese e fa il poliziotto a Roma da quattro. Mi spiega che, sempre quattro anni prima, aveva scoperto Gesù, e quando gli chiedo se c'è stato un momento in particolare che ha definito questo cambiamento, mi risponde con quella che sembra una pubblicità progresso per Scientology riuscita male, in cui ti spiegano come ti sentivi vuoto e come il sesso dominava tutto, come, in altre parole, stavi vivendo la vita che vivono tutti senza però scopare abbastanza. Dopo altre domande comincia a insospettirsi e dice che non può più rispondermi. 


      Trova l'intruso. 

      Comincia la preghiera speciale, e per viverla in pieno mi posiziono in alto, tra i Papaboys, le suore accollatesi all'ultimo secondo e i turisti e curiosi che vanno e vengono per farsi fotografare nel gruppo. Do un'occhiata ai testi che mi ha lasciato il ragazzo di prima, e scopro, con immensa gioia (ma sempre con umiltà) che c'è anche la mia preferita, quella che fa  "Ye Ye Ye Ye Ye, Uou Uou Uou Uou Uou"—capito quale, no? 

      La preghiera è un alternarsi serrato di Ave Maria e Kumbaya My Lord varie, ma a dominare incontrastata è "Emmanuel", l'inno ufficiale del Giubileo del 2000, una canzone che ti entra in testa con una tale facilità da fare sembrare Waka Waka un progetto sperimentale di Steve Reich. Il tutto sotto la supervisione della responsabile del centro, una ragazza inglese sulla trentina, che con il sorriso stampato in faccia coordina insieme a Daniele i balletti da acquagym che si accompagnano al ritornello di "Emmanuel", e che rendono tutto irrimediabilmente più anti-giovane di quanto già non sia.

      Finita la preghiera speciale si torna in processione al Centro, stavolta per pregare in chiesa. Ne approfitto per fare due chiacchiere in tranquillità con Daniele, la cui voce è simile a quella che doveva avere Sandro Ciotti a 40 anni, dopo la Nazionale senza filtro del risveglio. Daniele è l'esatto contrario di un fanatico religioso, una persona del tutto normale, persino simpatica, con cui però non riesco ad avere un dialogo costruttivo, più per limiti miei in realtà, dato che mi blocco ogni volta che l'"amore per Gesù" viene usato come risposta a una domanda, o meglio come giustificazione a delle affermazioni, cosa che avviene piuttosto spesso.

      Entro in chiesa per assistere alla preghiera. Si passa da un estremo all'altro, da attività che una qualsiasi persona sopra i nove anni si vergognerebbe a morte di fare, a un'altra, la preghiera, che sta all'estremo opposto ma che dall'esterno sembra essere altrettanto alienante. Un'attività che forse ti avvicina al signore, ma che allo stesso tempo mette delle grosse cariche di dinamite sotto i ponti che ti collegano alla vita reale. Ma questo, io che non prego e non ho mai pregato, non posso davvero saperlo. Così come non posso sapere se in quel momento stanno chiedendo al Signore "ti prego fammi scopare con Lavinia sabato sera" o "fai che non ci sia più la fame nel mondo". Quello che so è che se questi sono i giovani che ci credono davvero, non penso che la Chiesa cattolica possa sperare in un futuro radioso al di fuori dei paesi terzo mondo. Del resto il vero problema non sono nemmeno loro, ma quella base che per tradizione e inerzia manda avanti un meccanismo fatto di catechismo "perché non voglio che mia figlia si senta esclusa" e matrimoni in chiesa "perché la madre di lui ci teneva," senza essere minimamente convinta del suo funzionamento. È lo stesso meccanismo che rende il papa una superstar e lo fa apparire in prima pagina a ogni cosa che dice. Lo stesso meccanismo che ci rende, in parte, ancora un paese del terzo mondo.


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      Tag: Papaboys, Roma, Daniele Venturi

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