Vita Vera

Fenomenologia dell’indie italico: My Awesome Mixtape

Di Valerio Mattioli

Valerio Mattioli è un giornalista e musicista che abita a Roma, in un quartiere simile a un set di un western neorealista. Vita Vera è il suo modo di abdicare alla gloriosa tradizione della requisitoria di borgata, o, in altre parole, una rubrica in cui ci parlerà di libri, musica e un po' del cazzo che vuole. 

È parecchio che penso che il cosiddetto “indie-pop italiano” meriti un serio studio socio-antropologico. Non sto scherzando: è un fenomeno talmente vasto e dalle peculiarità così pronunciate, che è ora che qualcuno lo approfondisca.

Di nuovo: non sto facendo sarcasmo né inutili ironie. Per un motivo o per l’altro, ho avuto a che fare col suddetto universo a più riprese, e ogni volta mi stupiva l’assoluta specificità di un contesto i cui codici, immaginari, linguaggi e profili estetici credo non abbiano paragone fuori dal nostro Paese. Oltretutto, stiamo parlando di un contesto dal seguito tutto tranne che marginale.

Sicuramente qualcuno sull’argomento avrà già steso una tesi di laurea: se siete a conoscenza di studi di tale respiro, fatemi un fischio. Per quel che mi riguarda, non ho le competenze per dedicarmi a un’impresa che oltretutto richiede tempi ed energie fuori dalla mia portata. Ma proverò lo stesso a stilare una serie di profili, che naturalmente rispecchiano solo e soltanto la mia personale interpretazione del fenomeno. 

Comincerei quindi da un gruppo che per molto tempo ho interpretato come la quintessenza di un certo modo di concepire l’indie all’italiana. Un gruppo che da poco si è sciolto e che quindi, a suo modo, è storicizzabile. Sto parlando dei My Awesome Mixtape di Bologna. 

Cominciamo da un’istantanea promozionale che ben ne riassume l’immaginario:

Questo qui sopra è il cantante dei My Awesome Mixtape, Maolo. L’immagine non ha mancato di suscitare l’ilarità più o meno avvelenata dei detrattori del gruppo, e anche in Rete non è difficile imbattersi in commenti ed epiteti poco gentili del genere “ma guarda che posa da coglione”, “vuole fare il simpatico”, “c’ha il pupazzo!”, “c’ha il cuoricino sulla maglia a righe!”, e via di questo passo.

Ora, io potrei anche sottoscrivere le reazioni di cui sopra. Ma quanto c’è di prevenuto in questo mio rigetto? Quanto la mia posizione tradisce un rifiuto a prescindere, e quanto c’è di autentica e motivata critica? Dopotutto, i My Awesome Mixtape sono (erano) uno dei gruppi indie più noti e apprezzati del giro. E poi c’è qualcosa che mi dice che una buona parte di voi che state leggendo, se vengo a spulciare sui vostri profili Facebook, di immagini del genere ne trovo a valanghe. Magari anche voi indossate un maglioncino a righe col cuoricino sopra. 

Proviamo quindi ad andare un po’ più in profondità. Cosa ci suggerisce quell’immagine? Che tipo di visione del mondo ci trasmette?

Innanzitutto, capiamo subito che Maolo è reduce da qualcosa di molto brutto. Verrebbe da pensare a un sequestro di persona: lo vediamo legato, imbavagliato, e abbandonato su un muretto. Alcuni elementi però ci riportano immediatamente a una cornice meno da cronaca nera e più da adolescenza problematica. Il primo e più vistoso elemento è, be’, il pupazzo che sta al suo fianco. Ma poi c’è anche il modo in cui Maolo si presenta: la capigliatura arruffata, l’occhiale dalla montatura spessa, il maglioncino… insomma, è il ritratto del nerd. E i nerd di rado si conquistano le attenzioni dell’Anonima Sequestri. Semmai, c’è un’altra categoria che alla sevizia del nerd non sa rinunciare: ed è quella del bullo. Maolo insomma è vittima di un episodio di bullismo. Anche parecchio perfido, c’è da dire. Perché i bulli non se la sono presa solo con lui, ma pure col pupazzo, e cioè con la sfera dell’intimità più recondita ed esclusiva: cos’è quel pupazzo se non il correlativo oggettivo dell’amico immaginario, il compagno d’elezione di tutte le creature delicate che hanno passato gli anni delle scuole medie in solitudine, schivando le prese per il culo dei compagnucci più grossi?

Al tempo stesso però, Maolo mica va alle medie. Insomma, lo vediamo, ha semmai il profilo dello studente universitario. A quell’età i traumi dell’adolescenza sono roba passata, e anche i pupazzi sono o stati regalati ai cuginetti più piccoli, o direttamente abbandonati in soffitta o peggio ancora nel cassonetto. Quella di Maolo non è quindi una situazione reale. È semmai una messa in scena che ci parla di… ma sì, di uno stato dell’anima. È un po’ come dire: ok, siamo cresciuti e tutto, ma un pizzico di quell’adolescente reietto vive ancora in noi, ci accompagnerà per sempre e non ce ne libereremo mai.

Ora, tagliando con l’accetta: di solito, chi in età adolescenziale ha subìto la sindrome del ragazzino sfigato, o trova valvole di sfogo in linea con la propria sensibilità, o diventa psicopatico, oppure, crescendo, tende a rimuoverne gli spiacevoli ricordi. Maolo invece no: alla sua età, reinterpreta il ruolo dello sfigato perenne portandolo addirittura alle estreme conseguenze (il sequestro di persona, l’innocuo pupazzetto imbavagliato e seviziato). Eppure l’immagine non trasmette nulla di tragico. È chiaramente un’istantanea simpatica, che vuole far scappare il sorriso. C’è persino un pizzico d’orgoglio dentro, del tipo “la rivincita dei nerd”. Ma è una rivincita filtrata da un elemento sopra tutti: e cioè tanta, tanta, tanta ironia.

Di questo immaginario, la musica dei My Awesome Mixtape è la conseguenza si direbbe calligrafica: un electro-pop gentile ed esuberante, ballerino ma senza esagerare, carino o meglio ancora… tenero. Ogni tanto c’è qualche spruzzata di hip hop giocattoloso, ogni tanto un’infiocchettata più ruvida, ma ecco, è una musica risolutamente e orgogliosamente innocua, mossa da un sentimentalismo da cameretta che anche nei momenti più malinconici si risolve in un trionfo di catchy geek pop (definizione loro)1

L’indie – certo indie – ha sempre filtrato con un’estetica del perdente diametralmente opposta all’epica del loser maledetto di stampo ruock. Nell’Inghilterra degli anni Ottanta, i gruppi così detti twee erano una parata di carinerie “in diminutivo”: vestitini, giocattolini, musichine e così via. Negli Stati Uniti, la K Records aveva per logo un gattino e i Beat Happening si divertivano a fare i pigiama party. Era una reazione all’impianto machista, maschile e maschilista che ancora tirava le redini del dopopunk. Però la musica conservava sempre qualcosa di spastico, diciamo pure di dissociato, restituendo in questo—se vogliamo—l’essenza più pura dell’essere nerd: che è una condizione, ne converrete, non particolarmente desiderabile e fondamentalmente dolorosa, fatta di solitudine, soprusi, tipe che non te la danno eccetera eccetera. A memoria, non mi sovviene nessun gruppo il cui messaggio di fondo è “ehi ragaz, dei bulli se la sono presa con me e il mio adorabile pupazzo, non lo trovate tenero? Balliamoci su!” 

Dicevo prima che nei My Awesome Mixtape (e in buona parte dell’indie pop italico) l’elemento-chiave è l’ironia: che è l’artificio retorico per, al tempo stesso, tripudiare un immaginario e contemporaneamente prenderne le distanze. Non sappiamo se Maolo, ai tempi della scuola media, fosse veramente un nerd. Sappiamo che comunque quella è la sua… parte, e che il mondo da lui descritto si muove necessariamente sul filo del ricordo condiviso (tutti siamo stati adolescenti e tutti a un certo punto ci siamo sentiti più o meno sfigati) e della posa bella e buona. Un po’ un modo per dire: ok, facciamo festa, ma non facciamoci troppo male. Il richiamo all’adolescenza nerdy, l’ironia ammiccante, l’eccentricità volutamente goffa, da stato dell’animo precipitano nell’atteggiamento, nel vezzo fintonaif, nel disimpegno consolante e un po’ annoiato: che è quasi una descrizione generazionale, mi rendo conto. E infatti, i My Awesome Mixtape sono a loro modo un gruppo-simbolo. Non sono la causa di quell’atteggiamento: ne sono, semplicemente, un’espressione si direbbe da manuale.

E poi ovviamente sì, c’è la musica. Che è questa cosa qua:

Probabilmente un quarto di voi non l’aveva mai sentito, e magari lo troverà paraculo o peggio ancora irritante. Ma sono sicuro che ai tre quarti restanti il pezzo piace.

 

 1 È piuttosto indicativo come in una vecchia intervista Maolo dicesse di essere un grande fan della Anticon e però di detestare i Clouddead. L’affermazione a qualcuno suonerà come un controsenso bello e buono. Per quelli che non se lo ricordano, Anticon fu, più che un’etichetta, un collettivo che verso la fine dei Novanta/inizi Duemila sfornò una specie di hip hop (uhm…) sperimentale, oscillante tra il politico spinto (gente tipo Sole, che del collettivo era un po’ il capo) e la psichedelia più avantgarde. Anche se i Clouddead non realizzarono mai un disco su etichetta Anticon, tutti e tre i suoi componenti erano parte del collettivo. E di quel collettivo furono un po’ l’espressione definitiva, quantomeno fino al loro primo album, una roba drogatissima e seriamente disturbata. Solo che da un certo punto in poi, la Anticon – diciamo così – si bruciò. Cominciarono le collaborazioni blasonate col mondo indie-rock, i dischi si tranquillizzarono, i toni si ingentilirono, e alla fine gente tipo Why? (che era uno dei Clouddead, per l’appunto) abbandonò praticamente ogni residuo di hip hop per darsi alla canzonetta intimista, prima di chiudere con un album che era – diciamolo, dai – monnezza pura, una roba lagnosa con qualche beat per far muovere il piedino e i soliti testi “sono triste/quanti ricordi/ce la farò”. Suppongo che però sia quella la Anticon a cui faceva riferimento Maolo.
 

Nel post precedente: Il mio C.S. Lewis

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