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      Fenomenologia dell'indie italico: 883

      July 6, 2012
      Dalla rubrica 'Vita Vera'

      Qualche settimana fa questo sito ha ospitato la prima parte di una mia fantomatica “Fenomenologia dell’indie italico”. Avevo cominciato con i My Awesome Mixtape ma promettevo altri approfondimenti in futuro, e in effetti avevo un’idea abbastanza chiara di come continuare: pensavo cioè di riprendere dai pionieri (Amari ecc ecc), passare al nuovo cantautorato “esistenzialista” (Le luci, magari Colapesce, cose così), e probabilmente chiudere con i più discussi di tutti, cioè I Cani.

      Il caso ha voluto che nel momento esatto in cui andava on line la prima parte della Fenomenologia, VICE pubblicasse una videointervista proprio a loro, I Cani (cioè a Niccolò Contessa, visto che I Cani è lui anche se c’è gente convinta che dietro ci sia Francesco Pacifico, ma questa è un’altra storia). Se non sbaglio è già la seconda volta che VICE si occupa di loro. La prima fu una normale intervista “scritta”, che si chiudeva inoltre che una “mixtape in esclusiva per noi”. Vediamola allora, questa playlist. Quasi a voler sottolineare che “se pensate che I Cani siano un progetto sciocchino, vi sbagliate”, è praticamente una collezione filologicamente corretta del meglio dell’avant/post rock degli ultimi trent’anni: This Heat, Gastr del Sol, Polvo, Unwound… Solo che in chiusura, arriva il colpo di scena: dopo Daniel Johnston, Niccolò ci mette… gli 883.

      Anche nella videointervista sopraccitata si parla di 883, che anzi vengono presi come riferimento non tanto di una poetica, ma di un modo di approcciarsi e di conseguenza descrivere l’esistente, anche quello “che non ci rispecchia”. 

      Insomma, cos’è tutto questo parlare di 883? Molti di voi sapranno che al duo Pezzali & Repetto è stata recentemente dedicata una raccolta-omaggio, chiamata Con due deca e pubblicata on line da rockit. Contiene praticamente il meglio dell’indie italico: c’è Colapesce che coverizza "Gli anni", gli Ex Otago alle prese con "6 un mito", Maria Antonietta con "Weekend", e  poi gli Amari, Casa del Mirto, e naturalmente I Cani. 

      Il significato dell’operazione è controverso. Un po’ c’è l’omaggio ai tempi belli dell’infanzia, quando gli 883 erano dappertutto e, volenti o nolenti, uno se li ascoltava. Un po’ è come dire che gli 883, dell’indie italiano, sono quasi quasi i padrini, proprio per via di quel modo di raccontare una realtà di provincia senza fronzoli e con spirito sincero. Un po’ c’è la solita, esibita ironia: l’indie italiano è intellettuale, acculturato, di nicchia? E allora ecco che gioca la carta della provocazione con una rilettura del gruppo più antintellettuale, burino e populista di tutti. Divertissement, sentito tributo, furbata… Mettetela come vi pare: al pantheon indie gli 883 appartengono oramai di diritto, e se osate dire che roba tipo "Hanno ucciso l’uomo ragno" vi fa cagare, allora siete degli snob.

      Be’, a me "Hanno ucciso l’uomo ragno" fa cagare. Mi fanno cagare gli 883, e penso che se non fossero esistiti il mondo sarebbe stato un posto migliore. Mi ricordo molto bene di quando, tornato da scuola, accendevo la tv e c’erano loro due, quello che cantava e quello che ballava e basta, che infestavano l’aere con una boiata chiamata "Nord sud ovest est". Era musica di merda e cristo, se la ascoltava gente altrettanto di merda. C’era questo tizio, vi giuro che era un coglione immane, che arrivava a scuola con una specie di moto finto Harley da 50cc: a me e ai miei amici, stava talmente sulle palle che una volta provammo a mettergli una patata nel tubo di scappamento (senza risultati). Ovviamente il suo gruppo preferito erano gli 883. Ovviamente a dirvi queste cose sto clamorosamente tradendo l’assunto da cui parte per esempio il buon Cane Niccolò, secondo cui “ho come l’impressione che si giudichi la validità di un prodotto culturale non da quanto descrive bene una cosa, ma da quanto mi sento vicino a quella cosa”. Chiaro che lo sto tradendo. Altrettanto chiaro che trovo questo assunto… sbagliato.

      Sto per usare una parola molto brutta e quindi lasciate che mi scusi in anticipo con chi sta leggendo. Questa parola molto brutta è postmoderno. Un po’ è un peccato che sia diventata una parolaccia perché be’, resta un concetto interessante, ma non stiamo qui a filosofeggiare. Il motivo per cui la riesumo è per fare un piccolo, impreciso e improvvisato riassunto di come il postmoderno si è esplicitato nel campo della cultura pop, o se vogliamo della musica in particolare. 

      Ora, ridotto ai minimi termini e ai suoi assunti-base, il postmoderno in musica (ma altrettanto vale per, non so, l’architettura, o certa narrativa) si riduce a una serie di imperativi che suonano come veri e propri slogan, due dei quali hanno avuto particolarmente fortuna: da una parte l’idea di citazionismo (cioè ricorrere a “citazioni” prese dagli ambiti più disparati, temporali oltre che linguistici), dall’altra il famigerato “alto & basso”—e non si parla evidentemente di centimetri.

      L’idea che la “cultura bassa” (quella pop, mainstream, mercificata ecc) dovesse godere della stessa considerazione della cosiddetta “cultura alta” è quantomeno liberatoria. E l’idea che nello stesso manufatto (per esempio una canzone) si potessero mescolare tanto elementi nobili quanto elementi considerati intellettualmente compromettenti, ha prodotto risultati notevoli. Il periodo d’oro del postmoderno in musica sono stati gli anni Ottanta, quando—per restare in Italia—i Matia Bazar trionfavano con "Vacanze Romane" (un mirabolante pastiche di atmosfere retrò e suoni futuribili) e Franco Battiato vendeva un milione di dischi con un album di innocue canzonette techno-pop che reggevano su linee di synth prese a prestito dall’asse Steve Reich/Philip Glass e su cui declamava testi criptici fatti di sole (appunto) citazioni. Finalmente si poteva dire che sì, la discomusic non era semplicemente monnezza, e "Love to Love you Baby" valeva tanto quanto (se non di più) il più serioso dei cantautori. Finalmente non passavi per un ritardato se al posto di Godard preferivi uno spaghetti western. Finalmente per apparire intelligente potevi, una volta ogni tanto, chessò, sorridere. Tutte belle cose, tutte cose sacrosante.

      E però, dopo trent’anni di alto & basso, la degenerazione era inevitabile. Senza tirare in ballo uno dei termini-chiave del riflusso postmoderno, e cioè sdoganamento, l’assioma che qualsiasi evento, oggetto, opera o personaggio, per quanto infimo possa apparire, abbia comunque una sua dignità e un suo valore in sé per sé, è divertente ed è—nelle sue manifestazioni migliori—capace di sollevare problematiche anche di un certo peso sul rapporto tra noi e “quello che gira”. Ma nella sua versione edulcorata, semplicista e disimpegnata, si è tradotto in un atteggiamento acritico in cui a dettare legge è una sospensione del giudizio blandamente inclusiva, e in cui gli eventi non si “leggono”, si “accettano” e basta. 

      Torniamo a Niccolò che parla degli 883: “a me non interessa quanto sono vicino a quella cosa,” ribadisce, “mi interessa quanto è potente quella descrizione.” Ora, capite bene che un approccio del genere, seguito alla lettera, giustifica letteralmente tutto. Anche Toto Cutugno è, alla sua maniera, potente nella descrizione di un’italianità ruspante e orgogliosa di sé: perché disprezzarlo? Anche Il Trota è un esempio da manuale di certi bassi istinti tutto fuorché rari nel carattere degli italiani: come fare a non volergli bene? Gli 883 in fondo descrivono un pezzo d’Italia: perché non omaggiarli?

      Immagino che, lì davanti al monitor, ci sia gente che in effetti sì, non disprezza Toto Cutugno e al Trota un po’ gli vuole bene. È tutto così simpatico. È tutto così ironico. Tornando agli 883, vogliamo ammettere che la loro descrizione dei vitelloni di provincia sia “potente”? D’accordo, facciamolo. Anche a me fa ridere un pezzo come, non so, "Rotta per casa di Dio". Vogliamo quindi ribadirne per questo motivo la sua supposta “validità culturale”? Be’, io ai tempi pensavo che fosse una canzone di merda, che parlava di un’umanità di merda, fatta da esponenti di prim’ordine di quel mondo là, a uso e consumo di chi in quel mondo si riconosceva, e infine (non c’è limite al peggio) prodotta dal giro Claudio Cecchetto. Vent’anni dopo ci ho pensato, riflettuto, l’ho riascoltata e l’ho pure canticchiata con gli amici. Sentite, io vi assicuro che ci ho provato, ma niente: non ho cambiato idea. Continua a sembrarmi la cosa che, in fondo, credo che effettivamente sia: una canzone di merda. Senza offesa per chi in quel pezzo si riconosce, intendiamoci. D’altronde, dubito che uno che si riconosce negli 883 avrà mai modo di bersi una birra con me. Ci troveremmo odiosi a vicenda: e per fortuna, dico io. 

      In realtà, in Con due deca a colpirmi non è tanto l’operazione in sé, ma la contiguità tra il mondo maxpezzaliano e quello dei beniamini dell’indie nostrano. Mettiamo che a omaggiare gli 883 fossero stati dei gruppi, chessò, black metal. A seconda degli esiti di questa ipotetica operazione, è facile immaginarne i risvolti. La prima ipotesi è quella del cazzeggio puro e semplice: i metallari si prendono un attimo di sosta dalle loro contrite pose, e si divertono a rileggere alla loro maniera titoli tipo "S’inkazza" o "6/1/sfigato". A suo modo, divertente. Poi c’è l’ipotesi dissacratoria: gli 883 saranno tipo tra i quattro o cinque gruppi più detestati da qualsiasi metallaro degno di questo nome, quindi ecco che questi si prendono la rivincita e letteralmente profanano, trasudando odio da ogni poro, il repertorio di quelli di "Non me la menare". Infine, c’è l’ipotesi diciamo così concettuale: la vacuità cecchettiana degli 883 viene presa, digerita e rivomitata sotto forma di tellurici e angosciati riff da fine del mondo, un modo abbastanza tipico di portare a galla quelli che per certi versi sono i messaggi di fondo della cultura pop di massa, omologante e totalitaria per definizione (pensiamo per esempio ai Laibach che rileggono la scemotta "Live is Life" degli Opus e la trasformano in una fanfara nazistoide: ecco, il concetto è quello). L’esempio è volutamente estremo, ma in tutti i casi cuore dell’operazione sarebbe una sbandierata alterità tra originale e cover, tra l’immaginario che si pretende “omaggiato” e quello che ne esce dall’omaggio stesso. Quelle di Con due deca sono invece, nella stragrande maggioranza dei casi, riletture affettuose (o simpatiche) di un repertorio che lo senti che è inscritto nel dna dei musicisti. Dopotutto, lo dicevo sopra: se sei nato o cresciuto in Italia negli anni Novanta, è impossibile che gli 883 non li conosci. Per la miseria, per poco non te li ritrovavi pure al cesso.

      Ci sono però anche modi più sottili di flirtare con l’immaginario pop italiano, specie quello più mainstream e “controverso” perché inevitabilmente legato alle vicende politiche, sociali, diciamo pure antropologiche che il Paese ha conosciuto negli ultimi decenni. Prendiamo questi due tizi che conosco fin troppo bene e che si fanno chiamare Cadeo, cioè Egisto Sopor e Demented Burrocacao. Il loro lavoro—principalmente video—è anche quello un omaggio a un’era del recente passato italiano, segnatamente la nascita della cultura televisiva berlusconiana. Ma gli scampoli, i campioni, i tributi all’evo di Telemilano e del Mike Bongiorno che passa da Mamma Rai a Superflash, vengono praticamente ridotti a una poltiglia allucinata, visionaria come un luna park e obnubilante come una dose tagliata male, roba che la guardi e sì, ti ricordi dei bei tempi di quando eri bambino e tutto era colorato, ma al tempo stesso stai male e incidentalmente ti chiedi se non fosse esattamente quello lo scopo di Fininvest e del suo vagheggiato Palazzo dei Cigni, spappolarti le sinapsi e introdurti alle beatitudini dell’estasi artificiale. In Con due deca invece, ascolti i brani e hai l’impressione di ritrovarti davanti a un falò in spiaggia in cui un gruppo di boyscout tira fuori la chitarra e decide di “suonare qualche bella canzone di una volta”. Probabilmente il brano più straniante è la cover di "Weekend" firmata da Maria Antonietta, ma insomma, è straniante perché incredibilmente, incommensurabilmente, irreparabilmente, inesplicabilmente brutta, roba che la senti e ti viene quasi da rimpiangere Carmen Consoli. Ma a parte questo, Niccolò dei Cani potrà pure ribadire che a interessargli degli 883 è la potenza del messaggio e non il messaggio in sé (e vabbè): mi chiedo però se per gli altri valga lo stesso. 

      Io in Con due deca, sepolto sotto gli onnipresenti strati di ammiccante ironia, ci leggo un tributo tutto sommato sincero, sentito, persino appassionato. Ed è un omaggio a una delle più grandi catastrofi culturali che questo Paese abbia conosciuto negli ultimi vent’anni, una sciagura che potremmo ridurre alla voce “cecchettismo”. E insomma, ricordiamolo un po’ Claudio Cecchetto, questo personaggio che non fu solo "Gioca Jouer". Copioincollo dalla sua pagina Wikipedia: “È conosciuto anche per essere stato il talent scout di numerosi artisti musicali e televisivi, tra cui:

      Gerry Scotti 
      Jovanotti 
      Fiorello 
      gli 883 
      Paola e Chiara 
      Nikki 
      B-nario 
      Albertino 
      Linus 
      Luca Laurenti 
      Marco Mazzoli 
      Daniele Bossari 
      Fabio Volo 
      Leonardo Pieraccioni 
      Dj Francesco
      e più recentemente i Finley.” 

      A parte Paola e Chiara, è praticamente il curriculum di un criminale di guerra.

      Devo ammettere che ogni tanto mi viene nostalgia di quando, dai mille derivati della cultura pop, a emergere era anche un’idea di… ma sì, di conflitto. Di quando dalle passioni che uno si sceglieva si poteva dedurre che tipo di lettura dell’esistente c’era dietro. Non è tanto nostalgia per il “e tu da che parte stai”, per carità. È nostalgia di quando andavi a casa di un conoscente e non c’era il rischio che ti subissasse di monnezza presa da YouTube perché “è divertente”. Ma divertente un cazzo, dico io. Ma chi c’ha più voglia di ridere. Ma siamo seri. 

       

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      Tag: 883, vita vera, fenomenologia dell'indie italico, max pezzali

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