Vita Vera

L'articolo sul gatto

Di Valerio Mattioli

Qualche tempo fa lanciai uno sfortunato sondaggio per capire cosa si aspettavano i lettori di VICE da questa rubrica: cosa volete leggere? Ecco un po’ di ipotesi, fatemi sapere. I risultati non furono per nulla chiari, ma visto che mi ero lasciato sfuggire che “fosse per me starei ore a parlarvi del gatto”, una fetta consistente dei commenti puntò proprio in quella direzione: il gatto, parlaci di lui!

Il fatto è che su VICE di gatti è pieno. Aveva ragione Niccolò dei Cani quando mi faceva velenosamente notare che “VICE c’ha in homepage le foto dei gattini che si fanno le seghe”. Un po’ di esempi sparsi: su questo sito potete trovare articoli come Gattini a olioGatti indifferenti in porno amatoriali, Gatti, coca e cash e In Galles gli scienziati cuciono gli occhi dei gattini—un compendio abbastanza onesto della presenza felina su internet, insomma, vuoi per le dimensioni pratiche dell'animale, perfette per l'obbiettivo di Instagram, o i soliti risvolti psicologici di un paio di occhioni associato al timore reverenziale per le sue abilità. 

Mi ricordo che quando ero piccolo professarsi gattaro era un po’ una dichiarazione di alterità, quasi un gesto di sfida, perché ecco, il vero eroe domestico era il cane (l’animale, non il gruppo) e dei gatti si diceva che erano sostanzialmente degli opportunisti anaffettivi buoni solo a ronfare quando dovevano chiederti da mangiare. Che nel frattempo sia cambiato qualcosa? Un po’ sono contento, eh: la rivalutazione del felino resta, per quanto mi riguarda, una buona notizia. Certo, di video coi gattini non ne posso più: voglio dire, a che mi servono? Io i gatti ce li ho in casa.

Meglio ancora: vi confesso che sono cresciuto non con uno, non con due, ma con undici gatti domestici; io e mio padre stavamo in un normale appartamento con giardino in quel di Centocelle, Roma, e per quanto i quadrupedi pelosi che ospitavamo passassero buona parte del loro tempo all’aperto, casa era quasi sempre uno schifo: peli dappertutto, vomitate, tracce di croccantini rigurgitati e poi rimangiati dietro il frigo, e una persistente puzza di piscio appena entravi in salotto. Quando venivano gli amici a trovarmi, un po’ mi vergognavo. Capite anche che essendo io e mio padre due maschi italiani, il nostro rapporto con le faccende domestiche era—diciamo così—un pizzico conflittuale.

Ora che vivo da un’altra parte, di gatti ne ho solo tre. “Parlaci di loro”, chiedeva qualcuno, “sempre meglio delle stronzate sugli anni Novanta, i fricchettoni e i reportage de’ bbborgata.” Bah, contenti voi. Però insomma, che dirvi? Sono gatti e fanno cose da gatti. Eccoli tutti assieme:

Come forse avrete notato, sono tre gatti enormi. Obesi, diciamo pure. È una delle caratteristiche del gatto domestico e viziato, quella di diventare grasso. Non hanno nemmeno tanto da fare, i poveracci. Qui dove sto il giardino non c’è, abbiamo un balcone ma non è la stessa cosa, e allora ecco che al posto di andare a caccia di incolpevoli uccellini, i miei gatti se ne stanno sdraiati dove capita ad annoiarsi. Ogni tanto si guardano in faccia, ogni tanto si inventano qualche passatempo con un pacchetto di sigarette rimasto vuoto sul davanzale, ogni tanto chiedono da mangiare. Alla mattina gli do i croccantini. Alla sera le scatolette.

Questa qui sopra è Melusina. È la più anziana dei tre, ha quasi dieci anni e in effetti vive in questa casa da prima che ci venissi io. Melusina a un certo punto ha avuto un figlio, cioè lui:

Osvaldo. È il più grosso di tutti, ed è anche l’eroe di casa. È il classico gatto buono amico dei bambini. È anche il classico gatto mezzo scemo che “combina i guai”. Tipo che se la lettiera è sporca, va e piscia sul divano.

Un giorno comunque esco di casa, vado alla macchina, e sento un miagolio provenire da dentro il motore. Vado a vedere, e dentro ci trovo un gattino di manco un mese che vi si era riparato per sfuggire al freddo. Lo prendo, lo porto su in casa, lo rifocillo, lo pulisco, e poi chiedo in giro se “qualcuno vuole un gatto”.

Da quel giorno, circa cinque anni fa, quel gatto ovviamente non se ne è mai andato ed è diventato lui:

Si chiama Pallino perché all’inizio nessuno aveva pensato a dargli un nome (era un gatto di passaggio, dopotutto), ma un nostro amico prese a chiamarlo così quindi anche noi ci siamo adeguati.  

FINE.

Bene, ecco qua il mio articolo sui gatti. Spero siate soddisfatti. Almeno questa settimana vi siete evitati cervellotici ragionamenti sugli 883 e commenti inviperiti del genere “ma scherzi, nel 1991 è uscito Innuendo, come fai a dire che la musica di quel decennio non ti piaceva?”. Mi spiace solo che nessuno dei gatti qui immortalati si faccia le seghe, sia su tela, o partecipi indifferente a qualche porno amatoriale. Spero che i lettori di VICE non se la prendano.

 

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