Vita Vera

Vecchi noiser crescono

Di Valerio Mattioli

Ieri leggevo l’intervista a Dracula Lewis in cui dice che “cioè se mi becco un’orda di indie-rockers con il drink in mano che mi squadrano e non muovono il culo neanche se li prendi a schiaffi, un po’ mi prendo male,” ascoltavo il suo disco, e pensavo che non era roba per me.

Poi mi sono messo a guardare "Tuppelo", il video-carioca dei Ninos du Brasil (o come dicono i più, “il nuovo progetto di Nico Vascellari”), sono arrivato fino a un certo punto, e ho deciso che non era roba per me.
Poi ho messo su gli Heroin In Tahiti, e al terzo minuto di chitarrina spaghetti-surf mi sono detto: “Basta, non è roba per me.”
Insomma, non è roba per me questo italo-underground un po’ snob un po’ furbacchione, che fino a un paio di anni fa passava il tempo a tirare fuori scoregge dai distorsori e adesso sguazza beato in quella insidiosa Terra di Mezzo che è l’artsy-fashion di presunta fascia alta. Pazienza, direte voi. Giusto. Il fatto è che c’è un problema: sono tutti amici miei. Peggio ancora: per la miseria, la chitarrina spaghetti-surf di cui sopra sono addirittura io.

Questa è una storia che interesserà pochi ma che potrebbe valere da surrogato di serie B di una qualche improbabile “analisi sull’evoluzione dei gusti e dei comportamenti delle sottoculture musicali dei Duemila”. Cominciamo col dire che ho dei vaghi ricordi di come era l’underground italiano diciamo nella seconda metà degli anni Zero: un po’ di tizi sparsi qua e là per la Penisola, che mandavano i mixer in loop perché l’avevano imparato dai Wolf Eyes, facevano concerti che nessuno si filava, cassette che nessuno comprava... insomma, cose così. Sono ricordi vaghi per il semplice motivo che be’, non è che succedesse granché: si partiva, si saliva su a Vernasca, si andava con Dracula Lewis al bar, poi tante chiacchiere, tanti abbracci, concerti per due persone, e via. Poi verso est in direzione Vittorio Veneto: e c’erano Nico, il Canedicoda, il Massolin prima di scomparire alla volta del Portogallo, il Kam Hassah con le canne, e anche lì stessa storia. C’erano i ragazzi di Palustre a Ravenna, Ricky e gli altri a Bologna, a Napoli il grandissimo Francesco “Limone”, Tisbor a Carrara, altri tizi sparsi qua e là. Più o meno era tutta roba così:



È un video di cinque anni fa e sembra passato un secolo. Il noise (perché si faceva tutti noise) non tirava granché e poteva essere pure un po’ noioso. Il mio minuscolo contributo alla causa, l’ho dato seguendo la “scena” per un noto mensile musicale e addirittura intervistando due o tre tra gli amici di cui sopra. Negli anni, le persone sono rimaste più o meno sempre le stesse. A ripensarci, è bello e anche commovente che gli stessi tizi che all’epoca si sbattevano sfracellando microfoni a contatto sulle pareti, sono ancora lì che ci provano. Solo che adesso sono diventati così:



... e alle bellissime e appiccicosissime copertine serigrafate, ai cdr spruzzati di spray che poi impedivano al laser di leggere il dischetto, alle copertine per scarabocchi art brut, si sono sostituiti i feticci alla DIS magazine, il trashame fluo-glow, le $ al posto delle S e probabilmente (ma non ne sono sicuro) le € al posto delle E. Naturale evoluzione, si dirà. Può darsi. Anche in America è più o meno andata così, anche James Ferraro è passato dagli Skaters ai servizi su Vogue. Sarà per questo che ultimamente ascolto solo roba inglese?

Tornando al secondo dei video postati: è di Lorenzo Senni, un altro amico. Non posso dire che le sue ultime cose mi facciano impazzire. Però cavoli, un disco su Mego: queste sono soddisfazioni. Lo sono per Lorenzo e se vogliamo, ingenuamente, quando mi arrivò la notizia, un po’ orgoglioso mi sentii anch’io: sapete com’è, è la solita storia del “fratello che ce la fa”. Simone Trabucchi, cioè Dracula Lewis, ha fatto un disco per un’etichetta lanciatissima come Souterrain Transmissions, gira a suonare per mezzo mondo, ed è stato pure endorsato da Pitchfork. È probabilmente il tizio più alla moda che conosco sull’intera faccia del pianeta. I Ninos Du Brasil invece il disco l’hanno fatto per Tempesta, l’etichetta del Teatro degli Orrori e dei Tre Allegri Ragazzi Morti: uno degli incroci più bislacchi che sia dato immaginare, ma insomma, la faccenda si fa se non altro interessante. Mi viene da pensare che i tempi di un futuro possibile tour Amari + Wolf Anus non sono così distanti.

A confronto dei successi sopra riportati, il mio gruppo—gli Heroin In Tahiti—gioca in una categoria chiaramente inferiore. E però qualche tempo fa ho ragionato che probabilmente abbiamo suonato più al MACRO (il museo d’arte contemporanea di Roma) che al Verme, il lercio locale di Toni Cutrone. Ok, magari non è proprio così, ma da un paio d’anni le occasioni in cui ci si è trovati coinvolti in eventi griffati, lucrose rassegne sponsorizzate, eventi mondani per il bel mondo à la page, veramente non si contano. Pure la musica che facciamo, è diventata più accomodante. Il mio socio Francesco ogni tanto cerca di convincermi a tornare a fare roba così:



Ma a me non mi va, e secondo me non gli va neppure a lui. È più comodo stare seduti a suonare la chitarrina, che mettersi a strillare a un microfono come un deficiente con quaranta oscillatori che non capisci nemmeno che stanno facendo perché la strobo ti manda in pappa il cervello. Voglio dire, ho passato i 30. E comunque già all’epoca, nel giro eravamo considerati “pop”.

Non so dove andare a parare con questo articolo: voglio forse dire che ci siamo sputtanati? Voglio forse resuscitare vetuste polemiche su come le sirene dell’arte, della moda, delle tendenze “hip” abbiano infine fagocitato quello che era un sano, spontaneo, orripilante fenomeno dal basso? Che era più bello prima? Che forse i modaioli dobbiamo lasciarli fare a quelli che di anni ne hanno 20? Immagino che Simone, Lorenzo o chi per loro mi risponderebbero:

“Ma che cazzo stai dicendo?”

E immagino sia sacrosanto che ciascuno faccia un po’ quel che gli pare. È che comincio ad annoiarmi. Anche in America è andata così, giusto. Una volta c’era la Not Not Fun che si scambiava cassette con Kam Hassah, e adesso è l’etichetta più gggiusta dell’anno. Solo che ogni volta che un gruppo Not Not Fun passa per Roma, mi fa immancabilmente cagare. Il bello è che ogni tanto qualcuno di questi concerti li organizzo persino io. Poi arrivano i vecchi—i Sightings, i Wolf Eyes, ma pure i Black Dice—e spaccano tutto. Che dunque il senso di questo articolo sia: “si stava meglio quando si stava peggio”? Non so. Ma ogni tanto mi viene la semiconvinzione che se negli Heroin In Tahiti non ci suonassi, sarebbe il classico gruppo che mi sta sulle palle.

 

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