Vita Vera

Guida a Roma Est

Di Valerio Mattioli

Come sanno amici e parenti, vivo a Roma più o meno da quando sono nato. Per la precisione, ho passato praticamente tutta la mia esistenza tra via Casilina e via Prenestina, nel quadrante orientale della città. Quando ero piccolo stavamo in un quartiere di periferia, Torre Maura, talmente negletto che quando succedeva qualche fatto di cronaca i giornalisti ne sbagliavano continuamente il nome. “Omicidio a Centocelle”, strillava Il Messaggero: peccato che il quartiere di Centocelle distasse più o meno tre chilometri. D’altra parte, quando qualcosa succedeva veramente a Centocelle, per i giornalisti diventava Tor Pignattara (cinque chilometri). Se poi ammazzavano qualcuno a Tor Pignattara, ecco che sul giornale diventava “in zona Prenestina”. La via Prenestina a sua volta diventava via Tiburtina. E così via.

Lasciamo stare che, se uno fa cronaca locale, dovrebbe almeno avere dimestichezza col Tuttocittà in modo da attribuire i toponimi come cristo comanda. Il succo è che, per questi giornalisti beoni, Roma Est era poco meno che un mistero. Non la conoscevano perché, dopotutto, che dovevano conoscerla a fare? A Roma Est non c’era niente, i quartieri erano miseri, desolati, portavano nomi scemi, e soprattutto stavano lontani dalla famigerata Roma-che-conta. Addirittura, il concetto geografico di “Roma Est” manco esisteva: nell’immaginario e nel linguaggio sia giornalistico che di tutti i giorni, Roma si divideva in maniera arbitraria in Roma Nord (ricca, borghese, di destra) e Roma Sud (popolare, riottosa, di sinistra). Tor Pignattara, Centocelle e tutto ciò che stava tra via Casilina e via Prenestina veniva quindi comodamente incasellato alla voce Roma Sud, e tanti saluti ai punti cardinali.

Nessuno ci crede quando lo dico, ma sono convinto che a inventarsi l’idea stessa di Roma Est fu il mio amico Alan Parsec una decina d’anni fa, semplicemente osservando una piantina della Capitale: “ma cazzo,” esclamò illuminato, “qui mica siamo a Roma Sud: qui siamo a est!” Siccome era un grafico che faceva manifesti per un paio di riviste underground, cominciò a inserirvi in calce quella che dopotutto era nient’altro che una piccola, ovvia verità: “made in Roma Est.” I primi commenti, me lo ricordo bene, furono di perplessa derisione: “Che sarebbe mai Roma Est?”, borbottavano i più. “Dove abiti? A Centocelle? Ma quella è Roma Sud, idiota. Roma Est non s’è mai sentita.” 

E però, piano piano e sottotraccia, la cosa ha funzionato. Persino i giornalisti di cronaca l’hanno imparata, e un paio di settimane fa se ne sono usciti che era stata trovata una piantagione di marijuana a Roma Est (ovviamente continuano ad avere problemi col Tuttocittà: secondo i giornali era a Centocelle; in realtà si trovava nel pieno di Tor Pignattara). Quella sigla che prima letteralmente non esisteva, è diventata come per magia (uh) à la page. Non solo: più che un’entità meramente geografica, è praticamente un brand. 

Se solo Alan Parsec avesse registrato il marchio! Avete presente il bestseller di Roan Johnson pubblicato da Einaudi, Prove di felicità a Roma Est? E soprattutto, tutti quei rotocalchi di lifestyle che sono anni che cercano di convincervi che Roma Est è il village de’ noantri, e che se a New York hanno Williamsburg “noi c’avemo er Pigneto”? 

La pubblicistica ufficiale ha sancito insomma che sì, Alan Parsec aveva ragione: Roma Est esiste semplicemente perché, per la miseria, è la parte est di Roma. Ed essendo rimasta per decenni un’area negletta, poveraccia e che nessuno si filava, era anche una delle poche aree di Roma in cui gli affitti costavano poco. Cosicché a un certo punto hanno cominciato ad andarci a vivere gli immigrati, i diseredati, ma anche gli studenti perdigiorno, i wannabe-artisti, i bohémien daa Capitale, la comunità GLBT, e infine loro, gli onnipresenti hipster. E poi hanno aperto i locali, i bar, le gallerie. Poi c’è venuto Will Smith a presentare in anteprima il suo film. Poi MTV a fare i reality per il mercato americano. Poi Totti e la Blasi a girare gli spot. Poi c’ha preso casa Vladimir Luxuria che ha vinto L’isola dei Famosi. Eccetera eccetera. 

Ora: come detto, a Roma Est ci vivo da quando facevo le elementari. Ho passato tutta la vita ad aspettare di andarmene verso lidi di cui almeno Il Messaggero identificasse correttamente il nome, e passare dall’ignominia della borgata al mondo civile che stava di là da Ponte Casilino. Solo che quando finalmente mi si è presentata la possibilità, ecco che tutti si sono riversati qui. A quel punto, per farla breve, ci sono rimasto anch’io. 

Però, devo dirvelo: c’è un motivo se, per decenni, a Roma Est non c’è voluto venire nessuno. Se i giornalisti manco si prendevano il disturbo di andare a vedere. Il motivo è molto semplice: ed è che Roma Est fa schifo. È brutta. Puzza. Le case sono una merda. Nessuna persona intelligente vorrebbe viverci di sua spontanea volontà. Potete immaginare quale sia la mia considerazione nei confronti di gente del tipo “voglio prendere casa al Pigneto perché è tanto pittoresco.

Di seguito, vi riporto un piccolo reportage fotografico sui sedicenti quartieri più hip de’ Roma. Così potete evitarvi il disturbo di farci un salto.

Guida a Roma Est

Tempo fa, una poveraccia del Corriere della Sera fu spedita da Milano per documentare l’effervescente brulichio del Pigneto, il quartiere più vivace e creativo dell’intera nazione (diceva lei). La chiave di lettura era che il Pigneto era un po’ la versione locale della solita Williamsburg a Brooklyn, o di Brick Lane a Londra, o di un qualsiasi quartiere a caso di Berlino. Bene, io sono stato sia a Brooklyn che a Brick Lane che a Berlino, ma evidentemente la tizia del Corriere no. Sennò piuttosto che i soliti quattro nomi del trendismo giovanilista sarebbe ricorsa a più appropriati paragoni. Chessò, Beirut ai tempi della guerra civile:

Perché mai galleristi, scrittori, intellettuali col portafogli gonfio e Dio sa cos’altro scalpitino tanto per accaparrarsi uno di questi appartamenti, vi giuro che non me lo so spiegare. Una stramba piazza panoramica dalle parti di via Tempesta racchiude bene lo spirito del quartiere più alla moda dentro er Raccordo:

Se credete che quei calcinacci stiano lì per via di qualche lavoro in corso, vi sbagliate. Quello è né più né meno che arredo urbano, un po’ come un’aiuola. Altrimenti non starebbe lì dal 2007.

A un paio di isolati dalla suddetta piazza, potreste imbattervi una mattina qualunque nell’altera figura di Giuseppe Cruciani, il celeberrimo giornalista di Radio 24 che (non sto scherzando) scende apposta da Milano per andarsi a fare un cappuccino in un rinomato bar della zona. Dopo il cappuccino, probabilmente Cruciani vorrà farsi una passeggiata al parco. Il verde pubblico di Roma Est è noto per—come dire—il suo carattere selvaggio:

In effetti non si può affermare che gli abitanti della zona siano rinomati per il loro pollice verde. I giardini interni delle “villette” (le chiamano così: in realtà sono ex baracche) che spuntano qua e là dalle parti di via Dulceri testimoniano di una concezione di giardinaggio se non altro bizzarra:

Ma in fondo chi se ne frega, la cosa importante di Roma Est è che resta il regno della comunità artistica locale. Di seguito, le impareggiabili opere di tre ineffabili street artist di Tor Pignattara, tali Cool, Dark e Micro…

…Che però devono vedersela col loro più acerrimo rivale, il temibile Radioactive:

Ho mostrato queste immagini al Pira e lui ha apprezzato. Suppongo che mi invidi: a me per guardarle basta affacciarmi dalla finestra.

Passeggiando per gli ameni vicoli nei dintorni di via dei Zeno, non avrete inoltre difficoltà a imbattervi in controverse “installazioni urbane”…

…nonché in qualche slogan murale che ben testimonia lo spirito scalpitante di Roma Est, coi suoi quartieri popolari e la sua salda tradizione commmunista:

Qui invece è dove abita Demented, una firma ben nota ai lettori di VICE. Anche lui ha deciso di prendere casa da queste parti perché, così sostiene, le bucoliche palazzine con giardino del Nomentano (Roma Nord) gli “mettevano noia”:

Non lontano da casa di Demented, abita anche quest’altro tizio, che non è—come lascerebbe supporre una giornalista del Corriere—un ex hippie nostalgico della vita all’aperto:

Qualcuno di voi infine saprà che Roma è praticamente l’unica capitale occidentale (sul fatto che sia occidentale il dibattito è in corso) che ancora contempla l’esistenza dei cassonetti. Gli abitanti di Roma Est vi ricorrono col debito zelo (notare la disparità di trattamento tra i cassonetti generici e quello destinato alla raccolta differenziata):

Quando i giornalisti ricorrono a formule del tipo “l’aria caratteristica di quartieri come il Pigneto” non è ben chiaro se si riferiscono ai miasmi provenienti da questi caratteristici scorci. È comunque indubbio che a Roma Est l’aroma delle strade sia—mettiamola così—un’altra peculiarità: un misto di kebab, cumino, fogna e monnezza. Fa tutto pittoresco, capite? Per quanto mi riguarda, non mi resta che una cosa soltanto: rivolgermi alla Madonna.

In che termini, decidete voi. L’importante è che, la prossima volta che un magazine patinato o un inviato di qualche ignobile rotocalco tv vi parleranno del Pigneto, di Roma Est, e della loro “incontenibile, frizzante vitalità,” be’, saprete di cosa stanno parlando.


Per non perdersi mai:

Guida turistica di Roma Nord

Quale sarà il nuovo Pigneto?
 

 

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