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      Bullizzati a vita

      November 22, 2012
      Dalla rubrica 'Vittima del bullismo'

      Costantino della Gherardesca, nostro collaboratore, è una vittima del bullismo. Questa è la sua rubrica, fatta di riflessioni sulla società e su se stessi. Alla ricerca di un mondo che fa venire meno ansia.

      VITTIMA DEL BULLISMO #3 - BULLIZZATI A VITA


      Soldatessa isrealiana alza i pollici al sionismo su instagram.

      Poco più di una settimana fa le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato l’operazione “Pillar of Defense” su Twitter. Per l’occasione hanno anche aperto un tumblr. I giovani soldati israeliani hanno postato foto su Instagram. Le PR isrealiane sono talmente palesi che anche i quotidiani occidentali più istituzionali sono stati costretti a parlarne, nonostante le conseguenze spiacevoli per i giornalisti. Basti ricordare la tempesta di merda dopo l’articolo di Sarah Shulman sul pinkwashing. Venerdì scorso Arwa Madawi ha scritto sul Guardian che i palestinesi devono fare un re-branding della Palestina per competere con la propaganda isrealiana. Adesso, onestamente, cosa cazzo c’entro io in tutto questo e perché ne sto scrivendo? Non mi occupo di certo giornalismo politico, e non ho manco intenzione o interesse a farlo.

      Però...

      Avete presente quel vostro amico che, da un paio di anni a questa parte, vi dice che Tel Aviv è fichissima? Lavorando nella comunicazione mi succede spesso. Non mi sono mai chiesto perché, ho sempre pensato che fosse una moda tipo Marrakesh quando ci andava Mick Jagger. Finché non ho letto questo pezzo di Sarah Shulman.

      A quel punto, per capirne un po’ di più, e giusto per rompere i coglioni al mio amico Tim Small e a mia mamma che è ferocemente pro-Isreale, ho deciso di intervistare per “Vittima del bullismo” un attivista palestinese.

      Remi è un cittadino americano figlio di rifugiati palestinesi e fa una roba che non pensavo manco esistesse più: la poesia. Cioè, lui va su un palco e, invece di fare dei balletti come le persone normali, recita poesie incazzate un po’ alla Gil Scott Heron sulla situazione palestinese. Remi ha anche aperto un sito chiamato Poetic Injustice. Ed è proprio sul tema dell’ingiustizia che ho deciso di fare la mia prima domanda.

      VICE: Remi, per me "ingiustizia" significa ingrassare anche se bevo Coca-Cola Zero. Sicuramente, in quanto palestinese, avrai una tua concezione di ingiustizia. Qual è? 
      Remi Kanazi: Innanzitutto, dovresti passare al Crystal Light. Aromi fruttati e dissetanti senza il gonfiore causato dalla carbonatazione. Quanto all'ingiustizia, sono figlio e nipote di rifugiati palestinesi. La mia famiglia conosce intimamente l'ingiustizia. Nel 1948, milizie sioniste hanno attuato una pulizia etnica di 750.000 palestinesi e distrutto 500 villaggi della Palestina storica per fare spazio allo Stato di Israele. Mia nonna era incinta di mia madre quando fuggirono in barca da Giaffa verso il Libano. Quale palestinese, il mio concetto di giustizia si inserisce nel quadro dei diritti umani universali. Che si tratti di opporsi alla violenza della polizia, alle campagne di bombardamento coi droni, alle violenze sessuali nei campus, agli attacchi nei confronti di omosessuali all'interno delle nostre comunità o al sistema israeliano di apartheid e occupazione, la mia visione della giustizia implica il combattere le strutture di oppressione ovunque ne incontriamo una.

      Quale omosessuale ho l'impressione che Israele sia una fantastica meta vacanziera gay friendly circondata da arabi cattivi che finirebbero per lapidarmi. Cos'è Brand Israel e in cosa consiste il Pinkwashing?
      Brand Israel è una forma di propaganda di stato che cerca di mascherare le politiche israeliane di apartheid, pulizia etnica ed espansione delle colonie attraverso progetti di PR. Questi comprendono l'inviare i nostri teatranti in giro per il mondo al fine di, usando le parole di un Ministro israeliano, "mostrare la faccia pulita di Israele, così da non essere visti esclusivamente nel contesto della guerra." Questa dichiarazione risale al periodo immediatamente successivo al massacro di Gaza nel 2008/2009 nel quale sono stati uccisi 1400 palestinesi, principalmente civili. Un altro funzionario israeliano ha affermato di non vedere alcuna differenza tra cultura e hasbara (propaganda). Gli artisti che vanno all'estero e ricevono fondi dal Ministero degli Esteri israeliano firmano contratti come "fornitori di servizi" in cui viene loro richiesto di "promuovere gli interessi di Israele attraverso l'arte e la cultura, incluso il contributo alla creazione di un'immagine positiva dello Stato." Fondamentalmente, Israele usa l'arte come una forma di propaganda di stato in maniera simile a quanto fatto dal regime di apartheid in Sudafrica.
      Il pinkwashing segue la stessa logica. Presenta Israele come un paradiso gay liberale per allontanare deliberatamente lo Stato dall'occupazione militare e dall'apartheid. In realtà, il governo israeliano ha fatto preda dei gay palestinesi, presentando loro due opzioni: collaborare con l'esercito israeliano o vedere rivelata la propria identità sessuale nella comunità di appartenenza. Tre gruppi LGBTQI che hanno contestato il pinkwashing sono PQBDS (Palestinian Queers for Boycott, Divestment, and Sanctions), Aswat e Al-Qaws. Tutte e tre le organizzazioni combattono contro il colonialismo di insediamento e il sistema oppressivo israeliano operante su più livelli, così come per i diritti nelle proprie comunità. Come ha dichiarato Haneen Maikey, direttrice di Al-Qaws, "Quando devi passare un checkpoint, non importa quale sia la sessualità del soldato."


      Remi incazzatissimo mentre recita una poesia. 

      Ho sentito che eri molto felice per la seconda vittoria di Obama. Alla fine, lui ha sempre fatto leva su questa cosa del "cambiamento." Cosa è cambiato nella politica estera americana con la sua presidenza?
      Purtroppo, dal punto di vista della politica estera l'unica cosa ad essere cambiata rispetto ai tempi di Bush è il packaging. Obama ha triplicato le truppe in Afghanistan, ha usato droni per bombardare Afghanistan, Pakistan, Yemen e Somalia, ha mantenuto attiva Guantanamo, ha firmato l'estensione del Patriot Act e continua a destinare a Israele miliardi di dollari in aiuti e armi. Il suo operato in materia di diritti civili è terribile: ha controfirmato l'antidemocratico National Defense Authorization Act e ha buttato fuori dal Paese più di un milione di immigrati illegali. Sul fronte della politica estera, vige un sistema monopartitico. Si spendono miliardi di dollari in campagne, e l'unica garanzia che abbiamo per i prossimi quattro anni è che tantissimi civili in tutto il mondo continueranno a vivere sotto le bombe americane.

      “Beauty is the sacred word of nature” è lo slogan pubblicitario di Gamila Secret, un sapone prodotto in Israele che di tanto in tanto uso per il viso. Dici che non dovrei usare prodotti di bellezza israeliani? Cos'è la BDS?
      Sono state avviate campagne impressionanti contro i marchi di cosmesi israeliani. Stolen Beauty si concentra sui prodotti della Ahava Dead Sea Laboratories. Si tratta di prodotti a base di risorse naturali sottratte ai Territori Palestinesi, dal Mar Morto, e confezionati in insediamenti israeliani illegali. La tua faccia potrà anche ricavarne in luminosità, ma porterà la tristezza su quella di milioni di palestinesi oppressi.
      Nel 2005, 170 organizzazioni palestinesi della società civile, dai sindacati a organizzazioni femminili passando per istituzioni culturali, hanno chiesto di boicottare, ridurre gli investimenti e imporre sanzioni nei confronti dello Stato di Israele finché questo non avesse adempiuto a tre richieste di base: 1. La fine dell'occupazione e della colonizzazione di tutti i territori arabi. 2. Il diritto di ritorno per i rifugiati palestinesi. 3. L'uguaglianza di diritti per i palestinesi residenti in Israele. Dopo 15 anni di fallimentari negoziati per la pace, serviti esclusivamente a peggiorare le condizioni dei palestinesi, la società civile si è rivolta alla comunità globale perché si schierasse contro le politiche israeliane e in solidarietà coi palestinesi oppressi nel loro appello positivo, etico e fondato sui diritti. Questo comprende disinvestimenti nei confronti di società che traggono profitto dall'apartheid israeliano, la rimozione di prodotti israeliani da negozi e supermercati, un boicottaggio di istituzioni accademiche e culturali israeliane e sanzioni contro lo Stato.
      Mentre scrivo, più di 90 palestinesi sono rimasti uccisi e centinaia feriti nei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza. Con l'uso dei dollari ricavati dalle tasse americane, il mio governo partecipa attivamente all'oppressione dei palestinesi occupati. Ogni anno inviamo a Israele 3.1 miliardi di dollari in aiuti, e mandiamo loro elicotteri Apache, missili Hellfire, fosforo bianco e altri armamenti responsabili della decimazione di vite palestinesi. In più, fungiamo da veto di Israele dentro e fuori dall'ONU. In qualità di palestinese, di artista con una coscienza sociale e di cittadino americano che paga le tasse, è fondamentale che io metta fine alla complicità del mio governo e della mia società con l'occupazione e l'apartheid di Israele. Il meccanismo per combatterla è la BDS [Boycott, divestment and sanctions]. 


      i-D magazine? No. Operation Pillar of Defense.

      Un mio amico giornalista, uno vero, mi ha detto di chiederti della "road map". Dopo un'accurata indagine su Wikipedia ho scoperto che si tratta della tabella di marcia per la pace in Palestina. Una "pace" è verosimile?
      Assolutamente sì: non mi occuperei della questione se non pensassi che la pace è possibile. Ma bisogna costruirla. Tracciare un sentiero verso la pace consiste nel cancellare 32 leggi dello Stato di Israele che discriminano i palestinesi, mettere fine all'occupazione militare ed estirpare la pratica di demolizioni, confisca delle terre e appropriazione delle risorse. La Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sudafrica è stata istituita dopo lo smantellamento della struttura e dei principi dell'apartheid. In maniera simile, nel Sud americano delle leggi di Jim Crow, l'ostacolo non era dato dal fatto che neri e bianchi non potessero andare d'accordo; il problema di base era la segregazione sistematica. Non possiamo chiedere la pace né aspettarcela, se non mettiamo in pratica la giustizia.

      Per concludere... questa rubrica parla di bullismo. C'è mai stato del bullismo nei tuoi confronti? Che consigli daresti a una "vittima del bullismo" come me?
      Da bambino ero spesso preso di mira. Sono cresciuto in una piccola cittadina americana bianca e conservatrice. Come se non bastasse, ero un ragazzino scuro, cicciottello e col monociglio, figlio di immigrati, tutti elementi che mi rendevano un facile bersaglio. Ma non sono in nessun modo quello a cui è andata peggio.
      Il mio consiglio è di continuare a parlare apertamente, amplificare la propria voce e non smettere di far sapere alla gente che non è sola, che ci sono persone come te che ce l'hanno fatta, che il sostegno esiste e il bullismo non è accettabile e dev'essere contestato. Il bullismo è presente in tutta la comunità globale, ma troppo spesso viene spazzato sotto il tappeto. Eppure, queste conversazioni devono continuare ad avvenire, e come col sessismo e l'omofobia, queste malattie che investono la società non scompariranno dalla mattina alla sera, ma devono essere combattute. Come ha detto Martin Luther King, "L'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque." Dal bullismo sulle strade italiane all'oppressione subita dai palestinesi, siamo più forti quando ci uniamo per combattere l'ingiustizia ovunque ne incontriamo una.


      Segui Costantino su Twitter: @CdGherardesca

       

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      Tag: Remi Kanazi, BDS, pinkwashing, Vittima del bullismo

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