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      Il Cristo siberiano - Parte 1

        I MISTERI DEL MAESTRO  La Chiesa dell’Ultimo Testamento di Vissarion è l’unica ragione per cui valga la pena visitare la Siberia Di Rocco Castoro Foto di Jason Mojica Vissarion (aka Sergey Anatolyevitch Torop, aka il Maestro), fondatore della Chiesa dell’Ultimo Testamento. È la mia prima volta in Russia, e ad agosto a...

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      I MISTERI DEL MAESTRO 

      La Chiesa dell’Ultimo Testamento di Vissarion è l’unica ragione per cui valga la pena visitare la Siberia

      Di Rocco Castoro
      Foto di Jason Mojica


      Vissarion (aka Sergey Anatolyevitch Torop, aka il Maestro), fondatore della Chiesa dell’Ultimo Testamento.

      È la mia prima volta in Russia, e ad agosto a Mosca sudo come mai ho sudato nella mia vita. Dieci ore dopo l’arrivo sono già in partenza, verso un treno espresso che mi ricondurrà all’aeroporto, ma è tardi, e se perdo il volo non arriverò a Petropavlovka in tempo per la Festa dei Buoni Frutti, né potrò parlare a con un siberiano che sembra Gesù e sostiene di portare la parola del Signore.

      Compro un biglietto e arrivo al binario con un leggero anticipo, giusto il tempo di individuare la carrozza meno affollata e infilarmici dentro. Tre minuti dopo, il treno parte. Tiro un sospiro di sollievo, anche se l’idea di non farcela comunque continua a tormentarmi. C’è un solo volo al giorno, e non voglio ritrovarmi a discutere con il centralinista della Vladivostok Air, la principale compagnia aerea siberiana.

      Se non arrivo in tempo dovrò nuovamente pianificare il mio viaggio e implorare una donna di nome Tamriko, con la quale ho avuto soltanto contatti via mail, perché convinca un membro di ciò che molti considerano una setta a svegliarsi per la seconda volta alle 4 di mattina, guidare per tre ore fino all’Aeroporto di Abakan e prelevare un americano ficcanaso per portarlo in una remota e religiosissima comunità di 4000 anime nel bel mezzo della taiga. Ogni altro giorno dell’anno si sarebbe trattato di una richiesta scomoda ma pur sempre lecita—del resto, avevo già dovuto cambiare una volta i miei piani per intoppi col visto. Ma se tra mezzora non sarò al check-in, potrò arrivare a Petropavlovka solo il 18 agosto, anniversario della più sacra delle celebrazioni della Chiesa dell’Ultimo Testamento: quel giorno, nel 1991, il ventinovenne Sergey Anatolyevitch Torop, agente della polizia stradale e pittore, si autoproclamò la reincarnazione di Gesù, adottando il nome di Vissarion e fondando una “religione unificante” che unisce cristianesimo, buddismo, induismo, paganesimo e altre credenze.

      Ogni parola o pensiero di Vissarion viene registrato ne L’Ultimo Testamento, un’opera in continua evoluzione che ha ormai raggiunto i dieci volumi e le migliaia di pagine. Più di 5000 seguaci in tutto il mondo considerano l’ex-poliziotto un messia, detto anche “il Maestro,” e credono in una serie di cose come le due origini dell’universo (una avrebbe generato la natura, l’altra l’anima umana), la “Mente dello Spazio Cosmico” (ovvero, gli alieni) e l’approssimarsi della fine del mondo. O almeno, questo è quello che ho capito consultando il poco materiale tradotto (non benissimo) in inglese.

      Durante il viaggio in treno rifletto sulla fugace impressione lasciatami da Mosca: il grigio domina, con qualche tocco di marrone. È una città stranamente efficiente, tanto che arrivo all’aeroporto in perfetto orario. Corro fino al gate d’imbarco, e avvicinandomi ai pochi passeggeri in coda osservo il bar alle mie spalle. Speravo di riuscire a farmi una birra, soprattutto perché dove sto andando ora è vietato bere alcolici, e invece mi distraggo pensando al casino in cui mi troverei se fossi al JFK e al fatto che nei prossimi giorni dovrò evitare termini come “casino” perché nella comunità di Vissarion le parolacce sono proibite—così come il tabacco, la carne e molte altre cose che, a differenza delle prime, Tamriko non mi ha ancora elencato.

      Quattro ore, un pallido pezzo di pollo e due strane caramelle al limone più tardi, atterriamo ad Abakan. Sono le 7 e mezza del mattino, 60 minuti dopo l’orario di arrivo previsto. Mi avvio verso l’uscita, circondato da un odore insolito. È come se tutto lì fosse stato assemblato da un gigantesco macchinario sovietico che produceva aeroporti in serie, successivamente abbandonati al loro triste destino di decomposizione. Ma peggio ancora, non vedo nessun tizio di nome Ruslin con un cartello che dice ROCCO come invece Tamriko mi aveva assicurato. Troppo stanco per agitarmi, mi siedo e aspetto per circa un quarto d’ora, quando un uomo sulla ventina, biondo, alto e muscoloso, oltrepassa i controlli di sicurezza guardandosi in giro. Capisco che è Ruslin ancora prima di notare il pezzo di cartone piegato che porta sotto il braccio. Mi alzo e vado verso di lui, che si gira di scatto.

      “Rocco,” spiego toccandomi il petto. Mi fissa negli occhi per qualche secondo, poi tira fuori il cartello. Annuisco. “Sì,” dice. Indossa un copricapo che avrei detto adatto a un musulmano ed esce, dirigendosi verso il parcheggio. Non dice una parola, ho i brividi.

      Arrivato alla sua auto, una station wagon a trazione integrale con guida a destra, incontro quella che presumo sia la moglie o fidanzata. È giovane, di una bellezza particolare, e presentandosi sorride. Ma so già che non riuscirò mai a pronunciare correttamente—o quantomeno a ricordare—il suo nome, e non provo neppure ad annotarlo.

      Saliti in macchina, i due scambiano un paio di battute mentre mi accomodo sul sedile posteriore, poi l’uomo indica un thermos. “Caffè?” Faccio di sì con la testa, e lui ne versa un po’ in una tazza a cui la donna aggiunge un liquido simile a colla vinilica. Mi guardano, aspettando che beva. Potrebbe anche essere veleno o un filtro magico, ma non è così male, e lo finisco in pochi sorsi. Rimaniamo in silenzio per un altro minuto o due. “Andiamo,” riprende Ruslin mettendo in moto.

      Non impiego molto a capire che i due non masticano granché l’inglese o, per una qualsivoglia ragione, non sono interessati a me, quindi mi tengo occupato installando la penna USB per la connessione 3G sul mio PC portatile. Riesco ad attivarla e tento di entrare in video-chat, per poi passare ad iChat e raccontare alla mia ragazza che va tutto bene, che non dormo da qualcosa come 26 ore e che ho appena bevuto uno strano caffè offertomi da una coppia tecnicamente parte di una setta che mi sta ora accompagnando in una delle regioni più remote della Siberia. Poi la connessione salta, e non torna più.


      La vista della Dimora dell’Alba dal Monte del Tempio.

      Facciamo diverse tappe per comprare cibo e altre provviste, attraversando una serie di paesaggi che non stenterei a definire la versione russa delle aree più rurali del Tennessee. Forse non è gentile, ma la mia impressione è proprio quella. Giubbotti arancioni e mimetiche imperversano, i negozi mancano delle insegne e sono piuttosto sicuro che presto la macchina accosterà nel parcheggio di un magazzino che vende enormi sacchi di vestiti di seconda mano. La natura è maestosa, selvaggia. A un certo punto ci fermiamo davanti a una casa, e la donna scende per tornare poco dopo con un grosso bidone, apparentemente pieno di latte. “Forse è quello che ho bevuto prima,” penso sentendomi improvvisamente più sollevato.

      Un’ora dopo abbandoniamo la superstrada. Ci aspetta un’ora e mezza di vie sterrate e poi asfaltate, e infine solo sterrate. Ruslin alza i finestrini per evitare che la polvere ci soffochi, ma parlare è impossibile a causa del rumore, così restiamo in silenzio, a cuocere lentamente tra il rombo del motore e i sassi che schizzano contro il telaio dell’auto.

      Arriviamo finalmente a Petropavlovka, accolti da un cartello a scultura che sembra arrivare direttamente da un parco a tema di Orlando. Il posto è fantastico: laghi, cielo limpido, alberi, orti rigogliosi e prati, e sullo sfondo i Monti Saiani. Poche centinaia di costruzioni di varia misura punteggiano il paesaggio, tutte nello stile architettonico locale. Individuo la chiesa ritratta in molte foto, la stessa che Vissarion e i suoi seguaci hanno costruito più di dieci anni fa, quando trasformarono una palude infeconda in un villaggio autosufficiente a chilometri e chilometri dalla civiltà. I circa 4000 fedeli si distribuiscono tra Petropavlovka e la Dimora dell’Alba, dove il Maestro e i suoi discepoli più stretti si sono trasferiti dopo che il nucleo abitativo originario era diventato troppo caotico per i loro gusti. È come se mi avessero catapultato in un romanzo di Tolkien.

      Arrivo alla Casa Tedesca—una specie di locanda spirituale gestita da Ruslin e Birgitt, una tedesca, appunto, che offre ospitalità a studenti, vissarioniti in visita dall’estero e altri strani personaggi. Anche Tamriko lavora lì, ma di lei non c’è ancora traccia. Mi presento a Birgitt, che chiede se voglio mangiare. Rispondo che preferirei dormire, e vengo accompagnato nella mia stanza al piano superiore. Devo tornare giù tra un’ora e mezza, dice Birgitt, per conoscere gli altri ospiti e parlare con Vladimir, un importante leader tra i più fedeli a Vissarion che mi illustrerà le norme comportamentali della comunità. A differenza di quanto credevo, la locandiera mi informa che stasera non dormirò qui, e neppure domani. “Spa-siii-baaa,” la ringrazio stanco.

      Dopo un pisolino di 45 minuti, i primi di sonno in 30 ore, vengo svegliato da un ragazzo che disfa i bagagli vicino al mio letto.

      “Scusa, non volevo disturbare,” dice. Se torno a dormire non mi sveglierò in tempo, lo so. Lui è Maciej, un polacco che studia antropologia delle religioni in Slovenia. Ha raggiunto Petropavlovka con la Transiberiana e poi via autobus. “Sul treno alcuni mi hanno detto che qui ti fanno il lavaggio del cervello, volevano convincermi a non venire.”

      Scendiamo per il pranzo a base di patate e altre verdure che non riesco a distinguere e conosciamo gli altri ospiti della locanda, tra cui due studentesse di antropologia e un fotografo tedesco con moglie al seguito. Incontriamo anche Tamriko, che è meglio di quanto mi aspettassi. Ha 24 anni, e meno di un anno fa lavorava come legale a Mosca.

      “Non stavo bene lì,” racconta. “Ho capito che il mio lavoro non mi piaceva, mentre quando sono venuta a Petropavlovka mi sono sentita meglio, avevo come la sensazione che questo fosse il mio posto.”

      Era stato lo zio a parlarle di Vissarion, aveva 18 anni. All’inizio i genitori avevano disapprovato la sua scelta. Essendo vissuti sotto il comunismo non erano granché interessati alla religione.

      “[A casa] non si parlava di ‘Dio’. Ma ero una persona molto aperta. Mi stava bene l’idea di andare alla chiesa di rito cattolico o di entrare in contatto coi battisti, ma non appena ho sentito di Vissarion ho capito che era diverso. ‘Wow, se è vero, sarà certamente interessante. Devo cercare i suoi libri.’”

      Successivamente c’è stato un riavvicinamento, continua Tamriko. I genitori erano incappati in “problemi spirituali,” e lo zio aveva assicurato al padre, “un tipo dalla mentalità molto logica,” che il Maestro aveva tutte le risposte. Nel giro di sei mesi, il padre è virtualmente entrato in possesso di tutti i libri di Vissarion, mentre la madre, pur non così empatica nelle sue credenze, è arrivata alla conclusione che il Maestro “è una persona a posto che ha fatto buone azioni.” Sembra che ora vogliano addirittura trasferirsi a Petropavlovka o in una delle comunità vicine, anche se ancora non sono venuti a farle visita. Più tardi scopro che Tamriko non ha mai incontrato Vissarion di persona, ma è comunque riuscita a procurarmi un’intervista con lui—la prima che il Maestro conceda dopo la decisione, presa tre anni fa, di non parlare più coi giornalisti. Inizialmente mi era stato detto che la possibilità di incontrarlo era più che remota, ma io ho insistito, facendo pervenire con largo anticipo le mie domande. Cinque giorni prima della mia partenza, Tamriko mi aveva comunicato che il Maestro aveva approvato l’incontro. Non spiegava perché mi fosse stato concesso tale onore, ma di certo non avrei obiettato.

      Dopo pranzo vengo presentato a Vladimir, un uomo robusto ed energico coi capelli grigi legati in una coda di cavallo e un copricapo simile a quello di Ruslin. Ci spiega quali sono le condizioni per chi voglia visitare la Dimora dell’Alba, prestando attenzione agli ospiti che lo faranno per scopi documentativi—ovvero, il fotografo tedesco seduto all’altro capo del tavolo e io. Partiremo tra due ore, aggiunge Vladimir passando a illustrarci come reagire nel caso ci imbattessimo in un orso. A quanto pare dormirò a casa di una famiglia della Dimora dell’Alba, oppure sotto le stelle (perché non ho portato un sacco a pelo?). In ogni caso, so che dormirò.


      Le facce amichevoli della Chiesa dell’Ultimo Testamento e un paio di forestieri.

      Mi ritaglio un’altra ora di sonno, dopo la quale vengo nuovamente svegliato dal mio compagno di stanza. Bisogna andare. Ci metto un po’ a prepararmi, sono stanco morto e con la testa ancora nei sogni—in un posto che potrebbe facilmente essere esso stesso un sogno. Scendo le scale con le scarpe ancora slacciate, rischiando di dimenticare il sacco a pelo prestatomi da Tamriko. Uscito di casa salgo a bordo di un arrugginito ma apparentemente indistruttibile furgoncino del periodo sovietico, strizzato tra gli amici della Casa Tedesca e un paio di facce sconosciute.

      Il viaggio è ancora più faticoso di quello con Ruslin, ma l’autista procede tra buche e pozze fangose grosse quanto uno stagno con un’abilità che sembra suggerire un passato alla guida di un carro armato sovietico. Cerco di scambiare due chiacchiere coi compagni di viaggio, ma il rumore e gli scossoni ci costringono a urlare, perciò rimaniamo per lo più in silenzio. Nel sedile vicino al mio, ma nella direzione opposta, c’è un giovane uomo con un cappello da baseball che sgrana nervosamente un rosario nero. I suoi intensi occhi verde-marroni mi ricordano quelli di Ruslin. Più tardi vengo a sapere che è il figlio di Vissarion, ma a quanto pare ora non ha voglia di parlare né con me né con gli altri passeggeri.

      Un’ora dopo arriviamo nei pressi di un sentiero ai piedi della montagna, circondati da auto parcheggiate e visitatori giunti per celebrare l’equivalente vissarionita della Pasqua. Mi hanno detto che l’anno scorso hanno partecipato al pellegrinaggio più di 2000 persone, e pare che stavolta i numeri siano ancora più consistenti. Il percorso non è impegnativo come credevo: si tratta per lo più di camminare su assi di legno, senza dover affrontare pareti di roccia o simili. Eppure c’è chi fatica a tenere l’andatura veloce di Vladimir, e ci fermiamo più volte per riposare. Io mi aggiro tra i pellegrini, interrogandoli sul perché abbiano deciso di partecipare alle celebrazioni.

      Una donna sulla cinquantina tutta sorrisi e occhi vivaci mi dice di aver viaggiato a lungo per il mondo con il vago obiettivo di celebrare tutte le religioni e diffondere il verbo, aggiungendo che un suo amico ha inventato una tv in grado di mostrare l’anima dello spettatore. Non è la sua prima volta a Petropavlovka, e ne parla entusiasta, ma la sua vera base è l’India. Una coppia svedese mi istruisce sulla natura, su come il creatore sia presente in ogni cosa e su quanto riprovevole sia il consumo di carne, facendo scattare in me la voglia di un hamburger e una birra. Un altro ragazzo, probabilmente poco più che adolescente o sui vent’anni, ha il volto coperto da quelle che sembrano essere piccole incisioni triangolari. Bene, evito di avvicinarmi a lui.

      Arrivati in cima, Vladimir ci invita ad avanzare in direzione di una piccola costruzione verde e a disporci in fila di fronte a una specie di dogana improvvisata. L’uomo dietro al bancone annota i nomi sancendo così la nostra ammissione alla Dimora dell’Alba. Varchiamo silenziosamente i cancelli della città, una struttura di legno di pino provvista di tettoia oltre la quale ci attendono gli anziani. Questi salutano Vladimir e parlano per qualche istante. Riesco a sentire la parola americano, mentre uno degli uomini mi invita a seguire lui e Nina—una donna sulla quarantina che era tra i passeggeri del furgoncino e sembra parlare bene l’inglese.
      “Dove stiamo andando?” chiedo. “Alla casa,” risponde Nina. Rido nervosamente.

      Ci incamminiamo verso una piccola abitazione, accolti da una donna con una gonna che ci saluta in russo. Nina mi dice che si chiama Marina; per i prossimi due giorni sarà lei a ospitare me e un’altra mezza dozzina di visitatori. A quel punto capisco che Nina mi farà da guida e traduttrice per il resto del viaggio; sembra quasi che si divertano a far scoprire le cose un poco alla volta.

      Marina ci mostra il luogo in cui dormiremo—il pavimento di una soffitta trasformata in salone, separato dalla camera di Marina e del marito soltanto da una tenda. Insiste perché scendiamo subito a mangiare. Consumiamo un pasto semplice, a base di zuppa fredda di verdura, formaggio, pane, patate e tè nero. Con l’intermediazione di Nina, Marina ci informa su come arrivare al gabinetto, alla doccia e dove trovare i frontalini da usare per muoversi la notte. Chiedo a Nina il perché della dieta vegetariana (inizialmente si praticava il veganismo, ma i raccolti deludenti e la diffusione di malattie tra i più piccoli hanno spinto il Maestro a cambiare idea), e per tutta risposta mi viene spiegato che la carne contiene un “principio mortale.” Cambio argomento, e finiamo a parlare della sua famiglia. “Ho un figlio qui al monastero, vicino al tempio. Ha 18 anni. Una volta ci vedevamo spesso, ora invece...” Mi racconta anche della sua vita: prima di aderire alla comunità, molti anni addietro, traduceva i romanzi di Stephen King in russo. Le piace il genere fantasy. “Qui è proprio così, come entrare in una favola.”

      Vorrei finire il mio piatto di zuppa, ma non ce la faccio, così lo restituisco a Marina sperando che non si offenda. È allora che compare come dal nulla un uomo che dice di chiamarsi Slava e che sorridendo dà appuntamento a me e Nina alle 7 di sera, fuori da casa di Marina, in caso volessimo partecipare alla funzione. Accettiamo.

      La liturgia consiste in un centinaio di persone che pregano e si inginocchiano intorno a qualcosa che da lontano ricorda una croce ansata. Avvicinandomi noto che è una normale croce cristiana con un cerchio in corrispondenza dell’intersezione tra i bracci, circondata da statue di angeli. Nina mi spiega che la circonferenza rappresenta la natura onnicomprensiva della loro fede, poi fa un segno della croce che conclude tracciando in senso orario un cerchio intorno a testa e petto. Indica le 14 strade di diversa grandezza che irradiano dal centro della città, e continua: “Nel Nuovo Testamento, il 13 è un numero importante. Così noi abbiamo scelto il 14, ciò che va oltre il 13.” Dopodiché, la campana suona per 14 volte. I fedeli chiudono gli occhi in preghiera.

      Dopo l’ultimo rintocco, uno sconosciuto mi porge una candela gialla, accesa. Cala il buio, e persino l’ateo più convinto sarebbe costretto a riconoscere nella scena una purezza e una bellezza che raramente si incontrano. Dopo circa un’ora di inni e benedizioni, mi siedo su un sasso appisolandomi con la testa tra le mani. Vengo svegliato da Nina, e insieme torniamo da Marina. La notte dormo profondamente.
      La processione al Monte del Tempio per la Festa dei Buoni Frutti.

      Mi sveglio all’alba. Oggi è il gran giorno, la Festa dei Buoni Frutti, l’unica e vera ragione per cui migliaia di fedeli sono accorsi qui da ogni parte del globo: presenziare alla predica dalla montagna del loro Maestro. Molti si sono convertiti dopo aver incontrato Vissarion nei primi anni Duemila, in una delle sue tante missioni in giro per la Russia, l’Europa e altre zone, ma i visitatori americani rimangono un’autentica rarità.

      Per le 8 del mattino siamo nuovamente dinanzi alla croce cerchiata, come se la funzione della notte precedente non fosse mai finita. La differenza è che stamattina i fedeli sono triplicati, e altri continuano ad arrivare attraverso cancelli. Osservo da lontano il sentiero per il Monte del Tempio e la casa di Vissarion, lasciando per un attimo le celebrazioni. Pochi giornalisti hanno visitato la comunità, e nella maggior parte dei casi i loro reportage danno a intendere si tratti di un posto primitivo, pieno di avversità. Ma pure con la certezza che l’inverno siberiano sia inimmaginabilmente duro, ovunque guardi la filosofia dell’autosufficienza sembra dominare. Quasi tutte le case dispongono di pannelli solari, e alcune hanno anche tv satellitare e Internet, mentre verdure dalle dimensioni anomale crescono nei tanti orticelli curati al millimetro. Inizio a comprendere il fascino di questi luoghi. Tutti quelli che ho incontrato finora sembrano essere felici e in pace con la loro scelta di abbandonare il mondo senza più speranze per una nuova esistenza.

      Ho come l’impressione che alcuni membri della comunità nutrano più interesse per lo stile di vita promosso che non per la fede, ma, considerato che si tratta di due aspetti praticamente inscindibili, è logico che si finisca per accettare le condizioni imposte. Inoltre, la maggior parte dei fedeli è sinceramente devota a Vissarion e ai suoi precetti. Può essere che abbiano persino ragione, penso: forse l’umanità non può conservarsi nell’attuale stato di autodistruzione, forse dovremmo buttare via tutto e ricominciare da capo. In più, se davvero la fine del mondo è vicina, sarebbe difficile trovare un posto più adatto della cima di una montagna siberiana per trascorrere in pace il poco tempo rimasto.

      Vengo raggiunto da Nina, mi avverte che tra venti minuti inizierà la processione verso il Monte del Tempio. Torniamo verso i cancelli, dove i fedeli si ammassano sempre più numerosi. Intorno al perimetro, i musicisti, per lo più bambini, accordano i violini e si esercitano con gli strumenti a fiato. È ora di intraprendere l’ascesa. A circa metà del percorso inizia a piovere, ma la cosa sembra non importare a nessuno. Arrivati in cima è già spuntato di nuovo il sole. Ci dirigiamo verso un piccolo tempio in una radura, e anche qui il copione si ripete: canti, campane, formule e abiti bianchi. Cerco di godermi il momento, ma non sono mai stato particolarmente attratto dalle messe.

      Mi invitano a visitare il monastero, una capanna a due piani un tempo residenza di Vissarion e successivamente donata al direttore Andrey e alla sua classe di otto giovanissimi monaci. Andrey mi confessa di non essersi mai sentito a suo agio prima di entrare nella comunità. Gli chiedo della storia recente del movimento, nel periodo immediatamente successivo al crollo dell’URSS. “L’universo aveva in serbo questo posto fin da prima della caduta del Comunismo,” spiega. “È rimasto a lungo al riparo dallo sviluppo.” Poi passa a descrivere la giornata tipo dei suoi studenti (ovvero cori, preghiere, lezioni e tanta ginnastica), per poi chiedermi cosa pensi della comunità e se potrei mai decidere di trasferirmi lì. Gli spiego che mi sembra un posto interessante, aggiungendo che non so se un ragazzo di città come me avrebbe qualcosa da offrire. “Sei uno scrittore,” mi incoraggia. “La tua è una professione che ci interessa, perché noi stessi cerchiamo di creare nuovi spazi in cui non ci siano elementi negativi.” Deciso a cambiare argomento domando se è possibile parlare con uno dei monaci. Andrey annuisce e mi conduce al piano superiore, nella stanza che Vissarion usava una volta come studio per dipingere.

      Incontro John, un adolescente che sembra essere più a posto della maggior parte dei sedicenni che ho conosciuto. Forse è perché non ha mai vissuto al di fuori della comunità, mi dico, e a quel punto penso per la prima volta a come deve essere nascere qui (anche se poi John specifica che la famiglia si è spostata a Petropavlovka soltanto quando lui aveva nove anni). Gli chiedo di parlarmi di cosa gli piace fare. “Dare una mano agli altri, essere utile,” risponde. Con qualche insistenza, riesco a fargli ammettere che si diverte a fare costruzioni e a usare “attrezzi elettrici e a gas,” ma in generale capisco che non gli piace parlare di sé. L’ora del sermone di Vissarion si avvicina, e dopo aver salutato John torno con Nina verso un punto più basso della montagna, nei pressi di un enorme palco ricavato dalla roccia intorno al quale si è radunata una folla di migliaia di fedeli.

      La tensione è palpabile: poco prima del tramonto, uno dei sommi sacerdoti di Vissarion (titolo concesso soltanto a due persone della comunità) sale sull’altare in pietra per rivolgersi ai presenti e prepararli con una lunga omelia. Terminata quest’ultima si accomoda su una sedia a lato del palco, mentre la folla attende silenziosa l’entrata trionfale del Maestro.

      Ecco che in lontananza compare Vissarion—avanza lentamente, da bravo uomo dello spettacolo, per poi fermarsi a osservare il suo pubblico e sedersi su un trono regale, sormontato da un ombrello rosso in velluto. Avvicina a sé il microfono, e dopo aver respirato profondamente per 20 o 30 secondi, inizia. Non capisco nulla, ma qualsiasi cosa Vissarion dica non occupa più di dieci minuti. Dopodiché il Maestro allontana il microfono, si alza lentamente e si volge in direzione del sentiero da cui è venuto, scomparendo oltre una curva.

      Nina mi fa un breve riassunto del sermone: “Ha detto che è felice di averci visti tutti insieme e che dobbiamo essere attenti e determinati per poter celebrare insieme questo anniversario.” Riporta qualche altra frase, ma non mi sembrano altro che affermazioni vuote e ripetitive. Forse è un problema mio, perché tutti gli altri sembrano in preda all’entusiasmo più sincero. Mi aggiro tra i credenti chiedendo qua e là cosa pensino di Vissarion. La risposta è quasi sempre la stessa. “Quando l’ho visto per la prima volta ho capito che era lui la persona che avevo sempre cercato.” “È mio amico.” “Sembra avere un’essenza propria.” “Tutto quello che dice arriva dritto alla mia anima.” Altro?

      Slava, la guida che ci ha accolto al nostro arrivo alla Dimora dell’Alba, si unisce a me e Nina nella discesa della montagna, verso casa di Marina. Racconta di una sera di qualche anno prima in cui guardando il cielo notò tre corpi luminosi dalla forma triangolare. “Extraterrestri?” chiedo. Slava non risponde, dice che non gli interessa saperlo. Mi conferma però che il mio incontro con Vissarion—già rimandato per due volte—si terrà l’indomani mattina, nella sua abitazione sulla montagna. Gli auguro la buonanotte e mi dirigo verso la camera da letto, dove mi addormento quasi immediatamente.


      Vissarion si rivolge ai fedeli nel corso di un sermone per la Festa dei Buoni Frutti.

      La mattina dopo Slava si presenta all’appuntamento e scorta me e Nina per una strada secondaria come sempre malandata, ai lati della quale sono sistemati macchinari e provviste. Il cammino è più lungo del previsto, bisogna accelerare il passo. Riprendo a sudare come sul treno a Mosca, e non posso fare a meno di pensare che mi presenterò davanti a colui che molti considerano una divinità con l’aspetto di uno sbandato. Arriviamo finalmente alla casa del Maestro, coperta di stucchi ed edificata secondo uno stile architettonico diverso rispetto a quello locale. La cosa mi lascia un po’ spiazzato—è esattamente il tipo di costruzione che mi aspetterei di trovare in quartiere di lusso della Florida. Siamo accolti da Vladimir, che ci conduce al portico dove incontriamo Vadim, biografo ufficiale del Maestro che pare dovrà trascrivere le risposte alle mie domande per includerle in un qualche testo sacro.

      Vissarion fa il suo ingresso attraverso la porta della terrazza. Speravo quasi che si presentasse in abbigliamento da casa o in pigiama, invece porta ovviamente un abito bianco. Senza le movenze solenni del giorno prima mi porge una mano leggermente gonfia. Osservandolo da vicino noto che è un po’ più vecchio e grosso di quanto mi era sembrato, ma ha un’aria socievole. Ci sediamo e iniziamo subito a parlare, mentre Nina traduce per i presenti.

      “Perché ha accettato di incontrarmi? So che aveva negato diverse interviste negli ultimi tempi.”

      “Non sono sicuro.”

      “È forse pentito?” Ride.

      Sperando di invogliarlo a parlare gli dico che ho 29 anni, tanti quanti ne aveva lui all’epoca del suo risveglio spirituale. “È molto difficile da spiegare a parole,” inizia. “Non saprei nemmeno come fare.”

      Nei successivi 45 minuti Vissarion mi rivela quanto segue: sono i suoi “sentimenti” ad averlo portato in questa terra; il posto in cui vivo, New York, “non è la vita”; ogni oggetto ha una “energia propria e unica”; “le menti dello spazio cosmico non hanno un’anima”; la scienza moderna è piena di trappole; può “sentire un’entità” nella mia anima, ma le sue caratteristiche sono “indefinite”. Ad un certo punto una mosca si posa sulla sua manica, e lui le accarezza le ali mentre questa rimane immobile. Sono sinceramente impressionato.

      La parte più intensa dell’intervista è forse quella in cui parla della fine del mondo: “Quanto meno un uomo conosce la verità, tanto più leggere sono le sue responsabilità. È meglio commettere un errore senza conoscerne la causa piuttosto che farlo consapevolmente, in risposta a codici comportamentali errati.”

      Vladimir mi fa cenno che il tempo a mia disposizione è quasi finito, quindi mi lancio e faccio a Vissarion un paio di domande personali: qual è il suo cibo preferito, e se gli piacciono i Beatles. Ma il Maestro non ci casca, e mi congeda con un laconico “Non ho preferenze per nulla, ma è difficile spiegare come funziona.”


      Il giorno successivo lascio Petropavlovka, nuovamente accompagnato da Ruslin. Mi chiedo quante volte all’anno sia costretto a ripercorrere questo stesso tragitto, e se la cosa gli pesi. Fatto il check-in all’Hotel Siberia di Abakan riesco finalmente a connettermi, concedendomi un aggiornamento su ciò che mi sono perso nell’ultima settimana. Mi accolgono notizie di rivolte qua e là per il mondo, 750 mail di lavoro, l’estratto conto della carta di credito e un messaggio da parte del mio coinquilino. Mi comunica la morte del mio vicino polacco alcolizzato, stroncato dal delirium tremens il giorno precedente. Spengo il computer e mi stendo sul letto. Per un paio di minuti penso a come sarebbe la mia vita nella comunità della Chiesa dell’Ultimo Testamento. Riuscirei a resistere? Probabilmente no. Ma non ho grosse remore su come stanno andando le cose nel mondo. Non è perfetto, certo, ma, almeno per me, cose come l’acqua corrente e il pollo fritto lo rendono degno di essere vissuto. E dato che ho la fortuna di potermele godere, perché non dovrei approfittarne?

      Chiudo gli occhi mentre sento lentamente arrivare il sonno, e non posso fare a meno di ridere al pensiero di ciò che dirò la prossima volta che qualcuno se ne uscirà con la storia che sono tutti corrotti, il denaro è il male e i nostri problemi non hanno via d’uscita: “Be’, ho in mente un posto in Siberia che farebbe proprio al caso tuo...”

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