'Una prigione gestita da sadici': la Russia di Putin vista da un professore italiano fuggito dal paese

Giovanni Savino viveva da 17 anni in Russia, ma dopo l'invasione dell'Ucraina è andato via perché il clima si è fatto "pericoloso e irrespirabile."

Da quanto Vladimir Putin ha lanciato l’invasione dell’Ucraina, la Russia è stata investita da una quantità di sanzioni senza precedenti nella storia recente.  

Le ripercussioni più grosse, naturalmente, sono state sull’economia. Il crollo del rublo—che ha causato fin dalle prime ore della guerra una corsa agli sportelli—è stato seguito dal blocco dello Swift e dall’esodo delle aziende straniere, a cui ora si sta aggiungendo la prospettiva di un possibile default sul debito pubblico. La borsa di Mosca è chiusa da più di una settimana, e non si sa quando riaprirà.

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Oltre a ciò, la guerra ha scatenato un’ulteriore ondata di repressione interna. Secondo le stime dell’osservatorio OVD-Info, più di 13mila persone sono state arrestate nel corso delle proteste contro la guerra in più di 100 città russe.

Il governo ha poi approfittato della situazione per comprimere pressoché definitivamente la libertà di stampa, oscurando gli ultimi media indipendenti rimasti e approvando una legge che prevede fino a 15 anni di carcere per chiunque diffonda “informazioni false sulle forze armate”—ossia per chi parla di “guerra” e “invasione.”

Questa combinazione tra collasso economico, isolamento e repressione politica ha spinto molte persone a scappare dal paese. La ministra dell’economia della Georgia, Natela Turnava, ha dichiarato che negli ultimi giorni sono arrivate circa 25 persone dalla Russia. In generale, però, al momento non esistono cifre ufficiali del fenomeno.

I motivi di questo flusso in uscita sono vari, ovviamente. Da un lato prevalgono cautela e preoccupazione per l’inasprirsi della crisi economica e sociale; dall’altra la paura di potenziali ripercussioni o il timore di rimanere intrappolati in un paese in cui “l’aria si è fatta irrespirabile,” come ha recentemente scritto il critico cinematografico Anton Dolin.

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Tra chi è andato via in questi giorni c’è anche Giovanni Savino—storico italiano, senior lecturer presso l’Accademia presidenziale di Mosca e co-autore di un saggio sul nazionalismo russo e il rapporto tra la Russia e l’estrema destra europea.

Savino è stato in Russia per quasi 17 anni, e la sua intera carriera universitaria si è svolta nel paese. Ha deciso di tornare in Italia perché il paese, come ha affermato sul suo profilo Facebook, è ormai diventato “una prigione gestita da sadici.” L’ho sentito in una conversazione su Zoom per farmi spiegare la sua decisione, e per capire cosa sta succedendo in Russia dal suo punto di vista.

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VICE: Ciao Giovanni. Dove ti trovi adesso?
Giovanni Savino
: Sono a Napoli, a casa dei miei genitori. Gli ultimi giorni sono stati molto strani, perché comunque è come vedere la fine di un mondo.

Io non ho mai creduto che Putin fosse un campione di democrazia, e l'ho sempre scritto. Non ho mai creduto che la Russia fosse un paese stabile. Ma la precipitazione di tutti gli eventi che è avvenuta in queste settimane, in un modo così veloce e repentino, ecco: non me l'aspettavo.

Mi aspettavo che ci sarebbe stata una guerra, ma non di queste proporzioni—seguita poi dalla reazione dell’Occidente e dal crollo dell’economia russa.

Prima dell’invasione, invece, come vedevi la situazione in Russia?
La condizione è peggiorata sotto diversi punti di vista, da quello socio-economico a quello politico. Se negli anni Duemila la Russia di Putin è stata contraddistinta dal boom petrolifero, che ha avuto un effetto anche collaterale nella crescita del benessere in Russia, gli anni Dieci sono stati caratterizzati da un riorientamento in chiave nazionale e imperialista—di cui “l'avventura ucraina” è solo l'ultima espressione.

Assieme a questo orientamento vi sono state delle restrizioni alle libertà civili e democratiche enormi, soprattutto sul pluralismo dell'informazione. Un esempio è l'introduzione della “legge sugli agenti stranieri” [una norma approvata nel 2012 che impone alle Ong e ai media russi di registrarsi presso il Ministero della Giustizia qualora ricevano "finanziamenti esteri" ed esercitino "attività politica"], che non colpisce soltanto i giornalisti ma ogni tipo di organizzazione politica.

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Anche a livello accademico gli spazi si sono ristretti sempre di più. La Scuola superiore di economia, una delle università più importanti, è stata investita da un processo di “normalizzazione”, cioè l’epurazione di voci “scomode” e non allineate; così come quella dove insegnavo io, l’Accademia presidenziale, dove l’ambiente è sempre stato molto aperto e pluralista.

Per farti un esempio: il direttore dell’Istituto delle scienze sociali dell’Accademia, Sergei Zuev, da questo autunno è in prigione nonostante le sue precarissime condizioni di salute, per un’accusa molto opinabile di corruzione nata all’interno di una lotta di potere tra apparati dello stato russo.

Questo tipo di restrizioni e di casi lasciavano veramente a pensare. Poi è stata lanciata l’invasione: io mi ero già esposto con i miei studenti e sui social rispetto all’invasione dell’Ucraina, ma dopo l’approvazione della legge sulle “fake news” ho capito che era il momento di andare.

Insomma, il clima si era fatto davvero pessimo.
Sì, era diventato irrespirabile e pericoloso. Anche perché in altre università ci sono stati inviti alla delazione sulla posizione politica rispetto alla guerra.

È stata soprattutto mia moglie [che al momento si trova ancora in Russia] a insistere affinché io lasciassi. La discussione è stata molto accesa, ma alla fine mi ha convinto che passare del tempo in una colonia penale in Mordovia—anche se per poco, perché comunque sono italiano—non era proprio una bella idea.

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Ma come sei riuscito a tornare, visto che non ci sono più voli verso l’Europa?
Sono andato in treno fino a San Pietroburgo, e da lì in autobus fino in Estonia. Per varcare il confine russo-estone ci abbiamo messo cinque ore, con l’autobus. Devo dire che al confine ho visto una scena abbastanza apocalittica: dal lato dell’Estonia c’era solo un autobus semivuoto che andava in Russia; dal lato russo c’erano una quantità di macchine e autobus incredibile, che non avevo mai visto prima.

Quindi molte persone stanno andando via dalla Russia, giusto?
Un forte flusso di persone in uscita dalla Russia c’è, e probabilmente sarebbe più grande con gli spazi aerei ancora aperti.

Il problema è che molte persone non vanno via perché non sanno dove andare, né come andarci. Si sono ridotti i voli internazionali anche in questi paesi che non hanno chiuso lo spazio aereo (come Armenia e Kazakistan), perché le compagnie russe si trovano di fronte al problema di dover restituire i velivoli in leasing e che ora sono sanzionati.

Io credo che poi ci sia il bisogno di ragionare su quali forme di sostegno dare alle persone che si trasferiscono dalla Russia. Perché da un lato rischiano di rimanere tagliate fuori, una volta lasciato il paese; e dall’altro tornare in Russia, con l’atmosfera che c’è adesso, vuol dire incorrere in possibili persecuzioni.

Volevo provare ad allargare un po’ il quadro. In molte analisi fatte in questi giorni, c’è l’auspicio—nemmeno troppo velato—che queste sanzioni prima o poi portino la popolazione russa a “ribellarsi” a Putin. In base alla tua percezione e alla tua esperienza lo vedi come uno scenario possibile?
Non credo che al momento ci sarà una rivolta. La società russa è fortemente atomizzata, per una serie di ragioni storiche e anche perché il Cremlino negli ultimi anni è stato molto bravo a terrorizzare la gente.

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Di fronte a un evento del genere, la prima reazione è stata di shock totale. Per i russi l'Ucraina non è un paese qualunque: lì ci vivono i parenti, molti hanno le origini, e così via.

Finora l’invasione non ha creato un movimento di massa per la pace, anche se c’è stata una grande partecipazione alle proteste. Piuttosto, c’è una diffusa sensazione di dover passare le pene dell'inferno: alcuni oligarchi, tra cui Oleg Deripaska [lui stesso sanzionato], prevedono infatti una crisi che sarà di tre volte maggiore rispetto a quella del 1998. Di fronte a questa condizione la maggior parte dei russi è spaventata, si ritira o prova a trovare una via d’uscita.

Ma da qui a pensare che ci sarà una rivoluzione immediata, o un’insurrezione, la vedo difficile. Io comunque penso che più andrà avanti la guerra, più sarà difficile per Putin conservare il sistema di potere nella sua forma attuale. E se continua a fare giri di vite, a un certo punto la vite si spanerà e non andrà più avanti.

Rimanendo sugli oligarchi e sul sistema putiniano, un’altra idea che circola molto—dai giornali fino alle conversazioni sui social—è che questo possa crollare dall’interno, cioè attraverso una violenta spaccatura tra le élite. Tu come la vedi?
Io credo che ci vorrà del tempo. Da quello che si legge in Russia, e in base a diverse indiscrezioni, all’interno dello stesso Cremlino la gran parte delle persone non sapeva che ci sarebbe stata una guerra del genere in Ucraina. Putin ha discusso questo piano solo con il suo “cerchio ristretto” e i responsabili dei vari servizi di sicurezza. Probabilmente, quindi, anche all’interno dell’establishment prevale lo shock.

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Per gli oligarchi c’è da fare un discorso un po’ diverso, perché sono stati gli unici—assieme a uomini di spettacolo, di cultura e dell’accademia—a prendere una posizione. Penso ad esempio a Roman Abramovich [colpito anche lui da sanzioni], che è stato presente al primo round di negoziati fra russi e ucraini, e con i soldi della vendita del Chelsea ha annunciato la fondazione di un’associazione per aiutare le vittime della guerra.

In questo modo Abramovich si è già prenotato un posto per il dopo Putin. Evidentemente ritiene che in futuro vi sarà una transizione, e che la pioggia di sanzioni a un certo punto potrebbe finire.

Al di là dell’effetto concreto che hanno—e avranno—le sanzioni, di sicuro nelle ultime due settimane la Russia si è ritrovata parecchio isolata. Quanto è percepito e percepibile in Russia questo isolamento?
Probabilmente è un livello di isolamento non maggiore rispetto a quando me ne sono andato, ma l’isolamento non si misura solo sull’economia e la politica: a volte è anche una questione psicologica.

Per chi vive nelle grandi città, è difficile trovarsi di fronte a uno spazio urbano modificato dalla chiusura di alcuni luoghi abituali—i fast food come McDonald’s, i negozi di vestiti, eccetera. Poi ci sono gli aspetti legati a Internet, che è diventato molto più lento. Ti faccio un esempio: finché ero lì il sito delle ferrovie non si apriva, e per un paese come la Russia è un dramma, visto che i treni ti portano da una parte all’altra del paese.

In più c’è la questione dell’oscuramento o della limitazione dei social media. Facebook è una piattaforma che in Russia ha avuto una crescita esplosiva negli ultimi dieci anni, e per una fascia di popolazione che va dai 25 ai 50 anni è fondamentale. Per non parlare poi di Instagram o TikTok, utilizzati da una fascia ancora più giovane che è molto attiva su queste piattaforme.

C’è infine un altro tipo di isolamento, quello percepito come “ingiusto” da parte dei russi che si oppongono a Putin. Nel senso che loro vanno in piazza, vengono arrestati e fermati, cercano di andarsene, e poi si ritrovano bloccate le carte di credito e senza Internet, o addirittura additati come corresponsabili. Questo rischia anche di creare un sentimento di frustrazione e delusione.

Per finire, volevo farti una domanda personale: cos’hai provato a dover lasciare la Russia in questo modo, dopo tutti questi anni?
È una sensazione difficile da descrivere. È come se dovessi fare un taglio netto con quello che c’è stato fino a quel momento. Prima esisteva qualcosa, che magari non funzionava alla grande, e all’improvviso non c’è più. Per usare la metafora del terremoto, è come ritrovarsi in mezzo a delle macerie: spesso devi scavare molto per riconoscere casa tua e quello che è stato.

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Vladimir Putin, economía, GUERRA, ucraina, Guerra in Ucraina

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