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L'educazione alla presa bene di Dani Faiv

Dani Faiv ci ha raccontato come è arrivato a fare un album felice come Fruit Joint dopo anni passati senza un obiettivo a fuggire dalla provincia.

17 luglio 2018, 1:28pmSnap

Aveva senso che il Dani Faiv di Teoria del Contrario e The Waiter venisse da La Spezia, la città del nord in cui si vive peggio. Cioè, non male. Solo in modo un po' anonimo e scassato. Come il quotidiano di tanti ragazzi di provincia, quelli che vanno a scuola senza troppa voglia, fumano le canne e cazzeggiano in pomeriggi sempre uguali. E poi li mettono nel rap, ma quello vero. Quello delle quattro discipline e dei freestyle fatti per strada in città, quello che fumo la ganja e fanculo la finanza. Quello che portato al suo massimo potenziale per l'epoca, per intenderci, diventava "Welcome to Baggio" di Entics: un inno spontaneo e grezzo buono tanto per gasarsi per le punchline che per dimenticare gli sbattimenti da primo mondo.

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Ecco, Dani quello faceva, ma senza una vera gioia. Con passione e mordente, certo, ma crogiolandosi nel nulla invece che reagendogli. Da ragazzino, Dani passava il tempo andando a fumare le canne in una chiesa sconsacrata e si lamentava con i suoi amici di quanto La Spezia facesse schifo. Neanche ci andava tanto, al mare, d'estate. Andava al bar. "È una cosa assurda", dice oggi. "Crescendo apprezzi di più quello che non hai, ovviamente. Fossi rimasto lì mi sarei concentrato sui suoi lati negativi, ma quando esci, te ne vai fuori, vivi da un'altra parte"-(un'ottima climax che rende bene l'idea di quanto valore abbia l'andarsene per un ragazzo di provincia)-"certe cose cominciano a mancarti. O almeno le vivi in un modo diverso".

"Ho fatto le mie cazzate, ci divertivamo, uscivamo", dice Dani, "io non l'ho fatto comunque troppo". Perché se n'è "Andato via di casa presto", come cantava in "Looper", uno dei brani migliori del suo esordio per Machete The Waiter. Non andava male a scuola Dani, dice. In quarta aveva la media del 7 ma scelse comunque di non iscriversi in quinta. E poco prima di compiere diciotto anni partì per Minorca, dove si mise a lavorare come animatore. A portarlo lì fu la monotonia, racconta. Tra quelli che chiama "i suoi fratelli" serpeggiava un senso di disagio, una continua lamentela: "Allora, che cosa facciamo? Questa vita è una merda". E quindi Dani decise di ribellarsi alla stasi e, senza un obiettivo, partire.

A dire la verità, un obiettivo l'aveva avuto per dieci anni della sua vita. Dai sei ai sedici anni Dani fece breakdance, il che gli permetteva di dare un senso alle sue giornate con una passione. Smettendo in nome di quella che chiama "voglia di divertirsi", Dani si rese conto di non avere le idee chiare. Da cui l'abbandono della scuola. "I miei mi hanno odiato. Su quel lato lì sono proprio una merda. Fra, non ho patente, non ho diploma. Però avevo questa voglia di spaccare tutto. Sono andato a Minorca, a Londra, a Palermo. Sempre da solo".

Dopo il via-di-qua, "Looper" continuava dicendo "Cresciuto grazie alla paura". Ma di cosa? Dani racconta. "A Londra mi cagavo addosso. È stata un'esperienza un po' così. Avevo i soldi contati, un budget di 12, 15 sterline al giorno. Uno schifo, sai le docce che puzzano, i letti a castello con 20 persone con la gente che ti scopa a fianco? Dormivo con le valige nel letto per paura [che me le rubassero]. È stato forse il mio periodo più brutto, 'Looper' l'ho scritta pensando anche a quelle situazioni. Ma qualsiasi cosa che fai ti forma e ti aiuta a crescere".

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La prima età adulta di Dani è stata segnata da un forte senso di instabilità. Come testimoniano le barre della prima fase della sua carriera, il rap sembrava essere per lui sia un modo di auto-affermare il proprio valore che di lasciarsi scorrere tra le dita i continui ribaltamenti di fronte che la sua vita subiva. "Ho un sogno ricorrente / Uccidevo me o eliminavo il mondo”, cantava in "Contrario della speranza". In "Scompaio" parlava di “Troppi dubbi nella testa che mi ammazzano”. “L'ansia è una cartina che mi fumo tutti i giorni”, sbottava "Pragaras". A risolvere tutto fu la conoscenza di un ragazzo, Pitto Stail.

"Conoscevo un ragazzo che aveva la casa a Sarzana e aveva amici di Milano. Un giorno mi portò uno di loro, Pitto. Quel giorno aveva un microfono con sé registrammo un pezzo". Quell'esperienza fu tanto elementare quanto rivoluzionaria per Dani, che ricorda di avergli detto "Tu sei la persona giusta, che ha la fotta mia. Ora ho le idee chiare, ho trovato te, vengo a Milano". E così fece, facendosi ospitare da Pitto nella sua casa di Melzo, a pochi chilometri a nord dalla città. Dani ricorda: "Pagavo l'affitto a sua madre. Vivevamo in una situazione un po' strana, la sorella-poverina-è andata a dormire con la madre per fare dormire lui con me e altri due cani". Lì sarebbe rimasto tre anni, lavorando a Sesto San Giovanni e sviluppando il personaggio-cameriere che avrebbe poi raccontato una volta che il rap sarebbe diventato la sua occupazione.

L'ingresso di Dani in Machete è stato già raccontato mille volte: fu Jack the Smoker a contattarlo, dopo aver ricevuto dalle sue mani in uno studio una copia del suo primo tape Teoria del Contrario, e assieme cominciarono a lavorare a The Waiter. Ascoltare oggi quel Dani è assurdo, se consideriamo il porto a cui il suo rap è approdato. Introspezione a parte, sono le sue dichiarazioni di intenti a essere state sradicate: "Chi è Dani Faiv? / Meno T-Pain, più El-P & Killer Mike", diceva in "Intro (Teoria del Contrario)". Ma la musica contenuta sul suo nuovo progetto Fruit Joint deve molto al gusto per la melodia autotunata di cui T-Pain è stato pioniere negli Stati Uniti di inizio millennio.

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Commentando le sue parole di allora, Dani comincia a ripercorrere i passi che lo hanno portato a cambiare radicalmente il suo sound. I due pezzi di cultura che lo hanno formato, dice, sono Anarchy di Busta Rhymes e Breakin', il film del 1984. La sua era una cultura di protesta, più di sinistra che di destra: "Oggi la situazione si è ribaltata quasi completamente e i rapper sono immagine, sono come Berlusconi. Ma io mi sono focalizzato sulla parte musicale e ho trovato molto interessante l'evolversi della scena". Cita Lil Uzi Vert e Ski Mask the Slump God come artisti che lo hanno sconvolto e ritiene che "avere un background solido ti aiuta meglio a sviluppare quello che va oggi". "Hai un margine molto più grosso di un ragazzino per cui il rap è Travis Scott e conosce solo quello. Madlib e J Dilla mi hanno salvato".

"Intro (Teoria del Contrario)" conteneva un altro verso che sarebbe assurdo sentire uscire dalla bocca del Dani di oggi: "Nel rap italiano non esiste giudizio obiettivo / O fai schifo o sei mio amico". Come ha dimostrato nella puntata di The People Vs che ha girato per noi, Dani risponde agli insulti con un sorriso e un generale invito alla presa bene. Quelle parole le spiega come semplice presa di coscienza delle regole del gioco del rap, non come espressione di un fastidio. È normale, dice, supportare chi ti è vicino: conosci la sua passione, ti rendi conto dei sacrifici che fa. Ma quando gli chiedo conto della leggerezza con cui sembra gestire gli scontri, Dani è felice di spiegarsi.

"C'è un motivo semplicissimo. Quando cominciavo sognavo di entrare in una realtà credibile. Cazzo, Machete era un'aspirazione, anche di più. Quando è successo, che senso aveva continuare a fare i testi da preso male? Racconto quello che vivo. Una volta avveratosi uno dei miei più grandi sogni, che devo dirti? Che la vita è una merda? Col cazzo. Sono qua a pigliarmi bene, a fare i live, a fare delle cose stupende. Rimango me stesso, chi mi ascolta sa che sono rimaste le mie punchline e la mia voce. Però in un'altra chiave. Che poi è ora, magari tra un anno mi girano di nuovo i coglioni".

Come fa notare lui stesso, Fruit Joint è un album in cui compaiono entrambe le sue anime, così da valorizzare anche quello che c'è stato prima e presentare ai nuovi fan il vecchio Dani, sebbene in maniera più matura. I due momenti in cui questo avviene sono "Pollo (Intro)" e la conclusiva "Melinda". Qualche citazione? "Fanculo sbirri, prendeteci". "Servitori, ma di uno stato ladro". "Abbiamo urlato, sì ma è sempre stato piano". "Questi ragazzini non c'hanno peli sulla minchia". "Fanculo i preti, bestemmio tanto". "Soffro d'ansia alle feste". Piccoli momenti in cui, come fanno molti giovani rapper statunitensi, parole aggressive e pesanti inserite in contesti musicali foderati di melodia, colorate pareti imbottite di una camera contro cui lanciarsi con le braccia chiuse da una camicia di forza creativa.

Per Dani lo scontro tra temi bui e suoni luminosi è "bello", e "quasi incuriosisce di più [di una convergenza tra suono e teso]". Ma sostiene ci sia una differenza tra Italia e Stati Uniti: se dalle nostre parti è probabile che si aderisca a un certo stile senza averlo vissuto, oltreoceano esiste un sentimento di comprensione tra ascoltatore e artista. "In Italia non viviamo situazioni davvero pesanti... fumati due canne", dice, senza minimizzare l'esistenza di reali problemi ma facendo notare la pericolosità dell'emulazione. "Purtroppo ci sono ragazzini che cominciano a farsi di Xanax solo perché lo fa il loro mito".

"Quello che facevo un tempo era tutto cupo e chiuso. Volevo uscire da quei canoni, trovare nuovi modi di comunicare", conclude. E ci è riuscito, Dani, a creare nuove lingue con cui esprimersi. A livello sonoro, ovviamente: dalle vulcaniche "Gameboy Color", "Gameboy Advance" e "La La La La La", prodotte dal sedicenne Tha Supreme ("il mio artista preferito, il più forte di tutti"), passando per lo ye-ye anni sessanta imbastardito da Strage in "Lemon Haze", fino ad arrivare ai flautini sognanti di "Fortnite", partoriti da Low Kidd. Ma ce l'ha fatta soprattutto a livello testuale, concentrandosi sulla costruzione di lunghe strutture di punchline sorridenti.

"Almeno so / Che sono tranquillo, non menoso", dice Dani in "Fortnite". E ancora, "Se sei preso male, fatti un tiro, accendi / Poi vai a giocare, sono sempre happy". "Più guardo il mondo / Più vedo che sorride", esordisce "Gameboy Color", prima di lanciarsi in un amarcord scolastico in cui il grigiume di Spezia si colora di tavolozze accese, ragazzini e sbirri sembrano personaggi di Super Smash Bros e l'erba diventa un grande, utopico unificatore: "C'era una volta una palma / Che venne fumata da tutti / Poi dopo la calma / Ci si voleva bene tutti". Parole da brividi, anche se pronunciate con la leggerezza nel cuore. Parole che ricordano all'ascoltatore la possibilità del linguaggio come gioco. Dice Dani, prima di salutarmi, "[Fare _Fruit Joint_] mi ha intrippato tantissimo. Mi sono proprio divertito". Bé, si sente eccome.

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