La vita di un barone della coca a Tokyo

Secondo il capo di una gang locale, la Yakuza è sempre più debole e i gruppi criminali stranieri si stanno impossessando del mercato delle sostanze.

Per sua stessa ammissione, White è uno “spregevole criminale”. Un nordamericano espatriato e un fuggitivo internazionale che vende cocaina all’ingrosso a Tokyo, una delle città più popolose al mondo. Ma è anche un uomo d’affari—e gli affari vanno a gonfie vele.

“Qualsiasi tizio della finanza, avvocati e banchieri… Gli stranieri ricchi cercano solo sesso e cocaina,” specifica White da un telefono criptato nel centro di Tokyo (l’ uomo ha chiesto di non rivelare il suo nome e ha scelto uno pseudonimo per questioni di sicurezza).

“Ora come ora le cose vanno benissimo,” racconta. “Ma potrebbero essere in arrivo dei problemi, visto che molti nuovi clienti arrivano dai romeni… E loro non ne sono particolarmente contenti.” Quello a cui si riferisce White, come raccontato via mail a novembre del 2020, è “il più grande giro di cocaina nel centro di Tokyo.”

Nonostante le severe leggi sulle droghe, le politiche governative a tolleranza-zero e la sua reputazione di “zona morta” per quanto riguarda la droga, il traffico giapponese delle sostanze illecite è in piena espansione. Mentre l’influenza e la forza della Yakuza vanno affievolendosi, è la concorrenza straniera come quella di White a prendere il comando.

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Qualche settimana dopo aver ricevuto la prima mail, White mi ha assicurato in una call di volermi mostrare uno scorcio significativo del commercio di droga in Giappone—una galassia di cocaina, metanfetamine ed ecstasy che arricchisce le gang e i banchieri all’estero.

“Ai giapponesi piace vantarsi di essere una nazione con poco crimine, ma posso garantire che è falso,” spiega. “La maggior parte dei crimini semplicemente non viene dichiarata o denunciata. Non si tratta di teoria, ma di esperienza di prima mano. Dopotutto, ne commetto di nuovi ogni giorno.”

White rivendica molte altre cose e non tutte sono verificabili. Nonostante l’apparente sincerità e il senso dell’umorismo (nero), si fa però sospettoso quando tocchiamo temi che possono comprometterne l’anonimato. Tuttavia, ci sono diverse ragioni per credere al suo quadro del mondo criminale di Tokyo.

In un anno di corrispondenza, punteggiata da sporadici momenti di silenzio, White mi ha raccontato la sua storia, snocciolando dettagli sulla sua vita e inviandomi decine di foto non adatte alla pubblicazione: crack, donne nude—marchiate con un pennarello nero sul sedere con i prezzi di cocaina ed ecstasy—, ritrovi per lo spaccio e mazzette di banconote da migliaia di yen.

Dopo mesi di scambi, White si è offerto di incontrarci dal vivo per mostrarmi tutto di prima mano. L’incontro però non è mai avvenuto e White è definitivamente scomparso dalla scena.

In un anno di contatti tra VICE e Jason White, abbiamo regolarmente ricevuto foto della sua attività criminale. Foto: Jason White

PARTE 1: L’inizio (come tutto è cominciato)

Meno di 90 grammi in una manciata di Kinder Sorpresa. Questa è la quantità di cocaina che è bastata a White per trasferire la sua attività di spaccio dal Nord America alle strade del Giappone. Perché in fondo, per sua stessa ammissione, White è e rimarrà sempre uno spacciatore di strada.

White ha cominciato a spacciare da adolescente, “circa 600 carte a settimana. Niente di che, ma pensavo proprio che questa fosse la mia vita.” Dopo aver lasciato la scuola, è stato preso sotto l’ala protettrice di un amico del fratello, “un pezzo grosso ben introdotto nell’ambiente,” che lo ha messo a libro paga come spacciatore per una banda del posto.

A vent’anni inoltrati si è poi unito a un’altra gang notoriamente più violenta. A questo punto guadagnava tra i 14.000 e i 18.000 euro al mese dalla vendita delle sostanze: erba, coca, ketamina, metanfetamine.

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Il periodo d’oro però è durato poco e l’avidità del gruppo criminale ha richiesto un tributo di sangue. “È morta una persona e poi ne sono successe di ogni,” spiega, scegliendo meticolosamente le parole. “Ho cominciato a sentire odore di agenti federali.”

Così, a metà degli anni Dieci, White ha tagliato la corda ed è finito su un volo diretto in Giappone—il guardaroba in una valigia, più di 8.000 euro in una borsa firmata Gucci e abbastanza cocaina in ovuli da uccidere dieci adulti. “È stato facilissimo far entrare la droga nel Paese,” ricorda. “Sono andato in un motel a ore e ho defecato tutto.”

Non c’è poi voluto molto per ricominciare a vendere cocaina. White ha trovato un appartamento nel centro di Tokyo e ha cominciato ad andare in una palestra, per poi frequentare anche i bar degli expat e cominciare a lavorare alla sicurezza di un pub inglese.

Dopo poche settimane la sua riserva era finita, ma nel frattempo White era riuscito a ottenere altri contanti e a stabilire i contatti necessari nei bassifondi di Tokyo, grazie al lavoro, alla palestra e, soprattutto, grazie a una hostess in un bar.

“Stavo lavorando e questa ragazza comincia a prendermi per il culo, ‘Sei un cattivone, vero?’” racconta White. “Poi se ne esce con, ‘Devi incontrare i miei amici, perché so bene che tipo di persona sei.’”

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La donna era a suo modo un’autorità per questo tipo di giri e di persone e, col tempo, avrebbe presentato White a uno dei più importanti boss locali. “Devi incontrare Red,” avrebbe detto. “È un tizio inglese.”

Edward James Montague Reid si è laureato a Oxford in matematica, fisica e chimica, e ha anche un master in studi orientali specializzati sul Giappone. Fino a poco tempo fa, era anche uno dei maggiori trafficanti di droga di Tokyo. Ora, invece, dopo l’arresto del luglio 2017, sta scontando una condanna a 12 anni per possesso e traffico di sostanze illecite.

White lo descrive come lontanissimo dal cliché del gangster. Un “geniale nerdone inglese” che adorava sballarsi—con cocaina, ecstasy, ice e uno stimolante psichedelico chiamato 2C-I—, uno che si è fatto risucchiare dal sottobosco criminale locale. “Red era il mio capo e un mio amico: il tizio più incasinato al mondo,” dichiara con affetto. “Ho imparato da lui ogni cosa su questa città.”

Al culmine dell’influenza, le autorità ritengono che Red abbia venduto merce a una cinquantina di clienti nel distretto di Roppongi—una zona di Tokyo piena di club—facendosi pagare in bitcoin per coprire le proprie tracce. Tuttavia non è bastato, la polizia ha compiuto un raid nel suo appartamento fortificato e ha sequestrato 239 grammi di cocaina, 92g di metanfetamina, 467g di marijuana e 750 pillole di MDMA, per un valore di circa 170.000 euro.

White si è subito nascosto, convinto di essere stato anche lui individuato dalla polizia. Eppure nessuno si è fatto avanti e, dopo sei mesi di clandestinità, White è riemerso per prendere il posto di Red e assorbire la maggior parte della sua clientela, composta in gran parte da ricchi avvocati stranieri, banchieri e dirigenti del settore informatico.

“Nel mio settore non ho mai visto niente di paragonabile a Tokyo,” dichiara. “I margini di profitto sono più del doppio e c’è l’1 percento di possibilità di una sparatoria con i concorrenti, se paragonato a quel che succede altrove. C’è da riderne, questa è Candyland, la terra promessa.”

Yen e buste. Foto: Jason White

PARTE 2: Come funziona il traffico

La politica giapponese a tolleranza zero ha fomentato un mercato molto redditizio e con una posta altissima, dove chi accetta la sfida può permettersi senza problemi di giocare al rialzo con i clienti. Le scorte sono poche, la domanda enorme e, fintanto che non vieni beccato, allora è tutto “facilissimo.”

White però non è arrivato lì per fare soldi. Piuttosto, il Giappone è diventato un rifugio relativamente sicuro per i criminali internazionali, soprattutto perché mantiene accordi di estradizione bilaterale solo con altri due Paesi—Stati Uniti e Corea del Sud—ma raramente li concretizza. White, che non è un cittadino statunitense né coreano, può quindi muoversi con relativa tranquillità nella megalopoli.

Il rischio maggiore con la polizia è legato a quelle giornate in cui deve rifornire le scorte dell’organizzazione tramite gli importatori all’ingrosso. Di solito ordina “le ricariche” in anticipo, circa un chilo di cocaina e quante più pasticche possibili, prima di accordarsi sul luogo dell’incontro.

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Tuttavia, persino queste transazioni vengono fatte nella più totale indifferenza. Non ci si ritrova in vicoli nascosti o nei sedili posteriori di una macchina, quanto nei pub, ristoranti o persino negli Starbucks. Lo scambio è informale e disinvolto: si beve un caffè, si fuma, le merci vengono scambiate e ci si saluta.

Il massimo di precauzione presa da White consta in una camicia ben abbottonata “per dare l’impressione del bravo ragazzo.” “I poliziotti non capiscono bene la scena criminale,” spiega. “Hanno in mente solo stereotipi, anche in fatto di vestiario, si aspettano il tizio nero con i dread e non sanno come funziona davvero.”

Secondo White, la polizia di Tokyo è una tigre di carta: in apparenza potente e temibile, ma nei fatti non particolarmente brillante e del tutto incapace di capire il mondo delle sostanze o di applicare le proprie leggi. In parte, ciò è dovuto all’incapacità di aggiornare le proprie tradizioni e alla mancata volontà di riconciliarsi con ciò che è “nuovo” o “estraneo.”

La maggior parte dei guadagni di White deriva dalla cocaina, di cui spaccia quasi un chilo al mese e fornisce profitti per 370.000 euro—negli Stati Uniti, la stessa quantità frutterebbe circa 110.000 euro. White gestisce i suoi affari da un giro di cellulari a rotazione, ogni poche settimane passa a un nuovo account di messaggeria criptata ed è ultra selettivo quando si tratta di scegliere chi può far parte della sua clientela.

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I suoi criteri sono tali che si rifiuta di vendere a turisti o pendolari, preferendo consolidare i contatti con dirigenti e impiegati d’alto livello che hanno familiarità con la città e corrono meno rischi di essere arrestati. Ad esempio, uno dei suoi clienti è il direttore di un fondo d’investimento che acquista merce per circa 4.000 euro alla volta.

“Va così, di solito non ti telefonano per piccole quantità,” specifica White. “È un settore maturo, di professionisti che utilizzano anche le sostanze con la stessa serietà e professionalità.” Agli inizi della sua carriera, White riforniva invece raver, studenti, persone con gravi problemi di dipendenza e in generale gente poco raccomandabile. In Giappone i suoi clienti sono molti meno, ma meglio selezionati. “Il modo migliore per essere beccati,” specifica, “è quello di avere una clientela scadente, disattenta e disordinata.”

“A livello di logistica e distribuzione ci sono sicuramente pezzi grossi che gestiscono molta più roba di noi,” precisa. “Ma se si parla di operazioni continuative strada per strada… be’, penso proprio che siamo i più attivi e con il margine di profitto più alto. Quando ero ragazzo ho seguito un corso di marketing all’università e mi sta davvero tornando utile.”

White spaccia ecstasy, meth e cocaina. Foto: Jason White

PARTE 3: Le gang di Tokyo (la concorrenza)

Nel gruppo operativo di White ci sono solo dieci persone—un’accozzaglia variegata di studenti, dipendenti di locali e delivery driver—, ma a suo dire gestiscono buona parte della cocaina distribuita nel centro cittadino. Tuttavia, di certo non sono gli unici sul mercato.

White suddivide i gruppi criminali di Tokyo in una manciata di “tribù” individuate su base etnica e geografica: africani, colombiani, iraniani, romeni, russi, turchi e vietnamiti. Tra tutti, dice, i concorrenti maggiori sono gli africani, che gestiscono il distretto di Roppongi e vendono merce di scarso valore ai turisti, e gli iraniani, un pelo più raffinati ma dotati di un ottimo prodotto.

Per quanto riguarda il primo gruppo, White non si preoccupa, visto che tendono sempre a farsi guerra tra loro e che si occupano del mercato giornaliero. Per quanto riguarda gli iraniani, invece, è tutta un’altra storia. “Alcuni sono piuttosto particolari,” spiega White. “Di quelli che possono benissimo accoltellarti.”

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Poi ci sono i romeni, aggiunge, che di fatto vogliono la testa di White. “Sembrano usciti dal classico film di mafia,” specifica. “È gente con cui non bisogna scherzare. Fanno davvero paura.” Eppure, a Tokyo persino le faide peggiori raramente degenerano in scontri armati e violenza.

Poi c’è anche un gruppo criminale giapponese che la polizia definisce Bōryokudan, cioè “gruppi violenti”—ma il resto del mondo chiama semplicemente Yakuza. Si tratta di un nome che fa ancora oggi molta paura e che viene associato ai tatuaggi su tutto il corpo, ai rituali del taglio delle dita e alla violenza. Tuttavia, almeno agli occhi di White, sono tutte favole. “La Yakuza è composta dai meno pericolosi che abbia mai incontrato qui,” mi spiega. “Non è altro che una fiaba nera dei tempi andati.”

In effetti quella che viene chiamata “mafia giapponese” è praticamente sull’orlo dell’estinzione, anche grazie alle leggi che proibiscono ai membri di accedere ai loro conti correnti, agli uffici e alle attività commerciali rispettabili. A quanto pare, queste norme hanno portato i ranghi della Yakuza a passare da 180.000 membri negli anni Sessanta ai meno di 30.000 di oggi.

In particolar modo, ciò è dovuto all’“Anti-Bōryokudan Act” del 1992, una campagna che ha permesso alla polizia di perseguire sistematicamente la Yakuza e che continua a produrre risultati ancora oggi. Nel report del 2020, l’Agenzia nazionale di polizia giapponese ha infatti dichiarato di aver arrestato 14.281 membri nel corso di 26.761 casi nel solo 2019.

Così, la presa del gruppo su Tokyo si è affievolita e ha permesso a figure come quella di White, o dei clan africani e romeni, di inserirsi—i gruppi non affiliati alla Yakuza vengono ribattezzati “Hangure,” tradotto all’incirca come “mezzo delinquente” o “per metà nella zona d’ombra.” Nel 2017, Shibata Daisuke, un ex-boss di un gruppo criminale hangure chiamato Kantō Rengō, ha raccontato in un’intervista a Nippon Japan che lo stile di vita della Yakuza “non è più figo né attraente” per le persone più giovani.

“Quando quelle leggi hanno indebolito il potere della Yakuza, le nuove generazioni hanno cominciato a percepire il mondo in maniera diversa,” spiegava Daisuke. “Per gente come me, nata e cresciuta a Tokyo, abituata a Shibuya o Roppongi, quello stile di vita non è niente di speciale.” White, ovviamente, concorda: “Nessuno vuole più far parte della Yakuza, non è interessante né remunerativo.”

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“La polizia ha reso molto difficile fare il gangster in Giappone e ha creato un sistema che fa prosperare gli hangure,” aggiunge. “Le gang criminali più potenti infatti sono ormai tutte straniere.” I dati dimostrano che è davvero così: secondo un recente documento del Ministero della giustizia giapponese, il numero di stranieri accusati di reati connessi all’uso delle sostanze—traffico, spaccio, possesso e utilizzo—è aumentato del 30 percento tra il 2013 e il 2019. Un quarto delle persone che nel 2019 ha infranto la legge dedicata a narcotici e sostanze psicotrope è straniero, mentre solo il 10 percento è affiliato alla Yakuza.

“Se consideriamo i sequestri di droga come un indicatore, notiamo che in alcuni casi l’attività criminale sembra addirittura essere aumentata,” sostiene David Brewster, un ricercatore che lavora con il Criminology Research Centre dell’Università Ryukoku a Kyoto. “Dobbiamo chiederci: cosa sta succedendo e chi c’è dietro?” Brewster sottolinea che probabilmente l’accanimento della polizia nei confronti della Yakuza ha lasciato un vuoto che la concorrenza può riempire.

“Temo che non ne sappiamo abbastanza,” ammette. “Immagino che i bōryokudan siano ancora attivi nel mercato delle sostanze, ma non è improbabile che ci sia stato un aumento delle organizzazioni criminali straniere.” Un’ipotesi che trova conferma nelle affermazioni di White: i nuovi proprietari del traffico di droga a Tokyo sono gaikokujin, cioè stranieri, ed è proprio questa caratteristica a costituire una risorsa, perché “i poliziotti non sanno niente di questo mondo.”

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“Avrebbero dovuto lasciare al potere la Yakuza. Ora non ci sarebbero così tanti stranieri fuori controllo,” prosegue White. Tuttavia, benché il gruppo sia ormai ridotto all’ombra di se stesso, esercita ancora una certa influenza. “Red aveva legami con la Yakuza e mi raccontava come andavano le cose nei casi peggiori. Semplicemente, chi doveva sparire spariva, senza lasciar traccia né finire sui notiziari.”

White racconta anche la storia di un clan in particolare, il Sumiyoshi Kai, che aveva l’abitudine di tagliare gambe e braccia ai nemici e di farli sprofondare nella baia—alle volte nei barili, in altri casi ancorando i torsi o la testa direttamente al fondo marino. Ma è possibile che si tratti solo di storie: “Ho avuto spesso l’impressione che servisse solo a spaventare le altre persone,” ammette. “Però, attenzione, ho sentito anche parlare di molti omicidi catalogati come semplici scomparse…”

Bilancino e vari strumenti di preparazione delle dosi di sostanze. Foto: Jason White

PARTE 4: Il futuro

Anche se si tratta solo di dicerie o di chiacchiere, White può fare ben poco ormai per lasciare questo Paese. “Sono più di quattro anni che non torno a casa e l’ avvocato mi ha detto che mi verrebbe comunque negato il visto d’ingresso a causa dei mandati ancora attivi,” spiega. “In pratica sono un esiliato, ma esiliato in un posto splendido, la prigione più lussuosa del mondo, tra donne e Louis Vuitton.”

White è intrappolato in un limbo tra potere e ricchezza, ma anche alienazione e immobilità forzata. A meno che non decida di cambiare identità e falsificare i documenti, non ha modo di scappare dal suo passato né dal Giappone. “Ma non mi posso lamentare. Ho scelto questa vita e ne pago il prezzo e le ripercussioni.”

E allora perché ha scelto di contattarci e di raccontarci tutto questo? A quanto pare, alla ricerca del perdono. “Ho fatto cose tremende,” spiega. “Forse condividere tutto questo potrebbe farmi bene all’anima. Non sono religioso, ma mi suona bene.” In realtà però White si dimostra poco interessato a cambiare. Senza vie di fuga, redenzione o scappatoie, pare proprio che continuerà a vivere come ha fatto fino ad ora.

In ultimo, dopo essere scomparso per l’ennesima volta, siamo riusciti a ricontattarlo a Natale del 2021: “Sono qui, sono ancora vivo!” Volevamo chiarire alcuni dettagli, prima di chiudere la storia e l’articolo. Tuttavia, per due settimane le mail non hanno mai ricevuto risposta. Fino a un ultimo messaggio, rispedito al mittente: “Indirizzo non trovato. L’email che hai provato a contattare non esiste.”

Segui Gavin Butler su Twitter.

L’articolo è stato modificato per rimuovere i dettagli che avrebbero potuto portare a un’identificazione delle persone citate.

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