Margherita Vicario non è una rapper, ma fa rap meglio di te

Abbiamo intervistato Margherita Vicario, attrice e cantante, per farci spiegare come ha messo insieme rap, teatro e a
DF
Milan, IT
28.5.21
Margherita Vicario rapper
Tutte le foto di Mattia Guolo, per gentile concessione dell'ufficio stampa dell'intervistata.

L'11 maggio, in 3 minuti netti, Margherita Vicario mette a tacere il 90 percento della scena rap. Succede in "Bingo (L'epilogo)" e accade con una scioltezza e facilità che mettono i brividi. La traccia è la firma finale del disco che porta lo stesso titolo, Bingo, ed è una sorta di freestyle che fa da sommario di tutto il disco, cucito dal solito Dade e regalato a fan, curiosi e neo-convertiti.

Io, colpevolmente, appartengo a quest'ultima schiera. La prima volta che qualcuno mi ha offerto l'associazione mentale tra Vicario e la musica sono rimasto sgomento. Una reazione che, anche in questo caso, è facile immaginare non lontana da quella di tanti altri, "Ma come, quella dei Cesaroni?". Eppure, mi è bastato un singolo ascolto per capire quanto fossi stracolmo di pregiudizi e stronzate—senza contare la probabile, sottile, misoginia interiorizzata e una buona dose di snobismo musicale senza senso—e quanto in tutto il disco, sottotraccia, scorra fortissimo l'amore per le barre.

Margherita Vicario rapper

La copertina di 'Bingo' di Margherita Vicario, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

È la stessa Vicario a confermarmi l'impressione iniziale: “Io amo il rap. E devi sapere che sto a rota coi 64 barre, appena escono me li devo sentire al volo. Credo ci sia un potenziale linguistico enorme dentro i dischi dei rapper. L'idea che ci sia quella ricerca e quei giochi di parole mi affascina da morire. Sarà che per me ha tutto molto a che fare con la poesia.” Come conferma ulteriore, puntualizza: “Quando sento Izi che si esprime attraverso la sua 'fonetica' è come se si trattasse di pura poesia. Avendo poi frequentato l'Accademia europea d'arte drammatica, e grazie allo studio e alla lettura di Shakespeare in lingua originale, mi sono resa conto di quanto in fondo tutto si traduca nella forza del suono e della voce. E visto che Dade lo sa e mi conosce, mi tira un po' verso questo mondo, perché 'tu parli svelto, hai sempre scritto in rima, c'è molto su cui lavorare.' Poi, ovvio, a me piace cantare, piace il bel canto, il blues e un sacco di altre cose... ma a volte rimango veramente basita dalla fantasia e dalla forza dimostrate nel rap.”

Non è una posa. Come artista, le scelte dei suoi feat sono lì a dimostrare quanto ci tenga e quanto viaggi sulle stesse coordinate vere e veraci, vitali e infuocate di chi l'ha accompagnata sulla traccia: nomi quali Elodie, Speranza e Izi, appunto. Perché non è obbligatorio cantare l'epica della strada e della provenienza dai margini e dal disagio per sapersi esprimere sulla realtà del proprio tempo. E avere il coraggio di farlo con dosi uguali di cervello e di cuore.

“Magari della cultura rap so pochissimo, però è anche vero che me l'ascolto tanto. Può darsi anche che la travisi e la mischi con altre cose, ad esempio magari con le battle teatrali.”

Dal rap al pop, comunque, di distanza ce n'è molta, almeno sulla carta. E il mio pregiudizio viaggiava proprio su queste coordinate, in direzione della diffidenza che viene automatica verso (quasi) chiunque si dedichi al pop in Italia: il timore di incrociare temi scialbi e musica banale, con quella stessa mancanza di vitalità di una persona che scrolla Instagram sul cellulare. Eppure, niente di più lontano dal vero. Basti pensare alla sua “Troppi preti troppe suore” che tiene fede al nome e presenta un sereno e solare sentimento anticlericale: “Troppi preti e troppe suore, ma è possibile? Oh signore / Ancora dicono la loro nel 2029 / Come fossero dei leader di sinistra da ascoltare / Ma da secoli se sa, so' i preti che vanno a puttane.”

Tutto accade in una canzone degnamente popolare, a cui aggiungere un coro di bambini che dichiara solennemente: "Io il senso di colpa ancora non ce l'ho / Quindi vaffammocc, dove non lo so / Na guallera 'sta storia del peccato originale / Che infatti anche a mia madre la trattate sempre male", con un approccio che sta a metà tra i bimbi di Io speriamo che me la cavo e la spudorata satira dei Monty Python—ispirandosi peraltro a un dialogo tra Margherita Hack e un vescovo, a proposito di scienza e religione, laicità e fede; non so se mi spiego.

La cifra stilistica e struttura portante del lavoro di Vicario è proprio questa: la capacità di tenere assieme con una leggerezza e efficacia innaturali temi, suoni e atteggiamenti che normalmente si guardano con sospetto da distanze abissali. Quella stessa efficacissima scioltezza con la quale dichiara in brutale sincerità che “Magari della cultura rap so pochissimo, però è anche vero che me l'ascolto tanto. Può darsi anche che la travisi e la mischi con altre cose, ad esempio magari con le battle teatrali. Forse è per questo che uno dei primi a colpirmi davvero tantissimo è stato Dutch Nazari, che non so nemmeno se oggi viene considerato ancora un 'vero e proprio' rapper.”

Margherita Vicario Come Va video

Screenshot dal video di "Come va" di Margherita Vicario, cliccaci sopra per guardarlo su YouTube.

Questa sua spontaneità totale e totalizzante, che la maggior parte della scena si sogna, si rispecchia fedelmente nelle sue canzoni e persino nel modo in cui modula tanto i testi quanto si concentra sulla voce stessa. “Considera che canto da sempre, ma poi negli anni mi sono dovuta concentrare sul mio strumento, cioè la voce, e ho lavorato davvero molto per perfezionarlo, perché la voce è veramente un modo per partecipare alla scrittura, modulandone intensità, approcci e timbrica. In fondo, l'unica cosa che ho studiato, perché non ho fatto l'università, è il teatro. E il corpo per l'attore è uno strumento. In più, dopo i concerti del mio primo disco, intorno al 2014-2015, mi capitava di restare afona. Perché non mi rendevo del tutto conto che, quando scrivevo le canzoni, andavo a creare momenti tecnicamente davvero complessi da rendere dal vivo. E quindi ho dovuto lavorarci molto e venire un po' a compromessi. Benché, a dirla tutta, mi capiti tuttora di osare un po' troppo. Non sempre riesco a resistere alla voglia di spingermi oltre, pensa soltanto all'inizio di 'Bingo' con quelle tonalità altissime.”

Non è un caso che questa generosità creativa e artistica vada a impattare anche sul processo compositivo. Nella musica e nell'arte di Vicario sembra appartenere tutto al suo modo di stare al mondo, compreso tra sarcasmo pungente e dolcezza assoluta, un milione di lingue diverse parlate in parallelo, e quel piglio capace di “Veicolare con un sorriso cose che invece mi feriscono.” Un modo di essere che è al centro di tutto questo suo Bingo, costruito con calma e somma pazienza, insieme all'onnipresente Dade—co-autore e produttore—, nell'arco di oltre due anni.

“De Luca aveva fatto un'affermazione che avevo trovato abominevole e io gli ho voluto rispondere. È un modo di rispondere in maniera leggera a pensieri violentissimi.”

“Il fatto è che come scrivo non l'ho deciso. Credo che chiunque abbia una sua impronta. Che magari è anche una forma di auto soddisfazione. A volte mi impegno per trovare il modo più tagliente possibile di esprimermi, ma in generale il mezzo canzone ti dà la libertà dell'ambiguità, o meglio di trovare una sintesi. Io non devo fare statement ufficiali, ma al massimo sublimare un qualcosa che mi riguarda. Ad esempio, i temi sociali, perché riguardano tutti. Sarà poi che sono nata in un corpo di donna, però ciò non significa che per forza certe tematiche mi riguardano di più di altre. E la forma canzone può diventare uno scudo e lasciare spazio a chi ascolta per capire e farsi le proprie idee.”

È anche vero, però, che è difficile dimenticare o relegare all'ambiguità certi strali contenuti in Bingo. Come in “Orango Tango”: “Vado ai Quartieri Spagnoli a regalare milioni / Ne do cinquanta a De Luca, se si leva dai coglioni (Ignorante)”, a rimarcare quanto da queste parti scorra ben più fuoco e coraggio rispetto al 90 percento della scena. “Pur veicolando un bel sorriso, provo a rispondere a ciò che mi ferisce. In questo caso, De Luca aveva fatto un'affermazione che avevo trovato abominevole e io gli ho voluto rispondere. È un modo di rispondere in maniera leggera a pensieri violentissimi.”

margherita vicario rap.jpg

Per fortuna, questa infuocata leggerezza è accompagnata dalle sapienti mani di Dade—compositore, produttore, polistrumentista e cantante, che è stato coi Linea 77 e ha prodotto brani di Salmo & Machete, Psicologi, Axos e altri ancora: “Questo disco è totalmente condiviso tra me e lui. Non sarebbe mai venuto così se io non lo avessi incontrato. Siamo stati per tutto il tempo io e lui. E quindi è stato anche fonte di scontri e frustrazione, dinamiche quasi da coppia. È come se avessimo visto crescere un figlio. Lui ha visto in me una potenzialità che però ha dovuto accompagnare. Ha creduto tantissimo in me, sia dal punto di vista musicale che estetico. È grazie a lui se ho girato i miei primissimi video.”

E conferma che, “è stato una sorta di padre stilistico, perché abbiamo a tratti un po' lavorato come si lavora magari tra producer e rapper. Però dipende anche dai brani, perché ci sono alcuni brani dove invece gli ho portato piano e voce e lui ha completamente distrutto e riarrangiato il tutto. Se penso a ‘Pincio’, che poi è finito in cassa dritta e reference a The Blaze, ecco all'inizio era un valzer in tre quarti. Mi ha proprio fatto scoprire un mondo, poi io ci ho messo del mio.”

“La cosa bella delle canzoni, però, è che se tu le tiri e le sposti, vanno un po' dappertutto.”

E quel “mio” torna ad avere a che fare anche con le origini teatrali, televisive e cinematografiche di Vicario, visto che la componente visiva e narrativa dei suoi brani è sempre di primaria importanza all'interno del quadro generale. Questo certamente vale per la moltitudine di video prodotti—guardati almeno l'irresistibile “Piña colada” con Izi, ma non farti il torto di perderti tutti gli altri video—, ma anche per la struttura delle canzoni stesse: “È un mio modo di scrivere, mi aiuta molto immaginarmi una scena. La parte visiva, ma anche recitativa, sicuramente è presente nella composizione. Però non in tutte: per esempio, ‘Pincio’ è molto più da cantautrice e basta, come una galleria di ricordi. Tant'è che il video è stato proprio calato in quel momento. La cosa bella delle canzoni, però, è che se tu le tiri e le sposti, vanno un po' dappertutto. Puoi immaginarti altri video, paradossalmente. ll bello delle canzoni è che, volendo, possono parlare di cose universali.”

“Però devo ammettere che, così come con Dade abbiamo lavorato sulla musica, è stato Francesco Coppola a darmi il boost per i video. Nonostante le mie convinzioni estetiche molto forti, mi sono prestata in tutto e per tutto come attrice al lavoro di regia di Coppola. Io ci ho messo la faccia e le parole, lui tutto il resto.” E quando cerco di capire se su queste coordinate si muovono altre sorprese, la risposta è sempre sincera, ma giustamente riservata: “Io è da quando ho 12 anni che ho il sogno dell'audiovisivo. Ma i sogni nel cassetto bisogna veramente tenerli chiusi a doppia mandata, e coltivarseli per bene.”

Daniele è su Instagram.