In ‘Padre, figlio e spirito’ della FSK non c’è niente da capire

Il disco è un passo avanti enorme in termini di sonorità, capacità canore e la conferma del tocco magico di Greg Willen—e tanto basta.
Niccolò Murgia
Rome, IT
FSK
Tutte le immagini per gentile concessione dell'ufficio stampa e ad opera di Francis Delacroix

In Blades of Glory - Due pattini per la gloria, un dimenticabile film comico e parodico, Will Farrell prova a spiegare al suo coprotagonista cosa significhi “lady humps”, con scarso successo. Per la cronaca, “hump” in inglese si riferisce a qualsiasi tipo di gobba o protuberanza, benché ormai sia comune utilizzare la parola attribuendola a imprecisate curve femminili, o addirittura come sinonimo puro e semplice per il sesso.

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La hit dei Black Eyed Peas, “My Humps”, che nel ritornello ripete ossessivamente questa parola volutamente vaga e misteriosa, ha contributo alla diffusione e fortuna del termine e lo ha immortalato in un significato che resta comunque di complessa definizione. Una complessità che però non tocca Will Farrell che, nel film già citato, ci rivela la verità: “Nessuno sa cosa significhi, ma è provocatorio!”

“Nessuno sa cosa significhi, ma è provocatorio!”

La battuta in realtà nasconde come minimo un doppio significato, basta pensare a “Ni**as in Paris”, il pezzo di culto e hit da club di Kanye West e Jay-Z che prende il sample di questa battuta e la mette al centro del pezzo: è per Kanye il modo di dire che nessuno—o davvero in pochi—è in grado di capire esattamente quello che la sua arte sta comunicando. Ma anche che è un’ostentazione del riconoscimento—e della rivalsa sociale—che la propria arte gli ha consentito, a prescindere dal fatto di essere o meno compreso fino in fondo.

Ecco, dal punto di vista concettuale, Padre, figlio e spirito è il “Nessuno sa cosa significa, ma è provocatorio” degli FSK—nel senso migliore del termine. A partire dal titolo, e della copertina, sarebbe in effetti stato lecito aspettarsi un disco con una forte metafora religiosa, à la Oh Madonna di Ketama126.

Clicca sulla copertina di 'Padre, figlio e spirito', per ascoltare il disco su Spotify

In realtà, però, questo tipo di metafora si realizza soltanto nel ritornello della title track, che apre il nuovo disco. Ecco allora che emerge con forza l’idea che il titolo e questa copertina così esplicita non siano altro che la profonda manifestazione del “nessuno sa cosa significa, ma è provocatorio”, che richiama il loro gusto per la provocazione, già esplicitato ai tempi del primo disco e della sua promozione: l’idea che “Tre terroni a Milano”—come il titolo del pezzo—siano in grado di mandare in blackout l’informazione e l’opinione pubblica della scena musicale italiana.

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Tanto più che, sebbene una importante fetta della loro notorietà sia dovuta alla loro colorata e a tratti strabiliante presenza sui social, in questo disco, ancora più che nel precedente, c’è un lavoro musicale di livello e un passo avanti enorme in termini di sonorità e capacità canore da parte di tutti e tre i membri degli FSK e dal punto di vista delle produzioni di Greg Willen, che aveva già convinto senza riserve in FSK TRAPSHIT. Il pezzo in cui questo upgrade risulta più evidente è chiaramente “Soldi nella carta” dove, su una produzione di livello stratosferico di Greg Willen e Charlie Charles, la FSK rielabora la formula che li ha resi famosi.

È un lavoro musicale di livello e un passo avanti enorme in termini di sonorità e capacità canore da parte di tutti e tre i membri degli FSK e dal punto di vista delle produzioni di Greg Willen.

I tre rimangono ruvidi e sboccati ma risultano armonici— in special modo Chiello, abituato al genere, che in questo pezzo sembra rifarsi addirittura al Frank Ocean di Blonde—e nel farlo si fregiano del featuring di Sfera Ebbasta, la cui partecipazione è un bollino di qualità del pezzo e di assicurazione di passaggi in radio e numeri vertiginosi sugli streaming. In questo upgrade generale, è senza dubbio Sapo Bully ad aver fatto i passi in avanti più lunghi e per molti versi sorprendenti.

Lo avevamo lasciato in FSK TRAPSHIT come un rapper molto forte ma fondamentalmente monocorde per capacità di interpretazione e varietà vocale, mentre invece lo ritroviamo ora radicalmente cambiato. Resiste ancora la sua anima originale, ad esempio in “Husky”, ma adesso è accompagnata da uno stile a volte più rilassato, come per esempio nel bridge di “Soldi nella carta” o in “Don’t Touch My Stick”, fino ad arrivare a “Money Fast”, dove a tratti sembra talmente tanto un cloud rapper da ricordare Ecco2k in Peroxide e tutto il filone Drain Gang.

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Questo sviluppo di Sapo è dovuto senza dubbio alla grande versatilità e le inconfondibili batterie di Greg Willen, capace di svariare e presentare pezzi più elettronici—addirittura hardstyle in “Due e Zero”—quanto pezzi classici in stile FSK come “Ho Fatto”, dove collaborano persino con il loro idolo Chief Keef, e con Tadoe che ci regala una fantasmagorica pronuncia del titolo della canzone in lingua italiana.

Tutto il disco, poi, gira intorno al chiasmo tra la vita che la FSK viveva prima—“Siamo il Sud Italia, il Sud Italia, un mondo a parte” come canta Taxi B—e la vita di ostentazione che si regalano ora che hanno raggiunto il successo e i nuovi problemi. Del resto, la FSK vive e si afferma grazie proprio ai contrasti che personifica, nelle tre anime di cui si compone e nelle emozioni contrastanti che genera negli ascoltatori.

E in fondo importa relativamente poco che certi racconti sembrino esagerati e persino—ma senza esagerare—che qualche spunto ci faccia sentire la volontà di dissociarsi. Del resto, “nessuno sa cosa significa, ma è provocatorio”.

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