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Aggrappatevi a ciò che resta dell'estate con "Forever More", il nuovo pezzo degli M+A

Abbiamo qua il loro nuovo singolone. Già che c'eravamo, gli abbiamo chiesto che ne pensano del pop italiano e perché scrivono cose così prese bene.

Gli M+A fanno quel tipo di musia che puoi ascoltare ugualmente su una spiaggia a Malàga sotto un ombrellone arancione o in cima a una scogliera sul mare del Nord un giorno variabile: ariosa, piena di vita, balearica, malinconica, dolceamara, danzereccia. Insomma, quelle cose che i nostri amici scandinavi sanno fare piuttosto bene e loro hanno già dimostrato di avere pienamente nelle corde con quella doppietta assassina che sono Things Yes e These Days. Oggi vi facciamo ascoltare in anteprima un loro nuovo singolone, estratto da un nuovo album ancora senza titolo che arriverà l'anno prossimo. Si intitola "Forever More" e ha anche un video scritto e diretto interamente da loro. Lo potete guardare lì sopra. Avete schiacciato play? Siete presi bene? Bravi. Lo state facendo giusto.

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"Cercavamo qualcosa che potesse raffigurare l'idea della canzone, che non ha storia ma visioni", spiegano Michele e Alessandro in un comunicato stampa. "Abbiamo lavorato principalmente pensandolo come una composizione di immagini piuttosto che un girato unico con una storia, quasi fosse un magazine, una copertina o una pubblicità. Le grafiche, che da sempre utilizziamo come prolungamento visivo della nostra musica, in questo video diventano il trucco e il contorno per creare altre apparenze e altre fantasie, come guidare una moto senza inserire la chiave e farla partire." Già che c'eravamo abbiamo fatto altre due domande ai ragazzi, dato che eravamo curiosi di sapere cosa ne pensassero dei loro testi presi bene e del pop italiano. E sì, volevamo anche scoprire come avessero fatto a conoscere quel drago di Mick Jenkins per farci un pezzo assieme.

VICE: In che modo l'onda lunga dell'esperienza-Glasto vi ha toccato?
Alessandro: Non saprei. È stata il culmine di anni di lavoro in UK e l'avvenire di un sacco di collaborazioni interessanti, ma è un'esperienza che abbiamo cercato di prendere con cautela, andando oltre. È un passaggio importante, che deve però rimanere tale. Che cosa vi porta a scrivere testi così (tendenzialmente) presi bene? Sono un elemento che ritenete fondamentale a livello espressivo o fate più attenzione alla voce-come-strumento?
Michele: Facciamo attenzione alla voce come strumento, sì, ma nel suo senso spettrale: lo strumento è una macchina che produce suoni, ma anche inconscio. E quella macchia cieca è il centro della produzione dei testi. Non penso mai a quello che canto e alla fine mi ritrovo storie bizzarre di vite parallele. Non c'è un soggetto che scrive, ma incroci che lo precedono, di lingue, storie, schifezze e bellezze, che hanno voce solo quando canto. La questione della presa bene però credo coinvolga tutta la visione M+A: facciamo musica presa bene perché nella vita siamo tutto il contrario. Ci serve una forza più forte di noi. Scrivere una canzone è, al momento, l'unico modo che abbiamo per frequentare forme di vita diverse, che offrano uno sguardo diverso sulle cose. Non per forza però, certe volte ci piace anche stare dalla parte delle cose che non guardano: molti nostri testi in realtà sono come le registrazioni delle telecamere di sorveglianza, un insieme di parole immagini a caso, che sono un po' tutto quello che è passato, consciamente o inconsciamente, nelle nostre vite. Come avete fatto a conoscere Mick Jenkins e collaborarci? Poi è una figata anche il fatto che state lavorando con Nef the Pharaoh, ma insomma, a mio gusto personale Mick è su un altro livello.
Alessandro: Le collaborazioni sono molto nette, rigorose e veloci: mandiamo mail agli artisti che ci piacciono, come nel caso di Mick e Nef—che adoriamo—e poi, se ci sono entusiasmo e stimoli, cominciamo a lavorare assieme.
Michele: Questa cosa che non ci siano interferenze di conoscenza personale garantisce una differenza ottima, come nel caso della collaborazione con il rapper russo Thomas Mraz, che non conoscendoci e non essendo essendo influenzato dalle nostre intenzioni è riuscito a portare il brano che gli abbiamo mandato da un'altra parte, decisamente interessante. La conoscenza viene sempre dopo, alla fine, e questa è l'unica cosa che ci permette di avere qualcosa di effettivamente contaminato.

Come avete dichiarato recentemente, "il grande buco estetico italiano, a livello musicale" sta nel pop. Noi ne abbiamo parlato, poco fa, come un grande copia-incolla EDM. Quali sono secondo voi le ragioni di questa stasi? Pensate sia auspicabile un cambiamento? Ci sono segnali positivi, negativi? Non ce ne sono?
Alessandro: Probabilmente in Italia non c'è mai stata una vera cultura pop. Sicuramente si è creata una concezione del pop che, sia artisticamente, sia a livello di mercato, è molto distorta. Spesso in Italia la parola "pop" viene collegata alla parola commerciale, che a sua volta implica poca qualità, e tutti cercano sempre di prenderne le distanze in un modo o nell'altro. C'è questa cultura del vero e puro che in quindici anni musicisti, giornalisti ed etichette indipendenti hanno creato, facendo diventare il mondo indie l'unica realtà, amplificando così la voragine di qualità nel mercato mainstream. Noi amiamo la cultura pop perché amiamo sporcarci le mani, buttarci in mezzo alle cose più tragiche, per poterle alterare, mutare e magari anche rinnovare. Non come sfida, ma perché, in fondo, è il nocciolo della questione, e anche il suo bello. Per questo la scelta di firmare con Sugar e la scelta di esporci maggiormente in un mercato pop (italiano) che per questo tipo di progetto non è certo ottimale. Continuiamo a prenderci delle gran porte in faccia, ma piano piano stiamo iniziando a percepire che forse qualcosa può cambiare
Michele: Sì, in realtà il discorso è immenso e non è nemmeno esclusivamente musicale. Il rischio di farne una teoria generale in poche parole è quella di finire nelle grandi invenzioni e generalizzazioni di un'epoca. Non riesco a tematizzare segnali, né ragioni: attesto solo che c'è un buco e che la cosa più pragmatica sia assumersi il rischio di starci dentro, diversamente, cercando di farlo implodere nelle sue stesse contraddizioni, o starne fuori, completamente. Forlì, Oslo, Brooklyn, Bologna, Londra: in che modo questi posti, dove avete scritto/registrato, vi hanno toccati a livello personale e artistico?
Michele: In maniera inevitabile: vivere in posti diversi significa spesso vivere diversamente, lavorare diversamente: costantemente a distanza, nel nostro caso. Significa anche poter testare studi diversi, tecnici diversi, essere in lotta continua con questioni di spazio e di tempo per fare qualcosa, la musica, che questi concetti li porta sempre al loro grado di estrema ambiguità e inconsistenza.

Elia non ha mai suonato a Glastonbury. Consolalo seguendolo su Twitter.