Cosa è successo quando una ragazza ha chiesto al suo stupratore di passare la notte insieme

Durante la sua seconda notte al college Aspen Matis è stata stuprata, e al termine della violenza ha chiesto al suo stupratore di restare. L'abbiamo raggiunta per parlare delle possibili reazioni a un evento simile e del suo libro appena pubblicato.

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ott 20 2015, 6:36am

Aspen Matis. Foto di Misha Sesar. Questo articolo è tratto da Broadly.

Durante la seconda notte al college, l'allora 19enne Aspen Matis è stata stuprata nel suo dormitorio. Al termine della violenza ha chiesto al suo stupratore di passare la notte insieme. Anni dopo ha ripercorso la sua esperienza per scrivere un articolo per la rubrica 'Modern Love' del New York Times, ma non era sicura se includere questo dettaglio. "Avevo paura che la gente pensasse, 'Se lei voleva che lui restasse, come può essere uno stupro?'" Alla fine ha deciso di raccontarlo comunque perché "era vero—era parte di questo ricordo e mostra la mia reazione in tutta la sua complessità," mi dice.

In quell'articolo Matis tratta soprattutto la sua reazione allo stupro—nella speranza di elaborare il trauma, è andata a piedi da sola dal Messico al Canada—e in seguito alla pubblicazione le è anche stato proposto di scrivere un libro. Nel frattempo sono passati sei anni; adesso Matis ha 25 anni e ha raccontato le sue memorie nel libro Girl In The Woods. Ci siamo incontrate nel caffè del West Village dove ne ha scritto una parte.

Matis ha l'aria un po' stanca, probabilmente perché ha portato un sacco di libri appena comprati da Union Square al West Village. Mi dice che lo shopping impulsivo di libri è una specie di reazione al successo. "Sono un disastro," mi dice. "Ho paura di aprire la mail. Tendo a evitare le cose che mi preoccupano."

Dopo la pubblicazione del suo articolo sul New York Times e del suo libro, Matis è stata contattata da centinaia di ragazze che come lei hanno chiesto al loro stupratore di restare. "A quanto pare, è una reazione non codì indolita, quella di voler essere trattata bene dall'uomo che ti ha usato violenza—come se così facendo si potesse 'raddrizzare' quello che è successo," mi dice. "Definire 'stupro' uno stupro—chiamarlo per quello che è—significa ammettere che è successo qualcosa di orribile che ti ha cambiato per sempre la vita. E questo è molto difficile. Dopo un'esperienza traumatica una delle reazioni più comuni è far finta di niente—come se fosse possibile. A un certo punto però, ti accorgi che non puoi andare avanti così."

Quando Aspen ha capito che non poteva chiudere nel cassetto quello che le è successo ma doveva affrontarlo, ha abbandonato il college e ha iniziato a percorrere il Pacific Crest Trail. Il percorso inizia sul confine tra gli Stati Uniti e il Messico e si estende per più di 4.000 chilometri in direzione nord, passando per per la California, l'Oregon e lo stato di Washington, per concludersi sul confine canadese. Ha preso la decisione di partire dopo che il consulente psicologico dell'università, suo fratello e la sua stessa madre non le avevano dato alcun aiuto quando lei aveva tentato di aprirsi.

La cosa che mi sorprende di più di Matis è la sua capacità di capire gli altri e di perdonare. Quando le ho chiesto che reazioni hanno avuto i suoi famigliari al libro, mi aspettavo una risposta piena di risentimento. Invece ha sorriso. "È dura per mia mamma ammettere di aver fatto qualcosa che può avermi ferito," mi dice. Ad oggi, nessuno dei suoi fratelli ha mai fatto cenno al libro. "Deve essere difficile per loro," continua Matis, "non avere alcun controllo sulla propria immagine."

Matis spiega che è stata molto attenta a non fare nulla che potesse ferire la sua famiglia, evitando per esempio l'uso dei nomi reali. Ma non voleva nemmeno che la sua passasse per una famiglia di santi. "Non sono la PR della mia famiglia," chiarisce. Pubblicando le sue memorie voleva riuscire a donare un milione di dollari alla RAINN, un'organizzazione americana che si occupa di stupri, abusi, e incesti (una sezione sul suo sito è dedicata la raccolta fondi).

Inoltre, Matis continua a farsi portavoce del problema delle violenze sessuali nei college americani. Un anno fa è stata invitata a parlare al Colorado College, l'università che ha lasciato dopo che nessuno era riuscito a punire il suo stupratore—che era stato addirittura reinserito nel dormitorio dove stava anche lei. "I college vogliono mantenere pulita la loro immagine," mi dice Matis. "Preferiscono che nel campus rimanga qualcuno che stupra e mette a repentaglio la sicurezza di tutti, piuttosto che ammettere che è avvenuta una violenza." Comunque, è ottimista riguardo al futuro: molte donne l'hanno contattata per dirle che grazie a lei hanno avuto il coraggio di denunciare le violenze subite. Così, spiega Matis, "per la prima volta stiamo mettendo sotto pressione i college, li stiamo costringendo a rispondere."

Mentre era in viaggio, Matis ha conosciuto l'uomo che poi avrebbe sposato. Due anni prima della pubblicazione delle sue memorie, a tre anni dal loro matrimonio, lui l'ha svegliata teneramente prima di uscire per andare al funerale di un amico comune; Matis aveva deciso di non accompagnarlo. Lui non è mai tornato, ha rotto i ponti con lei, con i suoi stessi genitori e con ogni altro conoscente.

Ora le sue memorie stanno per diventare una serie tv, ma per sua scelta Matis è poco coinvolta nel progetto. Mi ha detto che ha completa fiducia nel produttore Dylan Hale Lewis. Al momento, è molto più impegnata a lavorare al suo primo romanzo, Cal Trask, che parla di una ragazza attratta dal fratello. Matis spiega che l'argomento centrale è "come possiamo alterare la nostra natura se ne prendiamo consapevolezza."

Matis parla come una persona sicura di sé, e spesso accompagna le sue risposte con qualche citazione. Durante il nostro incontro ha citato Shakesperare e Joan Didion. Mi ha anche confessato che ci sono lezioni su cui ha dovuto sbattere la testa più volte. Quando le ho chiesto a cosa si riferisse, mi ha risposto: "Che nel mio corpo sono al sicuro, che il mio lavoro verrà rispettato e che sono abbastanza forte da prendermi cura di me stessa."

La sue contraddizioni sono più che giustificabili. A 15 anni sua madre ancora la vestiva per andare a scuola, e quattro anni dopo si trovava a fare i conti con condizioni emotive estreme e nel contempo affrontava uno dei cammini più difficili d'America. Da sola. Nonostante tutto, sa di non aver ancora superato la cosa. "Non ne sono ancora fuori," mi dice. "Non se ne esce mai del tutto; devi solo imparare che la cosa più importante sei tu."

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