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música

A Milano la musica è poca e brutta

Perché, in quella che è considerata la città più internazionale d'Italia, l'offerta musicale fa così schifo?

di Francesco Birsa Alessandri
07 marzo 2013, 12:30pm

Milano è una strana città. Ci vivo da circa cinque anni, e da cinque anni mi sorbisco tutte le sonore fregnacce che residenti vecchi e nuovi si raccontano sul suo status di metropoli europea, di polo culturale, di capitale morale. Secondo questi racconti, qualità e diversificazione dell’offerta culturale dovrebbero essere pari a quelle di una qualsiasi grande città d’Europa. Si scomodano sempre le solite, quelle che piacciono tanto a chi le mette come città natali su facebook anche se ci ha passato giusto un paio di weekend ad agosto.

Mi sembrerebbe troppo semplice, però, sputtanare così in fretta dove voglio andare a parare. Bella forza, in Italia siamo indietro come le balle dei cani etc. etc. No. Dando però per assodato tutto questo, a me interessa riflettere sulle condizioni in cui versa una parte dell’offerta culturale della città di Milano, in particolare la musica, che mi sta a cuore perché ne è, o almeno dovrebbe esserne, il versante più frequentato da giovani e diversamente giovani. Mi interessa la questione applicata a Milano perché non solo è la città in cui vivo, ma anche l’unica in cui io mi sia imbattuto in contraddizioni così grosse ed evidenti. Soprattutto, mi pare quella in cui la malefica “pigrizia”—chiamiamola così—per cui non si sfruttano mai le opportunità, anche economiche, che un interesse culturale diffuso e variegato offrirebbe. Allo stesso tempo si pretende, e si finge anche, di averne lo stesso tutti i vantaggi. Mi spiego meglio: tanto per fare io stesso paragoni con quelle città in cui ci si fanno le foto, a Berlino si sono accorti da tempo che la club culture fa battere cassa, e ci hanno proliferato per anni interi. Perfino troppo, visto il recente decollo delle tasse sui diritti d’autore. Proprio Berlino, però, ha anche tutta una serie di problemi legati al suo stesso stauts di mecca hipster, mentre a Milano fattori simili hanno generato risultati completamente diversi.

In primo luogo, bisogna considerare che l’industria del divertimento applicata alla vita di una città è una delle cause principali della gentrification: a Berlino stanno rapidamente arrivando allo stremo, e non si contano le reazioni, anche violente, da parte della cittadinanza più politicizzata... abbastanza legittimo quando casa tua si trasforma, da crocevia per gente creativa a sfondo di instagram per teste di cazzo. Milano è completamente diversa: qui le cose hanno saltato un passaggio fondamentale. Vediamo perché.


Importantissimo elemento, ancorché risaputo: l’Italia è un paese di vecchi, e le metropoli non fanno eccezione. Questo comporta che ogni tipo di aggregazione un minimo rumorosa si trasformi in pericoloso terrorismo. Ne ho parlato qualche mese fa riguardo alla movida di Bologna, che sarebbe anche la città più “giovane” d’Italia—almeno secondo gli ultimi luoghi comuni di cui sono a conoscenza. In tutto il Paese, il divertimento è qualcosa che si vuole rimuovere dalla vita della città, ma la cosa veramente stupida di Milano è che si è convinti comunque di sfruttarne il potenziale. La pigrizia di cui sopra, appunto: la vita del cittadino milanese del centro è una contraddizione infinita per cui è bello abitare lì dove ci sono i locali e c’è l’aperitivo però dovete fare meno casino, cazzo. Questo in una città praticamente senza quartieri, un marasma monotono organizzato in cerchi concentrici in cui il livello dei servizi diminuisce progressivamente insieme al prezzo degli affitti. Le due cose non sono neanche troppo proporzionali tra loro, in realtà.

Un sistema già piuttosto oppressivo, che si cerca addirittura di inasprire precludendo sempre di più l’accesso al centro alle fasce di reddito non ricche, oltre che meno anziane. Questo, però, non ha fatto nemmeno in modo che si creassero quartieri “alternativi” al centro, ad alta concentrazione di vita notturna, magari affiancata/generata dal basso costo degli affitti. Non mi vengono molte spiegazioni in merito, se non che tendenzialmente milanesi indigeni e acquisiti hanno il culo pesante e non gli fa figo dire di vivere fuori dal centro.

Alla regola dei non-quartieri, però, fa eccezione quell’area compresa tra porta Garibaldi e viale Marche e che tendenzialmente risponde al nome di Isola. Un tempo caso piuttosto unico di quartiere rimasto popolare nonostante la vicinanza col centro, è il motivo stesso per cui sostengo che a Milano sia stato saltato un passaggio. In pochi anni, infatti, chi viveva lì si è trovato di colpo aggredito da palazzinari infoiati e da un paio di amministrazioni comunali in delirio cementifero da Expo, senza che prima si verificasse sul serio la “consueta” colonizzazione di artistoidi, studenti e nightlife. Non dico che sarebbe stato giusto così (anzi); più semplicemente, è il ciclo naturale delle cose. Nonostante questo, c’è comunque chi sostiene che in Isola ci siano una nightlife da paura e una fervida vita culturale: come chi recentemente l'ha descritto il quartiere “più hipster” di Milano, focolaio di intrattenimento “ di nicchia”. Inutile ripetere che si tratta di cazzate. Si direbbe quasi che le abbia scritte proprio per legittimare la colonizzazione ricca del quartiere: insomma, fare finta che sia un quartiere “in crescita” spontanea invece che uno a cui la crescita è stata imposta con una serie di calci al culo, sacrificando, ad esempio uno luogo come La “Stecca” che era stato brevemente riqualificato proprio come punto di aggregazione e cultura. 

Anche qua si è cercato di vendere l’immagine senza che ci fosse niente a supportarla, se non un paio di posti carini in cui prendere l’aperitivo (e che cojoni sto aperitivo). La cosa più hipster vista in in Isola sono un paio di vecchi intellettualoidi di sinistra coi soldi che si sono comprati l’appartamentino lì perché fa caratteristico.

Hip o meno, non ci sono comunque neanche lì i presupposti perché ci sorga almeno un club serio, in grado di valorizzare come si deve la musica che propone. Lo stesso vale per alcune zone di periferia che stanno iniziando già a vivere l’incubo della cementificazione pro-expo, passando dal noioso all’invivibile con un grosso balzo.

Persone che non c'entrano un cazzo l'una con l'altra. 

Il problema ha anche altre radici. Per tanto tempo la colpa si è data all’amministrazione Moratti. Verissimo, quella giunta, è stata colpevole di una repressione feroce e senza senso, consolidando il modello di città di cui parlavamo prima. Una volta caduta questa, è arrivata la fantomatica “liberazione arancione”, ma tuttora dobbiamo vederne gli effetti. Ad ogni modo, è fin troppo comodo prendersela col comune e con le autorità quando l’atteggiamento di gestori di locali, promoters, perfino musicisti e, cristo, DEL PUBBLICO fa cacare. Il mix di ostracismo delle istituzioni e crisi economica, per carità, ti costringe a dover sopravvivere in maniera poco dignitosa ma in questi anni ho fatto esperienza di una micragnosità davvero unica da parte di troppi.

Iniziando dai gestori: troppo spesso sono i primi a mancare di rispetto nei confronti della musica e dei musicisti, e non ce l’ho tanto col fatto che l’80 percento degli impianti in Italia fanno schifo e sono incapaci di restituire un suono in maniera ottimale. Troppo spesso è più per mancanza di effettivo interesse che di soldi. Il punto, piuttosto risaputo, è che a Milano la gente non esce per ascoltare musica, non esce nemmeno per ballare. Non è una colpa solo del mainstream o del fighettume pretenzioso, non è nemmeno un vizio esclusivo dei presenzialisti malati di last night party e roba simile. Non è neanche colpa del rimorchio a tutti i costi, della droga (ne girasse di più sarei felice come una pasqua), o dell’alcolismo. Pure i circoli più sperimentali e underground sono vissuti come una socialità fatta di saluti ai conoscenti e della scena giusta in cui piazzare il proprio ego per dargli una verniciata di dignità. Senza troppa militanza, però, che significherebbe crederci davvero. Anche qua, si vestono le proprie serate con la farsa che qualcosa di rilevante stia succedendo in città, più comodo a dirsi che a viversi sul serio. Tutti poser e manco hipster, per quanto questi termini facciano schifo.


Via.

Quella che ne esce mortificata è la musica, modaiola o meno, nuova o meno, non importa. Di fatto si trova tutta schiacciata tra i dj set ironici che fanno “divertire” gli scemi, e le mode bollite di anni spacciate per avanguardia da qualcuno a cui frega più di passare per uno che suona che di suonare davvero. In tutto ciò fa anche pena vedere come troppi promoter/organizzatori di serate si facciano tra loro una guerra da pidocchiosi per la supremazia di qualcosa che non esiste, e che ancora meno esisterà se non saranno capaci di rendersi conto che di un’offerta variegata e in cui tanti hanno spazio, sarebbero loro i primi a beneficiare. Purtroppo questa è stata per troppi anni la città in cui eventi underground “di una certa levatura” si facevano in posti insensati come il Magnolia, in cui ha comandato per anni l’“esserci” stoppaccioso di rockit, regno supremo dell’autoreferenzialità musicale.

Ma la parte veramente triste di tutto questo, almeno dal mio punto di vista, è che più morta di tutte è l’alternativa vera, quella che in teoria doveva rispondere a logiche completamente diverse da quelle a cui rispondono i locali di professione. Parlo dei centri sociali, ovviamente. Altra (anzi, principale) vittima del fascismo morattiano, oltre che parte di un movimento che è sempre più incapace di stare a contatto con la realtà e rispondere alle esigenze di tempi che cambiano. L’autogestione ha le gambe spezzate e i c.s. sono sempre meno. L’unico rimasto, tra quelli di buona volontà, a potersi permettere una certa quantità di “intrattenimento” è il Leonkavallo, costretto a sua volta a comportarsi il più possibile come un locale vero e proprio, secondo una logica di mercato tutta sua, ma sempre di mercato. Difficile sia fargliene che non fargliene una colpa.

Ho già scritto tempo fa che l’Italia somiglia sempre di più a un Paese in cui ci si sporca più la lingua che le mani. Lo penso ancora e la questione della musica a Milano sembra la cartina al tornasole perfetta. Ed esattamente come tante altre questioni, siamo allo stadio terminale, vicini a un’implosione clamorosa e tristissima. Può sembrare una questione minore, a fronte della merda in cui siamo fino al collo in tutte le cose che contano, ma io credo che proprio questo continuo minimizzare e trascurare, questo lassismo nei confronti della cultura popolare sia una delle cause principali della morte cerebrale diffusa. La mancanza di possibilità in cui far vivere la musica non è che l’aspetto più tangibile, e una città come Milano non può permettersi questo vuoto, pena lo sprofondamento definitivo.



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