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Cosa succederebbe se tutti gli immigrati lasciassero all'improvviso l'Italia?

I temi portanti delle campagne anti-immigrazione sono sempre gli stessi: lavoro, crisi e sicurezza. Ma cosa succederebbe veramente se gli stranieri decidessero di fare le valigie e lasciare l'Italia? L'abbiamo chiesto a un'esperta.
4.6.14

Grafica di Armando Aiello.

Qualche settimana fa, in piena campagna elettorale per le Europee, la Lega Nord ha realizzato uno spot anti-immigrazione ingaggiando alcuni cittadini stranieri e facendogli recitare un appello ai connazionali per dissuaderli dal “venire in Italia a fare la fame”: “Questo è un Paese che sta attraversando una gravissima crisi economica," spiegavano, "le cose vanno male da anni anche per noi immigrati.”

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Nonostante il partito di Salvini parli di invasione, in realtà il nostro Paese non sembra più essere una meta troppo appetibile per i migranti. Al primo gennaio 2013 la popolazione straniera in Italia è stata stimata dalla Fondazione Ismu in 4 milioni e 900mila, il 6 percento dei quali irregolari. Secondo l'ultimo Rapporto annuale dell'Istat, nel 2012 gli ingressi sono stati 321mila, ben il 27,7 percento in meno rispetto al 2007.  Anzi, sono sempre di più gli stranieri che decidono di lasciare l'Italia e sempre meno quelli che iniziano la procedura per essere regolarizzati. Insieme alla Spagna, siamo una delle nazioni Ocse in cui il flusso migratorio ha avuto una maggiore flessione, registrando una diminuzione del 19 percento tra il 2011 e il 2012. Gli stranieri preferiscono stabilirsi in Germania, oggi seconda solo agli Stati Uniti per numero di immigrati "permanenti" (nel 2009 era all'ottavo posto).

Senza scomodare chi ritiene “drammaticamente evidente che una visione multiculturale e multirazziale della società non è praticabile,” probabilmente qualcuno alla vista di questi dati avrà tirato un sospiro di sollievo. Sono in parecchi, infatti, a essere convinti che non ci sia posto per gli stranieri, tanto più che in tempi di crisi “ci tolgono il lavoro” e soldi destinati all'assistenza.

Ad alimentare il sentimento di preoccupazione in Italia contribuiscono anche gli sbarchi sulle coste. Tra la strenua difesa dei respingimenti da parte della Lega, gli slogan "meno clandestini, più sicurezza" di Ncd, e il simulato sbarco di "italiani discriminati" messo in atto da Fratelli d'Italia a Catania, i leitmotiv i sono stati sempre gli stessi: lavoro, crisi e sicurezza. Un'idea che recentemente sembra esplosa in tutta Europa, con l'affermarsi alle ultime elezioni di partiti di estrema destra e spiccatamente anti-immigrazione.

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Ma cosa succederebbe se gli stranieri accogliessero l'appello della Lega e improvvisamente decidessero di fare le valigie e lasciare l'Italia? L'ho chiesto a Valentina Brinis, sociologa e autrice, insieme a Luigi Manconi, di un saggio sul tema.

VICE: Giornalmente arrivano notizie di nuovi sbarchi di clandestini sulle coste. Stiamo davvero subendo un'invasione da parte degli immigrati?
Valentina Brinis: Non direi. Su una popolazione di 60 milioni di abitanti solo 5 milioni sono stranieri. Tra l'altro l'Italia è il paese che in Europa conta meno rifugiati e richieste di protezione internazionale. Da noi sono 65mila, in Germania sono 600mila a fronte di una popolazione di 80 milioni di persone. Spesso la parola 'invasione' viene usata—specialmente da certi partiti politici—quando si sente parlare di sbarchi, che sono un fenomeno minore ma incrementano la percezione dell''invasore." Il problema è che da quando l'Italia si è trovata a dover gestire il fenomeno migratorio non è mai stato messo a punto un piano d'accoglienza vero e proprio. Né la legge Turco-Napolitano del 1998, né tanto meno la Bossi-Fini del 2002 hanno consentito una pianificazione dei flussi d'ingresso.

Cosa succederebbe se questi cinque milioni di stranieri andassero tutti via dall'Italia?
Il primo effetto sarebbe sicuramente di carattere demografico. Dobbiamo considerare che la nostra popolazione è composta per un quinto da persone dai 65 a 100 anni o più. E a collocarsi in questa fascia sono esclusivamente gli italiani, mentre gli immigrati rientrano soprattutto in quella tra 0 e 30 anni. Anzi, la maggior parte di loro sta sotto i 25. Secondo i dati del censimento generale del 2011, in Italia le persone che si trovano nella fascia 100-105 anni sono circa 15 mila, e 503 mila quelle che hanno compiuto tra i 90 anni e un secolo.

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La nostra è una popolazione che può definirsi 'giovane' proprio grazie alla presenza straniera: sia per i bambini che nascono in Italia figli di immigrati, ma anche perché chi arriva dall'estero è prevalentemente giovane. L’immigrazione ha un ruolo centrale nel ridurre l’invecchiamento generale della popolazione.

Saremmo tutti vecchi e senza badanti, immagino. Ma non potremmo risolvere il problema dell'invecchiamento della popolazione facendo più figli?
Sì, per esempio mancherebbero le badanti. Comunque, in teoria potremmo aumentare le nascite. Ma ci sono altri fattori da considerare, tra cui la crisi. Con il nostro welfare dissestato fare più figli potrebbe costringere molte famiglie a diventare monoreddito o a ridurre sensibilmente le entrate. E non è una situazione che, al momento, risulta sostenibile.

Foto di Marco Valli.

E sull'economia una "fuga" degli immigrati che ricadute avrebbe?
È indubbio che interi settori della nostra economia siano per buona parte sorretti dal lavoro degli stranieri. Parliamo per lo più di mansioni prevalentemente non qualificate, è vero, ma fondamentali. Se venissero a mancare gli immigrati che le svolgono probabilmente quei settori crollerebbero a picco. Vengono dall'estero il 77 percento delle badanti, più della metà degli addetti alle pulizie privati e pubblici, oltre un quarto dei lavoratori edili, quasi un terzo dei braccianti agricoli. E poi ambulanti, pizzaioli. Sono mansioni alla base di grandi settori.

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Non potrebbero essere ripristinati dagli italiani e abbattere il problema della disoccupazione? Nel nostro Paese oggi si contano circa 6,3 milioni di senza lavoro.
No, non credo. Principalmente perché, come dicevo, gli stranieri si collocano nei settori non qualificati, spesso pur avendo conseguito lauree e diplomi nel loro Paese d'origine. Spostandosi sono andati a svolgere davvero lavori che gli italiani non fanno più. E questa non è una frase fatta, è un fenomeno che si può leggere andando a guardare la nostra storia da 40 anni a questa parte. Dipende dall'innalzamento del livello d'istruzione degli italiani, dalla crescita delle loro ambizioni. Anche in tempo di crisi il ritorno a quel tipo di lavoro poco qualificato è raro.

Questa competizione per i posti di lavoro di cui tanto si parla esiste solo in maniera più che ridotta.  Senza contare che, ad esempio, il seppur minimo fenomeno delle piccole imprese con titolare straniero non ha rappresentato un fattore di concorrenza nociva per le piccole aziende italiane, bensì un fattore di dinamizzazione del mercato e di più ampia offerta di servizi.

Perché attiriamo solo questo tipo di lavoro non qualificato? In Inghilterra e in Francia non credo sia così.
Il problema è che il nostro sistema economico e industriale non si è mai evoluto negli ultimi 30 anni e cerca lavoratori non qualificati. Ed è lì che vanno ad inserirsi gli immigrati che, a conti fatti, lo sorreggono. Ovviamente però l'Italia deve rendersi conto che andremo sempre più incontro a un lavoro qualificato degli stranieri, specialmente, per esempio, di quelli che sono nati in Italia. Così come avviene già in altre nazioni. Queste persone potrebbero dare un altro tipo di apporto alla nostra economia, vecchia come la nostra popolazione. Ci sono delle nazionalità e comunità che oramai sono presenti in Italia anche da 30 anni, che hanno ottenuto la cittadinanza, hanno creato reti sociali. È ovvio che andranno a ricoprire ruoli diversi. Saranno nuovi lavoratori specializzati. Per adesso, però, parliamo di un numero ridotto.

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Invece garantire assistenza agli immigrati non toglie risorse agli italiani?
Qui va fatto un distinguo. Gli immigrati regolari pagano le tasse, contribuiscono e hanno i nostri stessi diritti. Per gli altri, in generale, non è che parliamo di grandi richieste di servizi e grandi cifre. La maggior parte dei richiedenti asilo sceglie l'Italia come Paese più vicino ma non ha intenzione di restare proprio perché il nostro welfare è in crisi.

Il nostro Sistema sanitario assicura, ad esempio, assistenza a chi non è regolare con una tessera che si chiama Stp (Straniero temporaneamente presente). Ma stiamo parlando di persone che fuggono dal loro Paese d'origine per rivendicare un diritto d'asilo, e l'Italia, avendo aderito anche a convenzioni internazionali, non può sottrarsi. Ci sono argomenti economici che cadono, se messi di fronte alla richiesta di diritti.

Cosa pensi delle politiche anti immigrazione? L'Italia non potrebbe guadagnarne in sicurezza? Tutti gli immigrati che arrivano rischiano di diventare facile preda per la criminalità. 
Le politiche del "respingiamoli tutti" sono assolutamente irrealizzabili. A meno che non si intenda sul serio investire nella cooperazione internazionale per aiutare queste persone "a casa loro." Ma stiamo parlando, comunque, di qualcosa fuori dalla storia. I flussi migratori sono vecchi quanto l'uomo. Quello che muta nel corso dei secoli  e dei millenni è la direzione, che dipende da molte ragioni—tra cui quella economica.

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Per quanto riguarda il problema della sicurezza, c'è un dato di fatto da non dimenticare: è nell'irregolarità che si delinque di più. Le politiche di chiusura e respingimento non funzionano. Non hanno mai funzionato e sono contrarie alle esigenze della nostra società: sono costose e favoriscono la criminalità. Bisognerebbe agire per introdurre delle norme che facilitino un inserimento, ad esempio il visto d'ingresso per ricerca di occupazione.

Chi viene in Italia per lavorare, comunque, per la maggior parte dei casi si affida a una rete di connazionali.

Foto di Marco Valli.

Nell'avvenire cosa dobbiamo aspettarci in termini di flussi migratori? Le statistiche dicono che c'è stato un calo del numero di migranti verso il nostro Paese.
Sì, i flussi stanno diminuendo. Dal 2009 ad oggi la popolazione straniera è cresciuta a un ritmo sempre meno sostenuto. Uno dei motivi di questo calo è sicuramente il persistere della crisi economica. Ad essere crollata più che altro è, infatti, la migrazione per motivi lavorativi. È c'è anche una percentuale di persone che sta lasciando l'Italia. Nel 2011 circa 200mila stranieri hanno spostato la loro residenza all’estero. Ma il fatto che il flusso stia calando non vuol dire che si azzererà. O, per lo meno, non adesso. Il nostro Paese potrebbe benissimo essere meta di immigrazione per altri 30 anni e poi essere escluso dal fenomeno.

Ma tu oggi lo vedresti un paese senza immigrazione?
Un paese senza immigrati è difficile da immaginare, a meno che non parliamo, non so, della Corea del Nord. Non mi sembra comunque una condizione desiderabile e i motivi sono quelli che ti ho detto: problema demografico, lavoro. Sarebbe un paese isolato e fuori dalla storia, non so come potrebbe andare avanti. Senza contare che il fenomeno migratorio è strutturale, ha comportato un'evoluzione della nostra società. Se domani mattina ci alzassimo e tutti gli stranieri fossero spariti non credo che passerebbe inosservato. A partire dalle cose più ovvie: dove sarebbero la maggior parte dei collaboratori domestici, degli operai, dei braccianti, dei pizzaioli?

Quindi, secondo te, gli stranieri non solo dovrebbero restare, ma dovremmo sforzarci di mettere in atto politiche inclusive.
Sì. E ripeto: bisogna favorire la regolarizzazione, garantire i diritti di cittadinanza, incentivare l'integrazione. Smettere di vivere l'immigrazione come un problema. E non tanto per "buonismo" o solidarietà, ma perché conviene anche a noi.

Segui Claudia su Twitter: @clatorrisi