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stili di gioco

In ginocchio davanti a Pirès

Chi è Robert Pirès, uno dei più forti giocatori di fascia di sempre, che faceva cose bellissime correndo con i piedi a papera e che giocava con l'aria distinta e leggera di uno finito in campo per caso.
28 novembre 2013, 10:14am

Lo scorso lunedì (25 novembre 2013), a pochi giorni dalla partita di Champions League con l'Olympique Marsiglia, sul campo di allenamento dell'Arsenal sono stati avvistati Thierry Henry e Robert Pirès. Di fronte all'eccitazione dei giornalisti Wenger ha escluso la possibilità di vederli di nuovo in campo, insieme, dieci anni dopo la stagione degli “invincibili” (2003/4).

Ma Titì ha già avuto il suo comeback un anno fa (se è per questo anche Sol Campbell ha avuto il suo, nel 2010) e per vederlo ancora in azione basta guardare l'MLS. Pirès invece è senza squadra da due stagioni, per cui è un peccato soprattutto per lui_._Già verso la fine di settembre era stato visto sul terreno di Colney correre con Ozil e gli altri, e Wenger aveva detto subito: "No, no. Robert Pirès non si unirà alla squadra, è nato nel 1973 Robert Pirès. È ancora in forma, è un gran giocatore, e siamo contenti si alleni con noi." Ma niente di più.

Magari è una mia impressione che non ha riscontro nella realtà, ma credo che il ricordo di Pirès, la sua importanza in _quell'_Arsenal, e in generale nel calcio di inizio secolo, possa venire sminuita dal fatto che insieme a lui giocavano Henry e Bergkamp. Pirès è stato decisivo quanto loro nel rivoluzionare i nostri gusti calcistici. Il paragone regge fino a un certo punto, ma certe corse di Pirès palla al piede mi hanno fatto pensare che potrebbe essere considerato una specie di antenato di CR7. Per chi non avesse presente di cosa sto parlando, quello qui sotto è il gol del 6-1 contro il Southampton alla penultima di campionato della stagione 2002/3.

I gol che preferisco non sono quelli che mi fanno pensare “come ha fatto”, ma quelli “come gli è venuto in mente.”

Prima di andare avanti però devo dire che quando avevo 13 anni ho conosciuto Robert Pirès e che forse è per questo che sono così legato al suo ricordo. Era il 1994 ed eravamo nello stesso albergo di un centro sportivo in Emilia Romagna (Sportilia, che è il posto dove adesso si preparano gli arbitri dell'AIA). Pirès era in ritiro con il Metz, aveva 21 anni ed era appena finita la sua prima vera stagione tra i professionisti. Questo è uno dei campi di Sportilia:

Guardando Usa '94 in sala tv ho fatto amicizia con un calciatore del Metz che conosceva qualche parola d'italiano e che faceva uno sforzo per parlarmi; dopo l'estate mi ha persino spedito a casa una sua maglia, ma purtroppo non ricordo come si chiamasse. La maglia era del Manchester United, dato però che tutti i miei tentativi di risalire a lui sono caduti nel vuoto (avevo completamente dimenticato tutto l'episodio e so solo che parlava un po' italiano—aveva giocato in Italia?—aveva una trentina d'anni ed era il numero 10) non posso sapere se magari in passato aveva giocato a Manchester o quella maglia era “sua” nel senso che l'aveva posseduta. Ad ogni modo una sera mi ha presentato Pirès dicendomi: "Questo è un campione, sentirai parlare di lui."

Così sono andate le cose, non ricordo il nome di quello con cui parlavo tutte le sere ma ricordo Pirès in ciabatte da piscina perché quell'altro mi ha detto che era un “campione” e io ero abbastanza piccolo da credergli e restarne impressionato.

E adesso posso dire di aver guardato Usa '94 con uno dei nazionali francesi che avrebbe vinto il Mondiale nel '98.

Nato in Francia da un operaio portoghese (Antonio) e una donna delle pulizie spagnola (Mabel), Pirès ha vinto il Mondiale '98 e l'Europeo 2000, prima cioè di andare all'Arsenal e diventare una leggenda. La sua autobiografia si chiama Les canards ne savent pas tacler perché in effetti ha i piedi a papera: "Se i miei piedi fossero le lancette di un orologio segnerebbero sempre le dieci meno dieci. Ma un giorno mi sono accorto che avere i piedi troppo aperti mi permetteva di dare un effetto maggiore alla palla rispetto ai miei compagni." Secondo Wenger era un talento naturale: "Qualsiasi cosa facesse sembrava facile, niente di speciale. Correva strano, con i piedi larghi, ma quando gli arrivava la palla si trasformava in un ballerino."

È arrivato al Mondiale del '98 dopo tre stagioni da sogno con il Metz. Coppa di Lega nel '96 (qui Pirès rimane in mutande dopo i festeggiamenti) e la vittoria del campionato '97/'98 sfumata solo per la differenza reti peggiore rispetto a quella del Lens a pari punti (dopo aver perso lo scontro diretto, in casa, a quattro giornate dalla fine). Con la maglia della Francia numero 11 ha giocato pochi minuti nel girone ed è entrato a inizio secondo tempo, al posto di Henry infortunato, nell'ottavo di finale contro il Paraguay. A cinque minuti dal termine dai supplementari ha crossato lui la palla del golden goal di Blanc, dopo la sponda di petto di Trezeguet. Poi è tornato Zidane, espulso contro l'Arabia Saudita, e Pirès non è più entrato in campo.

Dopo il Mondiale è stato invitato all'Eliseo insieme al resto della squadra per ricevere la Legion d'Onore. "Io, lo sporco portoghese, figlio di immigrati, il cancro del sistema educativo nazionale, decorato dalla Repubblica Francese," ha raccontato a FourFourTwo. "Mi sono nascosto nel giardino e ho telefonato ai miei: 'Indovinate da dove sto chiamando? Dall'Eliseo. Sto da Chirac!' Antonio e Mabel sono stupefatti e mi chiedono una cosa essenziale dal loro punto di vista: 'E com'è casa sua? È bella?'." L'Olympique Marsiglia lo acquista per 5 milioni dal Metz, che una volta partito Pirès comincerà una lenta discesa e nel giro di dieci anni si ritroverà a giocare in terza divisione (quest'anno finalmente sono riusciti a tornare quanto meno in Ligue 2).

Stagione '97/'98. Io scelgo il gol al minuto 1.35.

Il primo anno all'OM Pirès ha perso di nuovo per un soffio il campionato (il Bordeaux è arrivato un punto sopra grazie a un gol a un minuto dalla fine dell'ultima giornata di campionato) e soprattutto la finale di Coppa Uefa contro il Parma. "Potevamo vincere tutto o perdere tutto. Abbiamo perso tutto. Questo è il calcio. La stagione successiva abbiamo fatto tanti cambiamenti che hanno influito negativamente." L'anno dopo (2000) il Marsiglia arriva terzultimo con gli stessi punti del Nancy e si salva solo per i due gol in più di differenza reti, quanti ne ha segnati quell'anno Pirès in 32 partite.

Si è rifatto però all'Europeo belga/olandese di quell'estate, giocando poco più di due ore e un quarto in totale ma assicurandosi un posto nella storia del calcio francese grazie all'assist per il golden goal di Trezeguet in finale contro l'Italia. Cannavaro passa una palla orribile ad Albertini che non controlla, la recupera Pirès che minacciando il dribbling verso l'interno ha saltato prima l'uno poi l'altro. Una volta sul fondo ha messo una palla all'indietro che ha rimbalzato giusto un attimo prima di incontrare il collo di Trezeguet. Pirès non ha esultato: "Mentre David, fronte alla camera, corre verso la panchina io cammino dietro la porta italiana, fuori dall'inquadratura. Il rumore, la stanchezza, l'emozione mi hanno fatto sprofondare in un buco nero. Stavo vivendo il momento più forte della mia carriera e l'emozione mi ha pietrificato." (Prima della finale si era fatto crescere un pizzetto lungo e stretto al centro del mento, una cosa tra lui e Anelka: "Volevamo fare una cosa stupida, non ricordo lui che ha fatto, io ho fatto questo. Tornato all'Arsenal hanno cominciato a chiamarmi D'Artagnan e sembrava piacesse a tutti.")

Lo so, fa ancora male.

Pirès a questo punto ha quasi 27 anni e Marsiglia sembra una strada senza uscita (io avevo appena finito il liceo e non avevo notato che il passaggio per Trezeguet lo aveva fatto il tizio in ciabatte che avevo conosciuto anni prima); lo vuole il Madrid ma lui ascolta Arséne Wenger che lo sceglie per sostituire Marc Overmars: "Quando l'ho comprato stava vivendo un incubo in Francia. Molte persone pensavano avessi fatto un pessimo acquisto e qualcuno diceva che lo avrei mandato indietro a dicembre." Il passaggio al calcio inglese è traumatico: "Ricordo quello che mi ha detto Wenger prima della mia prima partita contro il Sunderland, fuori casa: 'Ti lascio in panchina così puoi vedere com'è il calcio inglese.' Dopo venti minuti stavo già pensando: Che ci faccio io qua?" Pirès dice, sempre a FourFourTwo, che ha capito che le cose sarebbero andate bene quando ha segnato il suo primo gol, contro la Lazio: "Se sei il nuovo attaccante della squadra la gente si chiede: quando inizierà a segnare?" (quindi Pirès si vede come un attaccante).

Lentamente si è adattato al gioco più verticale e ha messo su qualche chilo. Anche se il suo primo anno non è stato eccezionale si può dire che almeno sul piano simbolico la leggenda di Pirès è cominciata il 31 marzo 2001, il giorno in cui un grande numero 7 del passato recente dell'Arsenal, David “Rocky” Rocastle (miope ma non lo sapeva, dribblava a testa bassa finché qualcuno dello staff ha avuto l'idea di portarlo a metà campo e chiedergli se vedeva la porta, allora ha iniziato a mettere le lenti e il suo gioco è migliorato), è morto per un linfoma di Hodgkin a 33 anni. Quel giorno in programma c'era il derby con il Tottenham (il minuto di vero silenzio prima della partita fa venire la pelle d'oca) e Pirès ha segnato il gol del vantaggio con un tiro a giro strettissimo sul secondo palo.

The day Rocky died.

Miglior Giocatore della Confederations Cup 2001, nella stagione 2001/2 Pirès ha segnato alcuni grandi gol tra cui la volée contro il Middlesborough (simile a questo di Cantona) e quello che secondo me è il suo gol più bello in assoluto, contro l'Aston Villa. Un pallonetto di piatto a Peter Schmeichel, con Schmeichel che è in piedi e neanche troppo fuori dalla porta; dopo aver  scavalcato al volo un difensore alle sue spalle, trasformando in un'occasione da rete un lancio lungo verso l'esterno con cui qualsiasi altro giocatore non avrebbe fatto un bel niente.

Un'altra categoria di gol che apprezzo particolarmente sono quelli in cui la preparazione è più bella dell'esecuzione.

Nel suo momento migliore, a marzo 2002, Pirès si rompe i legamenti e l'infortunio gli impedisce di partecipare al Mondiale in Corea del Sud e Giappone. Nonostante ciò, dato che la situazione politica in Francia è in bilico tra Chirac e Le Pen, è intervenuto nel dibattito pubblico minacciando, in caso di vittoria dell'estrema destra, un eventuale boicottaggio del Mondiale da parte giocatori che come lui avevano radici al di fuori della Francia. "In quanto giocatori di calcio abbiamo la responsabilità di mostrare al popolo che di fronte a un pericolo del genere bisogna reagire rapidamente." Oppure: "Magari sono timido, ma cerco di essere un bravo cittadino. Alzo la voce solo per difendere i valori in cui credo." Le elezioni poi le ha vinte Chirac e la Francia campione in carica è uscita dal Mondiale arrivando ultima con un punto in un girone non impossibile con Senegal, Uruguay e Danimarca. (Che Pirès abbia una coscienza sociale lo si capisce anche un anno dopo, quando protesta contro la guerra in Iraq).

Ad ogni modo la stagione 2001/2 è un trionfo: l'Arsenal vince campionato e Fa Cup e nonostante Pirès abbia saltato gli ultimi due mesi della stagione viene votato Miglior Giocatore del Campionato dalla Football Writers Association (ha contribuito con nove gol e soprattutto 16 assist, più di tutti quell'anno in Premier League). Al momento della consegna del trofeo, quando Pirès sale sul palco, i suoi compagni si inchinano in suo onore. Rientra in campo a ottobre 2002, ci mette un po' a tornare al meglio ma conclude la stagione con il gol della vittoria in finale di FA cup. L'Arsenal vince il terzo (e, per il momento, ultimo) scudetto dell'era Wenger nella stagione 2003/4 ed entra nella leggenda per una striscia di 49 partite consecutive senza perdere. Pirès ed Henry segnano 58 gol contando anche le coppe. Pirès da solo, in campionato, ne ha segnati 14 a cui vanno aggiunti sette assist (qui c'è una compilation). Nei sei anni passati a Londra ha segnato un totale di 84 gol.

Nel 2006 l'Arsenal non ha fatto eccezioni alla propria politica, offrendo un solo anno di contratto a Pirès che ne aveva 33. Lui dice di aver capito di non godere più della fiducia dell'allenatore (e di aver quindi deciso di accettare l'offerta del Villareal) quando è stato espulso Lehman al diciottesimo del primo tempo in finale di Champions League e Wenger, costretto a far entrare il secondo portiere Almunia, ha scelto di sostituire lui. "Quando ho visto il mio numero sono morto. Non avrei ucciso Wenger, ma Lens? Certo, avrei ucciso il tedesco, maledetto! È stato il momento peggiore della mia carriera. Quando ho visto il mio numero ho pensato, No, non è possibile." L'ultima partita di Pirès con la maglia dell'Arsenal sono quei 18 minuti nella finale di Parigi: "C'era tutta la mia famiglia allo stadio." (Io ero in Erasmus a Parigi quell'anno e la notte prima della finale sono stato svegliato da tifosi inglesi in strada che cantavano “José Antonio/ José Antonio” in onore di Reyes, mi sono affacciato alla finestra e ho gridato “Pirès!”, quelli hanno esultato e io sono tornato a letto).

Anni dopo Wenger lo ha incluso nella sua formazione ideale: "Secondo me era il migliore al mondo nel suo ruolo, a centrocampo a sinistra. Ricordo certe partite, aveva la palla tra i piedi e semplicemente saltava tutti e faceva un assist o un gol. Era così forte... È stato un grande acquisto, e anche un bravo ragazzo." Al Villareal di Pellegrini Pirès ha compensato il calo fisico, dovuto anche a un secondo infortunio ai legamenti, con l'intelligenza e la classe. Ha giocato altre cinque stagioni ad alto livello arrivando per la settima volta in vita sua secondo in campionato, nel 2008, dietro al Real Madrid (qui c'è il giorno in cui è tornato all'Emirates da avversario: lo speaker lo annuncia, la gente applaude). In Nazionale, dopo il deludente Europeo del 2004, è finito fuori dalla squadra di Domenech, appassionato di astrologia, che non voleva uno scorpione in squadra.

L'idea originale di battere il rigore a due è stata di Henry, che dopo la partita ha commentato: "Però non faceva parte dell'idea che la gamba di Robert si addormentasse."

Pirès ha comprato un appartamento nel complesso residenziale sorto al posto di Highbury: "Ne ho scelto uno semplice. Dovevo comprarlo, per tutto quello che abbiamo fatto in quel luogo, per quello che rappresenta Highbury. L'altro giorno quando ci sono andato mi sono quasi messo a piangere. Guardi il campo, che adesso è un giardino. E se pensi a quello che una volta c'era lì..." In questo momento è in attesa dell'inizio di un nuovo campionato indiano (che dovrebbe svolgersi tra gennaio e marzo 2014, per ora circolano i nomi di Crespo, Ljungberg e York, tra gli altri) per cui dice di essere già nella lista del draft. Intanto fa il commentatore per la tv francese e l'ambasciatore dell'Arsenal in giro per il mondo. Si gode la vita con la sua splendida seconda moglie e ogni tanto va allo stadio con il figlio, in sciarpa e cravatta bianche e rosse. È strano guardare Pirès vestito bene e pensare che come la maggior parte dei calciatori non ha studiato e non è di buona famiglia, che è solo un uomo ricco che una volta giocava bene a calcio. Sta lavorando, è lì per rappresentare il club in cui ha giocato, i successi legati al “suo” periodo, ma una leggenda rappresenta soprattutto se stessa.

La leggenda di Pirès è quella di uno dei più forti giocatori di fascia di sempre che faceva cose bellissime correndo con i piedi a papera, che giocava con l'aria distinta e leggera di uno finito in campo per caso. Come quando lo scorso agosto, in vacanza in Grecia, Pirès si è seduto in tribuna a guardare la partita tra Storm Rafina e AO Mykonos, la squadra di casa a fine primo tempo perdeva 2-1 e qualcuno ha avuto la pensata di chiedergli di giocare il secondo. Pirès è entrato in campo con lo stesso spirito di sempre e ha ribaltato il risultato con un gol e un assist.

Il tipo che abbraccia Pirès dopo l'assist, in quel preciso momento, è l'uomo più felice della terra.

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